Tekakwitha, la Santa dei pellirosse

A cura di Domenico Rizzi

Tekakwitha
Erano gente dura, gli Irochesi. Le loro tribù, stanziate nelle boscose regioni ad oriente dei Grandi Laghi, avevano sempre impugnato le armi per combattere Francesi, Uroni, Algonchini e Sioux e perfino le loro donne mostravano talvolta la crudeltà di cui erano capaci: durante la Rivoluzione Americana, una di esse, Esther Montour, trucidò 13 prigionieri a colpi di mazza, per vendicare la perdita di un figlio.
Ma non esiste un deserto in cui non spunti almeno un fiore. In mezzo a tanta arida ferocia, nel luogo ove sorge oggi Auriesville (Stato di New York) nacque nel 1656 Tekakwitha, figlia di Kenneronkwa, capo dei Mohawk – la più bellicosa delle 5 tribù irochesi – e di una donna algonchina convertita al Cattolicesimo dai Francesi. Un’epidemia di vaiolo diffusasi fra il 1661 e il 1663, uccise molti suoi contribali e a lei segnò perennemente il corpo, deturpandole il viso. Dopo la perdita dei genitori, la bambina fu adottata da uno zio, che avversava fortemente il Cristianesimo
Ma Tekakwitha custodì sempre gelosamente un rosario donatale dalla madre Kahenta. Cresciuta in un clima di aspri conflitti e di calamità naturali, ella riuscì a conservare l’innocenza che le faceva osservare la natura come una meravigliosa opera di Dio.
Quando venne promessa in sposa ad un guerriero mohawk all’età di 8 anni, Tekakwitha si rifiutò, tenendo ostinatamente testa allo zio sebbene ciò infrangesse un atavico costume tribale.
Poi, nel 1670 la sua vita subì una svolta, perché alcuni Gesuiti francesi fondarono un convento nel villaggio di Caughnawaga, dove lei si trovava. Affascinata dalle loro parole, durante una visita di Padre Jacques de Lamberville, Tekakwitha espresse il desiderio di essere battezzata e il 5 aprile 1676, all’età di 20 anni, prese il nome di Kateri, l’equivalente irochese di Catherine. Essendo fortemente osteggiata dai Mohawk a causa della sua scelta, venne fatta fuggire dai missionari a Sault St. Louis, vicino a Montrèal, (Canada) dove potè apprendere gli insegnamenti cristiani, radicandosi sempre più nella sua nuova fede. Nel 1677 ricevette la Prima Comunione e due anni più tardi prese definitivamente i voti. Da quel momento, la sua vita fu dedicata all’insegnamento della preghiera e alla catechizzazione dei fanciulli, all’assistenza di anziani e malati e alla penitenza. Il suo cammino sulla terra fu breve ma intenso, perennemente illuminato dal suo credo.


Un bel quadro che ritrae Santa Tekakwitha

Purtroppo a 24 anni fu colpita nuovamente dalla malattia e nonostante le amorevoli cure ricevute, il 17 aprile 1680 Tekakwitha, munita dei conforti religiosi, spirò. Le sue ultime parole furono, in lingua irochese: “Jesos Konoronkwa” (Gesù ti amo). Alcuni testimoni raccontarono che, subito dopo avere chiuso gli occhi per sempre, il viso della ragazza fu rischiarato da una luce soprannaturale, che mostrò come i segni del vaiolo fossero miracolosamente scomparsi. Dal 1719 le sue reliquie sono conservate dai Padri Gesuiti in una cassetta di ebano della Missione di Caughnawaga, nella diocesi di Albany.
Una figura tanto positiva per la Cristianità – ritenuta anche artefice della guarigione di un fanciullo indiano – non poteva passare inosservata. Nel 1943, in pieno conflitto mondiale, Papa Pio XII la dichiarò “venerabile”, ma toccherà a Papa Giovanni Paolo II pronunciare la sua beatificazione, decretata il 22 giugno 1980 con queste parole: “Dolce, fragile, ma forte figura di giovane donna…”.
Nel mese di febbraio di quest’anno, Papa Benedetto XVI ha annunciato che Tekakwitha-Kateri sarà canonizzata il prossimo 24 ottobre 2012. E’ la prima Santa pellerossa della storia.

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