La rivolta di Estanislao

A cura di Sergio Mura

Mentre in ogni altra parte degli Stati Uniti il contatto tra i coloni bianchi, i soldati e gli indiani ha prodotto soltanto guerre sanguinose e fatto emergere numerose figure di eroici guerrieri che hanno difeso in armi la propria gente, le proprie tradizioni e la propria terra, la California, fin dai tempi della dominazione spagnola e messicana, si è distinta in senso opposto.
Infatti sono davvero poche le guerre che vengono ricordate nei libri di storia e pochi i guerrieri divenuti veramente famosi per le loro gesta belliche.
In questa scarsezza di eventi particolari dobbiamo certamente ricordare la resistenza degli indiani californiani Modoc guidati da Capitan Jack (Kientepoos) tra il 1872 ed il 1873 o le rivolte degli anni ’50 del XVIII secolo.
Questa relativa calma non ha mancato di stupire gli storici che hanno provato ad avventurarsi in questa “anomalia”, anche perchè i motivi per la protesta non mancavano neppure in California, specialmente tra gli indiani che si intrattenevano nei dintorni o all’interno delle molte missioni cattoliche e che finivano per essere inquadrati nel sistema organizzativo e politico delle missioni.


Padre Narcisco Duran in una rarissima immagine

A quel tempo le missioni funzionavano sia come entità religiose che come veri e propri governatorati il cui scopo era di procedere alla cosidetta “acculturazione ispanica” di un certo Padre Junipero Serra che aveva introdotto e diffuso il lavoro forzato, il confino e le punizioni per mantenere gli indiani delle missioni nell’area di influenza delle missioni. A causa di quei sistemi, perseguiti anche dai successori di Padre Junipero, gli indiani finirono decimati per la fatica e le malattie. L’antropologo Sherburne Cook sostiene che le malattie e l’elevato tasso di mortalità, combinati con una basso indice di natalità, colpirono duramente gli indiani delle missioni.
Solo il lento ma deciso processo di secolarizzazione iniziato nel 1839, con la perdita del potere e delle terre da parte dei francescani, diede un poco di sollievo anche agli indiani californiani.
Se si trascurano alcune sporadiche ribellioni che portarono alla distruzione di alcune missioni cattoliche nel 1778, 1785 e nel 1824 (anno in cui i Chumash incendiarono la missione di Santa Barbara), nessuna vera e propria guerra si registrò in California fino al 1829.
Fu quello l’anno in cui emerse prepotentemente un guerriero indiano che divenne famosissimo, Cucunuchi, poi chiamato Estanislao.
Nonostante Cucunuchi sia stato uno dei maggiori interpreti della resistenza indiana ai bianchi nella zona in cui viveva, di lui i libri di storia ci hanno tramandato pochissime cose.
Sembra che Cucunuchi sia nato tra gli indiani Yokuts della California, nella valle San Joaquin, intorno al 1800. In qualche modo finì per essere condotto alla Missione San Jose, nell’area della Baia di san Francisco.
Junipero SerraPadre Junipero Serra
Lì c’era Padre Narcisco Duran, un religioso noto perchè imponeva agli indiani una durissima disciplina a suon di bastonate, specialmente contro chi gli disobbediva. Fu lui a scegliere il nome Estanislao, in onore di un santo Polacco. Dopo l’imposizione del nome ebbe una cura particolare per Estanislao che, evidentemente, gli pareva una persona su cui era possibile investire proficuamente. E infatti, Estanislao seppe adattarsi in fretta alle regole della missione, dimostrando di possedere anche notevoli qualità di leadership.
Quale riconoscimento per queste sue peculiarità, il responsabile della missione decise di attribuirgli il ruolo di “alcalde” che era il massimo che un indiano potesse ricoprire nella struttura gestionale di quella missione.
In virtù della sua carica, Estanislao potè esercitare un certo potere sulla vita degli indiani della missione e sui turni di lavoro in cui erano giornalmente impegnati. Gli alcalde avevano anche una dotazione di vestiti molto superiore a quella degli altri indiani, proprio per evidenziarne la maggiore importanza.
Comunque, a dispetto della fiducia che i bianchi usavano concedere loro, gli alcalde finivano spesso per diventare pericolosissimi capi di notevoli rivolte contro le missioni religiose…
Gli incidenti ed i motivi particolari che condussero alla famosa ribellione di Estanislao non sono mai stati chiariti completamente, dobbiamo quindi affidarci alle poche fonti note.
Probabilmente, poichè il suo ruolo lo portava ad occuparsi degli indiani che ricadevano sotto la giurisdizione della missione, scovando e punendo i recalcitranti oltrechè intervenendo pesantemente sulle tribù dell’interno, Estanislao potrebbe aver compreso criticamente il forte senso di ingiustizia che gravava su di loro, causato da quel sistema di gestione degli affari indiani in California. Mancava totalmente il rispetto per gli abitanti originari di quei luoghi.
Mariano VallejoMariano Vallejo
A questo, si pensa che debba aggiungersi una certa dose di influenza esercitata su Estanislao da parte dei capi delle piccole rivolte che periodicamente agitavano il sistema delle missioni.
Ad ogni modo, anche se le motivazioni profonde restano un mistero, almeno i tratti principali della sua rivolta ci sono stati tramandati in modo abbastanza netto.
Tra questi possiamo citare una diffusissima insoddisfazione dei nativi nei confronti delle missioni, l’instabilità del potere civile e militare della zona, i precedenti conflitti tra i coloni dell’area di San Francisco e gli indiani della San Joaquin Valley e la crescente capacità di spostarsi maturata dagli indiani, grazie ai cavalli che erano riusciti a procurarsi attraverso gli scambi con le tribù delle zone interne della California.
A cavallo tra il 1827 ed il 1828 Estanislao abbandonò la missione per trovare rifugio nelle zone interne della valle. Gli indiani scontenti avevano trovato il loro capo e da quell’anno erano pronti a rivoltarsi contro il sistema delle missioni.
Quello stesso anno gli indiani ribelli decisero di trascorrere l’inverno nei villaggi disposti lungo il fiume Lacquisimas (poi chiamato Estanislaus in onore di Estanislao), trascorrendo il tempo con i parenti, anzichè fare immediato rientro alla missione come avevano richiesto i soldati.


Una missione spagnola

A conferma del fatto che la ribellione si stava estendendo rapidamente, centinaia di altri indiani abbandonarono le missioni della zona per unirsi alle forze di Estanislao. D’altra parte era proprio lui che incoraggiava la fuga facendo vanto di non aver nulla da temere dai soldati poichè, come gli aveva insegnato Padre Duran, erano pochi, giovani, inesperti e incapaci di sparare con precisione.
Alla fine del 1828 la situazione era ormai diventata esplosiva, tanto che Ignacio Martinez, comandante del presidio militare di San Jose, inviò un dispaccio ad Antonio Soto, notissimo combattente di indiani, in cui gli chiedeva di organizzare rapidamente una spedizione militare allo scopo di punire i ribelli.


La missione di santa Clara

Così fu fatto ed una piccola spedizione partì verso le zone in cui si erano rifugiati gli indiani di Estanislao. Questi però mostrarono di conoscere molto bene la zona e trassero ogni genere di vantaggio dalla fitta vegetazione, riuscendo anche ad approntare numerose trappole che andarono a segno.
Gli indiani adottarono la tattica della guerriglia, colpivano e fuggivano o si nascondevano, rendendosi invisibili agli avversari che subivano l’attacco quasi incapaci di difendersi. Morirono così molti soldati e moltissimi furono i feriti. Lo stesso Soto fu colpito ad un occhio e morì pochi giorni dopo aver fatto rientro al presidio. In questo periodo Estanislao poteva contare su circa 500 guerrieri provenienti in gran parte dalle missioni San Jose, Santa Clara, Santa Cruz e San Juan Batista.
Antonio Maria Osio, che combattè contro Estanislao (e che raccontò quella battaglia in una sorta di diario), disse che gli indiani, usciti trionfanti dalla battaglia del boschetto, trascorsero alcuni giorni a festeggiare la vittoria. Ai festeggiamenti furono invitati tutti gli indiani della zona e nessuno di loro mancò di evidenziare la forza dei ribelli di Estanislao, subendo fortemente il fascino della libertà.
A conferma di quanto si stesse diffondendo l’eco della vittoria dei ribelli di Estanislao, alcuni gruppi di Yokut e Miwok ben presto si unirono a loro, arrivando dalle pendici della Sierra Nevada. Fin dai primi giorni del 1829 le forze di Estanislao potevano contare su quasi 1000 nuovi guerrieri, una forza militare tra le più consistenti che abbiano mai combattuto i bianchi in California.
Non appena giunsero ad unirsi i componenti di altre tribù, Estanislao prese a intensificare gli assalti ai ranch e alle missioni della zona della baia, allo scopo di terrorizzare i bianchi e razziare il bestiame.


Bestiame al pascolo fuori da una hacienda

A questi attacchi i bianchi contrapposero tutta la loro forza, riunendo in un’unica forza i militari di tutti i presidi, nonostante questi fossero spesso incapaci di mantenere la disciplina, quando addirittura non combattevano fra loro. Ad ogni buon conto, una parte dei militari della California furono riuniti e affidati al comando di Jose A. Sanchez.
L’impresa apparve subito molto ardua perchè, anche se l’esercito dei bianchi poteva contare su decine di guide indiane, il numero complessivo dei combattenti era inadeguato.
Sanchez tentò anche di reclutare gruppi di indiani ribelli ma Estanislao riuscì a mantenere unito il suo gruppo, dichiarando che non avrebbe mai accettato di far rientro in una missione, che piuttosto avrebbe combattuto fino alla morte.
A quel punto, fallito ogni tentativo di patteggiamento e non essendovi altra soluzione negoziale, Sanchez decise di andare all’attacco, schierando il suo esercito di 122 uomini ai margini del fitto bosco che nascondeva la rancheria di Estanislao ed i suoi ribelli. La rancheria era molto ben protetta ed il bosco era così impenetrabile che neppure i raggi del sole riuscivano a rischiararlo.
Il 7 maggio 1829 si scatenò una serie di combattimenti corpo a corpo in cui furono le armi bianche a farla da padrone. Il campo di battaglia si insanguinò rapidamente per i moltissimi morti e feriti, ma il verdetto risultò favorevole ai ribelli indiani fin dalle prime mosse.
Dopo tre lunghissime ore di combattimenti Sanchez aveva perduto tanti di quei soldati che non gli rimase che la ritirata verso la Missione San Jose.
Un certo Juan Bojorges, che aveva preso parte alla grande battaglia, ricordò in seguito che alla vista della ritirata dei soldati Estanislao si fece vedere su un piccolo colle e da quella posizione comandò di sparare ancora una volta sui fuggitivi e quindi si produsse personalmente in una serie irripetibile di insulti.
I militari vennero inviati contro Estanislao ed i suoi seguaci subito dopo la prima batosta, con l’ordine di sedare la rivolta a qualunque costo, allo scopo di riabilitare l’immagine del Messico agli occhi dei californiani ma nuovamente, e per la seconda volta – nonostante fossero 154 – finirono battuti il 26 maggio 1829. Estanislao riuscì a tenere testa ai soldados messicani ancora per alcuni mesi.
Si trattava di una situazione esplosiva, impossibile da tollerare per i messicani che, dopo una lunga pausa, decisero di spedire in California ancora più soldati al comando del Generale Mariano Vallejo, un vero esperto di battaglie, un uomo che era ritenuto da tutti la persona più adatta a risolvere lo scacco in cui l’esercito messicano si era trovato.


La San Joaquin Valley

Dopo alcuni piccoli episodi guerreschi si arrivò alla battaglia finale nei dintorni della roccaforte di Estanislao e stavolta furono i messicani a spuntarla, sia pure con notevoli perdite. Il peggio però lo subirono gli indiani che pagarono un elevato prezzo di vite umane e i sopravvissuti furono costretti a far rientro nelle missioni d’origine.
Incredibilmente Estanislao riuscì a sfuggire alla cattura ed al rientro forzato nella missione. Divenne un vero eroe agli occhi di tutte le popolazioni indiane della California. Solo dopo parecchio tempo Estanislao fece ritorno alla missione per un incontro con Padre Duran che, nonostante la sanguinosa ribellione indiana, gli offrì il “perdono”.

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