Il grande paese

A cura di Domenico Rizzi

The Big Country
William Wyler (1902-1981) è famoso per avere fatto incetta di premi con “I migliori anni della nostra vita” (1946) e “Ben Hur” (1959) che vinsero rispettivamente 7 e 11 Oscar. Guarda caso, anche questo regista, benché nato a Mulhouse in Francia, aveva origini germaniche – il suo vero nome era Wilhelm Weiller) come molti grandi del cinema americano (Fritz Lang, Joseph Von Sternberg, Billy Wilder, Fred Zinneman) qualcuno dei quali – il viennese Zinneman – realizzò uno dei più grandi western della storia, quel “Mezzogiorno di fuoco” che conquistò ben 4 statuette.
Wyler si cimentò nel genere di Tom Mix e John Wayne con parecchi lavori, uno dei quali merita una menzione particolare: “The Big Country” (Il grande paese) girato nel 1958, in un momento in cui il western cominciava già per declinare.
Manco a dirlo, anche in questo caso ottenne un Oscar per il miglior attore non protagonista, quel Burl Ives che interpretò magistralmente la parte di Rufus Hannassey, una figura che richiama alla memoria il Newman “Old Man” Clanton che spadroneggiava sulla Tombstone degli Anni Ottanta: soltanto, con un codice d’onore in più.
La vicenda, tratta dall’omonimo romanzo di Donald Hamilton, attinge ad una delle pagine più sanguinose dell’autentica conquista del West: le lotte fra allevatori di bestiame.
Per quanto ne siano stati scritti centinaia di libri, l’argomento rimane in gran parte sconosciuto o poco noto al grosso pubblico. Moltissime persone ignorano, anche per le banalizzazioni a cui la storia della Frontiera è stata assoggettata dal cinema, che le contese denominate Guerra della Contea di Lincoln del 1877 e Guerra della Contea di Johnson del 1889, per citarne due delle più famose, causarono centinaia di morti e richiesero l’intervento dell’esercito.
La guerra della Lincoln County
Oltre a queste, vi fu un numero imprecisato di vittime provocate da liti per i confini delle concessioni, scontri fra coltivatori e allevatori, rappresaglie e ritorsioni che in qualche caso non si estinsero nemmeno con il passaggio generazionale. Sebbene possa apparire strano, le faide fra i rancheros e fra questi e i settlers (coltivatori) produssero una quantità di vittime molto superiore a quella subita dagli Indiani nei conflitti con gli Americani. Il vero massacro ad occidente del fiume Mississippi scaturì dunque dai contrasti fra i nuovi proprietari o possessori delle terre sottratte ai Pellirosse. La diffusione delle pecore nel West e l’introduzione del filo spinato costituirono ulteriori motivi per far scorrere un fiume di sangue nelle polverose praterie comprese fra lo Yellowstone e il Rio Grande. Le lotte fra gli allevatori del New Mexico spinsero definitivamente sulla strada del crimine personaggi come Billy il Kid, quelle del Wyoming portarono indirettamente alla condanna a morte di Tom Horn, riconosciuto innocente soltanto in epoca moderna, mentre la Guerra della Contea di Mason nel Texas spianò la strada del crimine a quel Johnny Ringo che farà parte della banda Clanton-Mc Lowry a Tombstone. Tutto ciò senza contare che, sempre a causa degli allevatori e della loro necessità di smistare le mandrie in altri Stati, l’affluenza dei cowboy nelle città del Kansas – Wichita, Abilene, Dodge City, Newton, Ellsworth – creò un clima di disordine che si protrasse per alcuni anni, imponendo sulla scena difensori della legge quali Wild Bill Hickok, Bat Masterson, Billy Tilghman, Charlie Bassett e Wyatt Earp.


La diffusione delle pecore causò molti guai alla frontiera

Anche nel New Mexico, terminata la Guerra della Contea di Lincoln, i mandriani furono spesso protagonisti, come nella famosa sparatoria, durata 36 ore, fra il vicesceriffo messicano Elfego Baca e alcune decine di loro, risoltasi con la vittoria dell’intrepido funzionario di polizia, che pure dovette sottostare ad un processo per avere ucciso, per legittima difesa, quattro assalitori.
L’atmosfera che si riscontra ne “Il grande paese” non è molto diversa dalla realtà dell’epoca.
Due allevatori rivali, il maggiore Henry Terrill e il grezzo Rufus Hannessey, sono in contrasto da anni perché il primo vieta al secondo di abbeverare le sue mandrie lungo un braccio di fiume contestato, di proprietà della bella Julie Maragon (Jean Simmons). Inaspettatamente giunge nella regione un “piede tenero” dell’Est, l’ex ufficiale di marina James Mc Kay, interpretato da un superbo Gregory Peck, fidanzato con la bellissima Patricia Terrill (Carroll Baker) ragazza viziata cresciuta nella bambagia e morbosamente attaccata al padre Henry, al punto di mandare a monte la propria relazione. Il nuovo arrivato è infatti un uomo più navigato – in tutti i sensi – e coraggioso di quanto non mostri di essere a prima vista e si rende conto che la faida in corso fra i due allevatori è dovuta più ad un puntiglio personale che ad effettive pretese di predominio. Perciò finisce per acquistare la proprietà di Julie, promettendo l’acqua agli Hannessey e mettendosi in rotta di collisione con il duro fattore di Terrill, Steve Leech, un maestoso Charlton Heston particolarmente a suo agio nella parte di capo-mandriano ed esecutore, ma fino ad un certo punto, delle bieche disposizioni impartite dal maggiore. I perdenti di sempre nel western sono i cattivi e i loro scagnozzi: Hannessey e Terrill si eliminano a vicenda in un estremo confronto a fucilate, Buck Hannessey (Chuck Connors, che interpreterà Geronimo nell’omonimo film di Arnold Laven nel 1962) l’indegno primogenito del “cattivo” Rufus muore eliminato dal suo stesso padre per non avere rispettato le regole del duello con Mc Kay. I mandriani delle fazioni opposte seguiranno il nuovo corso della corrente e tutti godranno della pace instaurata dall’ex marinaio, che, dopo essere dato l’impressione iniziale di un vigliacco, dimostra di possedere un coraggio maggiore anche dei più rudi abitatori del posto.
Una scena del film
Cosa farà mai la bizzosa Patricia dopo la perdita del padre tanto idolatrato – “Tu non sarai mai come mio padre!” – da rasentare un incesto virtuale e l’abbandono del gentiluomo James Mc Kay, che convolerà a nozze con la dolce maestrina Julie? Il film non lo dice e neppure lo lascia supporre, ma è quasi scontato che la ragazza, trovatasi improvvisamente da sola a gestire un immenso ranch di soli uomini, diventerà più accondiscendente con Steve, che ha cercato di forzare la sua volontà esternandole il desiderio represso di averla. Del resto il suo rapporto con Mc Kay, se fosse proseguito, sarebbe sempre stato sbilanciato a favore di lei, che avrebbe costretto il partner ad assecondarne tutti i capricci. Invece Steve è un soggetto determinato e poco incline alla parità, come le ha dimostrato baciandola rudemente, nonostante sia la figlia del suo padrone. In poche parole, è davvero l’uomo che manderà avanti l’impero costruito da suo padre, anche se spesso Patricia sarà tentata dalla voglia di fare uno sgarbo a Julie, sottraendole, anche solo per una volta, il suo compagno.
Wyler ci ha risparmiato le sottili perfidie e le vendette femminili, per congedare lo spettatore con l’immagine di una sconfinata distesa sulla quale regneranno tranquillità e prosperità. E’ la nuova America che nasce, la quiete che genera una laboriosità costruttiva dopo l’azione distruttiva delle pistole e dei fucili. Come farà John Ford in “L’uomo che uccise Liberty Valance” quattro anni dopo, anche il regista franco-americano lancia la sua provocazione sul West dei pionieri. Il vincitore è un uomo senza pistola giunto da una città dell’Est, che si conquista la simpatia di gente come Rufus Hannessey e l’alleanza di un umile stalliere come il messicano Ramon Guiteras (Alfonso Bedoya) e riesce a domare il riottoso cavallo Vecchio Tuono senza fargli sanguinare la pancia con gli speroni. Nel suo film Ford, che idealmente appartiene alla gente dell’Ovest sebbene sia nato nel Maine, restituisce il merito dell’uccisione del fuorilegge Valance (Lee Marvin) a Tom Doniphon (John Wayne) lasciando che sia poi la leggenda a ricamarci sopra: l’ultima stoccata al senatore Ransom Stoddard (James Stewart) presunto autore dell’impresa, la affiderà alle parole di sua moglie Hallie (Vera Miles) ex fidanzata di Tom, alla cui memoria dimostra di essere nostalgicamente legata: “Le mie radici sono qui, e anche il mio cuore”. Parole pesanti come macigni, nelle quali anche il più tonto degli uomini scoprirebbe un antico amore mai sopito.
L’Uomo che uccise Liberty Valance
Wyler lascia invece che le cose proseguano come la vicenda le ha sviluppate. A ben vedere, la sua conclusione suona quasi discriminatoria, perché il gentiluomo dell’Est sposerà l’unica donna istruita del paese, mentre la fatua Patricia dovrà ripiegare verso altre scelte, ma quasi certamente si unirà in matrimonio con un mandriano. In entrambi i film, l’uomo venuto da lontano si accaparra tutto, dalla terra al successo, conquistando l’unica donna che valga veramente, mentre l’indigeno assiste al suo trionfo incapace di contrastarlo o rassegnato ad un destino che decreterà la scomparsa di una Frontiera selvaggia per far posto all’ordine e alla ragione. I territori dell’occidente sono stati esplorati, conquistati o difesi da uomini provenienti dall’Est, come Meriwether Lewis, William Clark, John Colter, Jim Bridger, Davy Crockett e Jim Bowie. La generazione successiva sembra aver creato una spaccatura fra gli abitanti delle regioni orientali e i nuovi insediati nel West, che per decenni hanno alimentato la crescita di un mondo a sé, nel quale le regole sono quelle dettate dalla necessità, perché – come emerge da una battuta del film di Wyler – “lo sceriffo più vicino si trova a 200 miglia di distanza”.
Ciò avrebbe spinto autori come Zane Grey ad esecrare perfino i fermenti sociali sviluppatisi in seno alle lotte operaie del primo Novecento nelle grandi città dell’Est, contrapponendo al percorso della gente ormai civilizzata la cultura della “ruvida gente del West” e “degli uomini taciturni e laboriosi che avevano trasformato la Frontiera in una società civile”. Non è difficile intravvedere in una tale affermazione l’ammirazione dello scrittore – che sarà condivisa anche da Max Brand e Frank Gruber – verso quel mondo selvaggio di cui idealmente facevano parte i Terrill e gli Hannessey del film di Wyler, come pure i Doniphon e i Valance di John Ford.
Il ritorno dell’uomo che proviene dalla Costa Atlantica, culla dell’indipendenza americana, assume dunque i risvolti di un processo di amalgama irrinunciabile per costruire un’unica grande nazione.

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