Carlo De Rudio, il terrorista e l’eroe

A cura di Domenico Rizzi

Carlo De Rudio
Quando si parla del Risorgimento, si è soliti riferirsi a Camillo Cavour, Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II, ignorando la miriade di personaggi minori –spesso ritenuti erroneamente come tali – che popolano il complesso panorama storico-politico italiano dal 1848 al 1866. Il conte Carlo Camillo de Rudio appartiene a questa schiera, sebbene con il suo gesto insensato avesse messo in pericolo la stabilità dello scacchiere politico europeo, minacciando la vita dell’imperatore Napoleone III. La sua esistenza si svolse in due fasi e fra due continenti diversi. La prima lo vide patriota mazziniano, difensore di Venezia e della Repubblica Romana ed infine esule in Gran Bretagna; la seconda, combattente della guerra di secessione americana, ufficiale di cavalleria nelle campagne contro gli Indiani, per concludere i suoi giorni nella tranquilla California circondato dagli affetti familiari più cari.
Il divisorio fra le due vite, che appaiono nettamente distinte anche dal punto di vista geografico, racchiude la congiura contro il monarca francese, una condanna alla ghigliottina, la deportazione alla Cayenna dopo la commutazione della pena, la fuga dalla tristissima Isola del Diavolo che avrebbe reso celebre, un secolo dopo, il popolare Papillon. Chi era dunque De Rudio? Uno spregiudicato avventuriero, un assassino, un opportunista oppure un nuovo conte di Montecristo? Forse tutte e nessuna di queste ipotesi, o probabilmente molto di più. Comunque, le vicende narrate sono reali e comprovate dai documenti, anche perché il protagonista rimase al centro dell’attenzione della stampa americana, europea e specialmente italiana fino all’ultimo dei suoi giorni.
De Rudio (o Di Rudio) nacque a Belluno il 17 agosto 1832 dal conte Ercole Placido e dalla nobildonna Elisabetta De Domini, terzogenito dopo Luigia e Achille, seguito poi da Giustiniano. Lo zio materno era un colonnello dell’esercito austriaco e cercò di tenere il nipote il più possibile lontano dall’influenza del padre – considerato troppo vicino alla causa dei patrioti – cercando di inculcargli i sani princìpi della lealtà alla monarchia viennese, come si confaceva ad un nobile veneto. Carlo era un ragazzo irrequieto, scuro di capelli e di carnagione, al punto che gli abitanti di Sala di Cusighe, dove c’era la residenza estiva della famiglia, gli affibbiarono il soprannome di “Moretto”. In quella località Carlo si fece anche la nomea di monello, altezzoso e pronto a venire alle mani con i compagni di giochi. In un’occasione, prese a pugni uno di questi perché corteggiava insistentemente la bella sorella Luigia. A 13 anni, seguendo i consigli dello zio colonnello, venne avviato alla carriera militare presso il Collegio di San Luca a Milano, insieme al fratello Achille. Nel marzo del 1848, Carlo visse in prima persona la prima delle traumatiche esperienze che lo avrebbero trasformato dapprima in patriottico combattente e poi in terrorista: l’evento delle Cinque Giornate. Il collegio fu assaltato ed occupato dagli insorti, ma i cadetti vennero presto rimessi in libertà e poterono aggregarsi alle truppe del maresciallo Radetzky in ritirata verso Verona, portando con sé il proprio armamento individuale. Mentre abbandonavano Milano, a Porta Romana i due fratelli De Rudio assistettero alla raccapricciante uccisione di una donna incinta e del figlioletto che ella teneva per mano da parte di un soldato croato. Istintivamente Carlo imbracciò il fucile per sparargli, ma Achille lo trattenne. Poco tempo dopo, mentre gli Austriaci in ritirata si abbandonavano a intemperanze nella cittadina di Peschiera del Garda, i De Rudio videro a Castelnuovo un’altra donna violentata e uccisa da un soldato e decisero che questa volta non avrebbero potuto rimanere indifferenti. La stessa notte, infatti, il militare fu trovato assassinato in modo misterioso.
Altro ritratto di Carlo De Rudio
I cadetti del San Luca vennero trasferiti a Graz, ma Achille e Carlo riuscirono a svignarsela di nascosto, percorrendo molti chilometri finchè non ebbero raggiunto la loro casa di Belluno. Non vi rimasero molto perchè attratti dal richiamo dell’insurrezione di Venezia, dove avrebbero conosciuto il patriota Pier Fortunato Calvi. Purtroppo, mentre combattevano sulle barricate della laguna, Achille fu colpito da un’infezione colerica e morì. Sottrattosi alla repressione austriaca, il “Moretto” decise poi di prendere la via di Roma, non appena ebbe saputo che Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini avevano istituito il triunvirato, apprestandosi a resistere alle truppe francesi e borboniche. Qui De Rudio conobbe, oltre a Giuseppe Mazzini, il comandante Giuseppe Garibaldi, i fratelli Emilio e Enrico Dandolo, Goffredo Mameli e Nino Bixio. Dopo l’inutile difesa di Roma, conquistata infine dal generale francese Oudinot, il giovane riparò in Francia, dove nel 1851 appoggiò invano i Giacobini contro Napoleone III, ma successivamente si spostò nel Cadore, per prendere parte ad un’altra insurrezione di stampo mazziniano. Ormai era diventato un combattente per la libertà e sebbene appartenente alla classe nobiliare lottava per un’Italia unita e repubblicana. Fallita l’insurrezione, Carlo riuscì a cavarsela ancora una volta, rifugiandosi a Genova, mentre suo padre Ercole e la sorella Luigia venivano imprigionati a Mantova dagli Austriaci. Sentendosi braccato e senza prospettive, nel 1854 si imbarcò su una nave con l’intenzione di espatriare in America, ma in seguito ad un naufragio, al quale scampò fortunosamente, finì sulle coste della Spagna. Di qui si mosse alla volta della Francia, della Svizzera e del Piemonte, fino alla scelta di trasferirsi in Inghilterra, dove si trovavano già molti esuli politici Italiani.
Fu in questo Paese che conobbe una ragazza giovanissima di nome Eliza Booth, lontana parente di quel generale William Booth che nel 1865 avrebbe fondato l’Esercito della Salvezza. Il fidanzamento fu assai breve e l’innamoratissimo De Rudio la sposò il 9 dicembre 1855, quando lei aveva soltanto 15 anni. L’anno successivo nacque il figlio Hercules. La famiglia visse per un po’ in ristrettezze economiche, tanto che De Rudio usciva raramente di casa per non mostrare quanto fosse logoro l’unico vestito che possedeva. Si guadagnava qualcosa dando lezioni di italiano e lavorando come aiuto giardiniere al servizio del connazionale Luigi Pianciani, che era stato ufficiale delle milizie nel Veneto e attivo difensore di Venezia. Per sua sfortuna, o perché questo doveva essere il tracciato della sua vita all’insegna del pericolo, a Londra Carlo venne a contatto con Felice Orsini, un focoso romagnolo di fede mazziniana ormai in aperto dissidio con il suo maestro, che accusava di essere eccessivamente teorico e poco incline all’azione. Conobbe anche Simon Bernard, detto “Il Clubista”, un medico belga che si dilettava di studi di chimica e si era fatto una cultura nel campo delle sostanze esplosive. De Rudio non comprese subito quale fosse lo scopo delle riunioni a cui interveniva insieme a simili soggetti, ma quando Orsini gliene spiegò il motivo – compiere un attentato contro Napoleone III per avere soffocato nel sangue la libertà della Repubblica Romana – non ebbe la forza di tirarsi indietro. Forse non lo fece perché, come ipotizzato da alcuni biografi, era fortemente a corto di denaro e non riusciva più a mantenere la propria famiglia: il compenso per la sua partecipazione avrebbe migliorato la sua triste situazione. Più verosimilmente accettò perché la prospettiva di uccidere un tiranno affascinava questo giovane squattrinato, che si era nutrito fino a quel momento più di ideali che di pane. Del resto De Rudio, nonostante gli insegnamenti ricevuti da don Bastiano Barozzi negli anni in cui trascorreva le vacanze a Cusighe, era diventato ateo e visceralmente anticlericale in seguito alla presa di posizione di papa Pio IX contro il triunvirato romano nel 1849 e il passo da fervente patriota a terrorista sembrava breve. Come lui avrebbe fatto l’irredentista triestino Guglielmo Oberdan nel 1882, condannato all’impiccagione per un attentato non riuscito contro l’imperatore Francesco Giuseppe.
I compagni della scellerata impresa sarebbero stati, oltre all’Orsini, il napoletano Carlo Gomez e il lucchese Giovanni Andrea Pieri, ex volontari nella Legione Straniera ed entrambi dai trascorsi poco rassicuranti. Le bombe vennero confezionate dal Bernard con un preparato a base di fulminato di mercurio, arricchito con chiodi e pezzi di ferro per renderne più devastante l’effetto. Il medico belga le consegnò ai congiurati a Bruxelles dopo che questi si furono trasferiti sul continente. In possesso di passaporti falsi, Orsini e gli altri tre partirono per Parigi, mentre il Bernard se ne tornò in Inghilterra. L’attentato era fissato per la sera del 14 gennaio 1858 davanti all’Opèra, dove l’imperatore francese si sarebbe recato con la moglie per assistere ad una rappresentazione del “Guglielmo Tell” di Rossini. I cospiratori si mossero insieme verso le sette di sera, avvicinandosi a Rue Le Pellettier già gremita di folla, dove stava per sopraggiungere la carrozza di Napoleone III, preceduta e seguita da una scorta di lancieri a cavallo. Malauguratamente Giovanni Pieri, che passeggiava da solo con in tasca una bomba a mano, una pistola e un coltello, venne fermato da un poliziotto sospettoso, che lo condusse alla gendarmeria per un controllo.


De Rudio arruolato nel 7° Cavalleria di Custer

Alle venti e trenta, allorchè la vettura del monarca ebbe imboccato la via Le Pellettier avvicinandosi al peristilio del teatro, Orsini, che aveva perso di vista Pieri ma teneva d’occhio sia De Rudio che Gomez, gridò a quest’ultimo di gettare la sua bomba e questi lo fece, ma con troppo anticipo, perché l’ordigno sventrò un cavallo mandando il veicolo a sbattere contro la facciata del teatro. Prima ancora che la gente si rendesse conto dell’accaduto, De Rudio lanciò la seconda bomba, quella che ebbe le conseguenze più sanguinose. Mentre la folla veniva presa dal panico, sbandandosi in ogni direzione, vi fu una terza deflagrazione, allargando le proporzioni della strage. I soldati di scorta aprirono il fuoco all’impazzata, forse per disperdere la gente e colpirono anche persone innocenti. Intanto i tre responsabili del disastro erano fuggiti con destinazioni diverse, mentre al suolo giacevano 8 morti – che sarebbero saliti a 12 – e 156 feriti. L’imperatore era rimasto invece illeso, come pure la sua consorte Eugenia, perché la carrozza era blindata e le bombe non avevano sconquassato l’abitacolo come si aspettavano i cospiratori, che vennero tutti arrestati separatamente entro la fine della giornata. Gomez, atterrito e disorientato, fu catturato mentre cenava in una trattoria dei paraggi: mentì inutilmente sulla propria identità e venne portato via. Orsini, ferito alla fronte da una scheggia, si era ritirato subito nel proprio appartamento, mettendosi a letto, ma si tradì con i gendarmi per la sua pessima pronuncia inglese, essendosi spacciato per un commerciante di birra del Kent. De Rudio, alloggiato presso l’Hotel de France, subì una prima ispezione della polizia che lo rilasciò, riconsegnandogli il falso passaporto portoghese intestato a Josè De Sylva. Per essersi imprudentemente soffermato a conversare con la proprietaria dell’albergo, madame Eveline Briand, giunse poi alla stazione ferroviaria in ritardo, perdendo per pochi minuti il treno che l’avrebbe condotto in salvo verso il sud della Francia. Tornato in albergo fiducioso che non sarebbe più stato controllato, aveva scritto un breve messaggio in inglese alla moglie, il cui significato era: “Eliza, va tutto bene. Parto domani per Oporto.” Pochi minuti dopo i gendarmi fecero irruzione nella sua stanza e lo condussero via.
La polizia aveva fermato anche un altro italiano, Francesco Crispi – anch’egli cospiratore contro i Borbonici in Sicilia e gli Austriaci a Milano – rifugiato a Parigi come tanti altri, ma non avendo prove della sua implicazione nell’attentato si limitò ad espellerlo. Durante gli interrogatori separati di De Rudio, Pieri e Gomez, nessuno tentò di sottrarsi alle proprie responsabilità, cosa che non fece neppure Felice Orsini, ammettendo di essere l’organizzatore del complotto. Quest’ultimo precisò soltanto di non avere lanciato la propria bomba, ma di averla consegnata pochi minuti prima ad un altro Italiano – un uomo con folti baffi spioventi che anche De Rudio conosceva ed incontrò quel giorno – del quale non intendeva rivelare il nome. La polizia francese, dopo avere insistito inutilmente per conoscere l’identità del quinto congiurato, prese atto della dichiarazione di Orsini e la verbalizzò.
Nonostante il grande impegno dei difensori per attenuare le colpe dei loro assistiti, il processo si concluse con la condanna a morte di Orsini, Pieri e De Rudio. Soltanto a Gomez, che l’avvocato Nicolet riuscì a presentare come una personalità debole ed instabile, succube del magnetismo di Orsini, venne comminato il carcere duro alla Cayenna, nella Guyana francese. Non ne sarebbe più uscito fino al 1887, ritirandosi a Napoli e scomparendo dalla circolazione (secondo qualche fonte, fu invece assassinato poco tempo dopo a coltellate in un agguato: perché si temeva potesse fare ulteriori rivelazioni sull’attentato?). Inaspettatamente il conte bellunese ottenne la sospensione dell’esecuzione, pochi minuti prima di essere condotto sulla ghigliottina. In una mattinata di pioggia mista e nevischio del 13 marzo, udì rabbrividendo, dalla soglia del carcere della Roquette, il grido della folla mentre la lama troncava le teste di Pieri e di Felice Orsini. Quest’ultimo, prima di essere giustiziato, aveva inviato una nobile lettera a Napoleone III, non per invocare giustificazioni al proprio gesto, ma per rivolgergli un accorato appello in favore dell’Italia oppressa: “Vostra Maestà non respinga il voto supremo di un patriota sulla via del patibolo: la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre.” Simon Bernard, arrestato a Londra dalla polizia inglese con il sospetto di esser complice della cospirazione, rimase in carcere solo 10 giorni e venne poi rimesso in libertà.
La moglie di De Rudio, Eliza, appresa dai giornali la notizia della condanna del marito, si era invece mossa subito, riuscendo ad arrivare, tramite conoscenze molto influenti – si era rivolta a sir John Walter, membro del parlamento inglese e proprietario del potente “Times” di Londra – alla regina Vittoria. Sembra che la sovrana, commossa dalla supplica della sposa-bambina, avesse autorizzato un passo ufficiale presso l’imperatore francese. L’istanza di commutazione della pena capitale in una lunga detenzione nella Guyana venne accolta. De Rudio, Gomez ed altri condannati furono trasportati in treno a Marsiglia e successivamente a Tolone, dove attesero incatenati in carcere fino al tardo autunno, prima di essere imbarcati per il Sud America.
Per il “Moretto”, l’audace e impetuoso conte veneto, si chiudeva un capitolo e ne iniziava un altro, tanto imprevedibile e ricco di colpi di scena da sembrare romanzesco. Ma i legami con il passato non sarebbero mai stati spezzati.
La Cayenna, dove i deportati giunsero nel dicembre 1858, era un luogo infernale. Una recente epidemia di febbre gialla aveva fatto morire 4.800 detenuti su circa 9.000. I tentativi di evasione venivano puniti con pene durissime e per i recidivi c’era la morte. Nonostante ciò, De Rudio non vi sarebbe rimasto molto a lungo. Indomabile e incurante dei rischi, si mise subito all’opera per tentare di evadere con qualsiasi mezzo. Gomez invece, rimasto scioccato dall’attentato e in uno stato di depressione cronica, non lo assecondò, tirandosi in disparte. Dopo un primo tentativo di fuga – fallito perché la piena di un fiume sommerse l’imbarcazione pazientemente scavata in un tronco d’albero dai detenuti – il “Moretto” ne mise in atto un secondo, impadronendosi una sera di un peschereccio insieme ad altri detenuti, fra i quali un capitano di marina francese condannato all’ergastolo, per veleggiare verso la Guyana Olandese, dove i fuggitivi ottennero asilo.
Ancora De Rudio
Alla fine di gennaio del 1860, l’ex galeotto, imbarcatosi su un brigantino come marinaio sotto falso nome, approdò a Gravesend, dove potè riabbracciare la moglie. In Inghilterra De Rudio non nascose la sua vera identità, tenendo anzi conferenze in varie località, fra le quali Londra, Birmingham e Manchester, riguardo alla fallita congiura. C’era chi, come Simon Bernard, aveva diffuso probabilmente voci false sul suo conto e chi lo giudicava un personaggio scomodo. Non potendo tornare in Italia – avrebbe voluto partecipare alla spedizione dei Mille, che Garibaldi stava preparando, ma rischiava l’estradizione in Francia e la pena di morte – confidò ad alcuni esuli, fra i quali Giuseppe Mazzini, di voler raggiungere la Polonia per battersi in difesa della libertà di quel Paese. Mentre le sue condizioni economiche peggioravano ed egli non era più in grado di provvedere alla famiglia (la moglie Eliza, il figlio Hercules ed un’altra figlia avuta dopo il suo ritorno) fu lo stesso Mazzini, che probabilmente intendeva prendere le distanze da lui, a consigliarlo di emigrare in America. Stilò di suo pugno alcune lettere di presentazione destinate a uomini importanti, quali Horace Greeley, direttore del maggior quotidiano statunitense dell’epoca, il “New York Herald”. De Rudio accettò la proposta e raggiunse New York l’8 febbraio 1864, mentre la guerra di secessione divampava ormai da tre anni.
Da questo momento iniziò la seconda vita di Carlo Camillo De Rudio, che si fece registrare dalle autorità statunitensi come Charles C. De Rudio. La raccomandazione di Mazzini gli servì a facilitargli l’arruolamento nell’esercito nordista come soldato semplice, ma di lì a poco la fortuna – che lo aveva aiutato parecchie volte – gli tese nuovamente una mano. Essendosi distinto in alcuni combattimenti, l’Italiano meritò il grado di sottotenente di un plotone di truppe di colore, che solitamente gli ufficiali bianchi erano piuttosto restii a comandare. Pochi mesi prima della fine dell’immane conflitto, costato oltre 600.000 morti, il neo-ufficiale venne raggiunto in Florida dalla moglie Eliza, che per poco non perì in un naufragio durante la navigazione fra New York e Key West. Poco tempo dopo, tuttavia, la figlia nata in Inghilterra, della quale non si conosce il nome, morì di malattia. Inoltre De Rudio rischiò di essere congedato per una malformazione congenita che gli era stata scoperta alla visita di idoneità: se la cavò ancora una volta grazie a Greeley, che conferì direttamente con il ministro della Guerra Stanton. Nel 1869, dopo essere stato adibito a servizi amministrativi e di routine, venne assegnato come sottotenente al Settimo Reggimento Cavalleria del tenente colonnello George A. Custer, brevettato maggior generale al termine della guerra di secessione.
Fra il conte bellunese e il suo comandante non corse mai buon sangue, ma anche altri ufficiali lo consideravano un “italiano fantasioso”: se avesse raccontato di avere attentato alla vita dell’imperatore di Francia, non gli avrebbero sicuramente creduto. Nel 1870 De Rudio, posto al comando interinale di una compagnia nel Kansas, si segnalò brillantemente nella difesa di 150 coloni della Solomon Valley, derubati del bestiame da una banda di Pellirosse. Per riconoscenza gli venne regalata una sciabola con l’impugnatura decorata, che egli esibirà sempre orgogliosamente. Più tardi tornò all’Est per proteggere la gente di colore minacciata dalla setta xenofoba del Ku Klux Klan e soltanto nel 1873 venne rimandato nel territorio del Dakota, dove l’avanzata della ferrovia Northern Pacific aveva messo in subbuglio gli indiani Sioux di Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Assegnato nuovamente ad operazioni di polizia in Louisiana nel 1874, per garantire il regolare diritto di voto agli ex schiavi, De Rudio commise un’altra delle sue frequenti impulsività, arrestando un piantatore francese – ex generale nell’esercito napoleonico – che intendeva proibire ai propri servitori di andare a votare. La notizia fece scalpore e De Rudio attirò l’attenzione della stampa. In Italia, un cronista de “La Provincia di Belluno” ricollegò il nome dell’ufficiale italo-americano – che veniva variamente riportato come Di Rudio, De Rudio o semplicemente Rudio – all’attentato di Napoleone III. Per fortuna dell’interessato, i rapporti fra il governo e gli Indiani del Dakota si erano deteriorati e si profilava ormai una campagna militare in piena regola, che richiese il suo trasferimento nella zona di operazioni. Nel Settimo Cavalleria c’erano altri 5 Italiani. Due di essi – il trombettiere Giovanni Martini di Sala Consilina, arruolato come John Martin e il capo-musica della banda reggimentale Felice (Felix) Vinatieri di Torino – erano stati con Garibaldi durante le lotte del Risorgimento. Qualche burlone aveva messo in giro la voce che Martini fosse stato cacciato dal corpo per avere tentato di rubare il cavallo dell’Eroe dei Due Mondi, forse durante la Terza Guerra d’Indipendenza.


L’avanzata del 7° Cavalleria

Raggiunto il Montana insieme al suo reggimento, il 25 giugno 1876 il primo tenente De Rudio – era stato promosso da pochi mesi – si trovò nel bel mezzo della battaglia sul fiume Little Big Horn, nel Montana, dove quasi 2.000 guerrieri guidati da Cavallo Pazzo, Gall e Due Lune massacrarono Custer e 264 uomini del Settimo Cavalleria. Sebbene avesse già chiesto parecchio alla sua buona stella, questa protesse ancora il conte italiano. Rimasto tagliato fuori dalla ritirata del suo battaglione sulle rive del corso d’acqua insieme ad un pugno di uomini, De Rudio si difese dagli assalti nemici nascosto in un canneto e a notte fonda risalì la collina dove si erano trincerati i superstiti del maggiore Marcus Reno e dei capitani Benteen e Mc Dougall. Alle tre di notte del 26 giugno, incolume nonostante lo scontro a fuoco con i Sioux, egli si presentò alle sentinelle gridando in inglese: “Non sparate! Sono il tenente De Rudio insieme al soldato O’Neill!” Veramente una fortuna sfacciata che non sembrava doversi esaurire mai. Il capitano Frederick Benteen, sopravvissuto alla battaglia, mise in dubbio, in una lettera indirizzata alla propria moglie, il rapporto fornito dall’Italiano, osservando che De Rudio “si era preparata una storia romantica e piena di suspense, certamente caricata, c’è da scommetterci!” Dunque l’ufficiale veneto si era creato la fama, se non proprio di bugiardo, di una persona che elaborava a proprio vantaggio i racconti delle imprese vissute. Ciononostante, nessuno osava metterne in dubbio il coraggio o le qualità di comando.
Dopo la fine della campagna militare e l’inchiesta sulla strage, nella quale venne ascoltato da una commissione militare a Chicago, De Rudio ottenne un incarico più tranquillo a Fort Meade, nel Dakota, dove sarebbe rimasto 5 lunghi anni. Fu proprio durante questo soggiorno che il suo nome venne nuovamente accostato a quello di Orsini e Pieri in un articolo apparso sul “New York Times”, ma l’autore dello scritto, rimasto anonimo, non credeva minimamente che il De Rudio scampato all’eccidio del Little Big Horn fosse la stessa persona che aveva tirato una bomba contro Napoleone III. “Un ufficiale del Settimo Cavalleria, che afferma di chiamarsi De Rudio” scrisse il giornale “pretende di essere uno dei tre complici di Orsini…Ma se l’impostore fosse davvero l’assassino…farebbe molta attenzione a nascondere il fatto”. Questa storia sarebbe tornata a galla anni più tardi, nel 1894, quando De Rudio, avanzato al grado di capitano e con altre 3 figlie avute dalla moglie Eliza (le aveva chiamate Italia, Roma e America, per ricordare le fasi più significative della sua vita) si trovava ad espletare un incarico amministrativo a New York. Questa volta la discussione si fece rovente, coinvolgendo vari organi di stampa, ma senza che la carriera militare del discusso personaggio ne risentisse in alcun modo.
De Rudio aveva ottenuto la cittadinanza americana nel 1866 e il suo stato di servizio era sempre stato impeccabile. Nonostante l’esercito sapesse chi egli fosse realmente e quale crimine avesse commesso, le sue note erano eccezionali e la polemica si spense ancora una volta, per riaccendersi l’anno seguente, quando il “Washington Post” avanzò l’ipotesi che l’evasione dalla Cayenna fosse stata una messinscena, organizzata dalle stesse autorità francesi quale ricompensa per la delazione di De Rudio verso i compagni di congiura. Dunque, l’opinione pubblica conosceva ormai l’intera vicenda, ma nonostante ciò all’Italiano venne consentito di rimanere arruolato fino al termine della carriera, in quanto “considerato uno dei più risoluti combattenti d’Indiani del nostro intero esercito.”. Probabilmente però furono le stesse autorità militari a suggerirgli il collocamento a riposo. Si congedò infatti il 26 agosto 1896, essendo sofferente di una forma d’asma che rendeva difficoltosa la sua permanenza in servizio nelle polverose pianure dell’Oklahoma e del Texas dov’era stato destinato. Insieme alla famiglia emigrò allora a San Diego, in California, per stabilirsi più tardi a Pasadena.
Nell’aprile 1904 gli venne conferita la promozione a maggiore della cavalleria e un anno e mezzo dopo festeggiò con la consorte Eliza il cinquantesimo anniversario di matrimonio, facendo pubblicare le foto della famiglia sul “Los Angeles Times”. Per l’occasione, De Rudio si fece ritrarre nella sua alta uniforme con i fregi dell’avanzamento ottenuto, del quale andava fiero. A questo punto, dopo le infinite peripezie vissute, avrebbe potuto trasformarsi in un tranquillo pensionato e godersi il mite clima californiano. Invece il nostro “Moretto”, da uomo impetuoso quale era sempre stato, aveva ancora in serbo una sorpresa che avrebbe stupito l’opinione pubblica mondiale.


La difesa dei soldati contro gli indiani

In risposta ad una richiesta di informazioni ricevuta nel 1908 dal notaio Paolo Mastri di Gatteo (Forlì) un appassionato studioso di storia risorgimentale e biografo di Felice Orsini, De Rudio fece una rivelazione sensazionale: il giorno dell’attentato a Napoleone III, i congiurati erano 5 e non 4 come si era sempre creduto. Il quinto era nientemeno che Francesco Crispi, con il quale Orsini scambiò poche parole prima del lancio delle bombe. De Rudio dichiarò di essere stato presente al furtivo incontro e di avere riconosciuto il Crispi, la cui identità gli venne confermata dallo stesso Orsini!
L’incredibile rivelazione finì su “Il Resto del Carlino” di domenica 9 agosto 1908 e fu subito ripresa dagli altri quotidiani nazionali e locali. Ad accrescere la veridicità della dichiarazione del conte bellunese, l’avvocato italiano Enrico Comitti aggiunse, con una lettera indirizzata al giornale, che parecchi anni prima aveva avuto una confidenza da Cesare Orsini, fratello di Felice, che confermava il racconto di De Rudio. Naturalmente in Italia si scatenò una polemica furibonda, perché Crispi, deceduto nel 1901, era stato esponente della Sinistra Storica e presidente del consiglio dell’Italia unificata dal 1887 al 1891, sotto il regno di Umberto I.
De Rudio venne accusato di demenza senile e mania di protagonismo, ma non ritrattò mai le proprie affermazioni. Al linciaggio morale cui venne sottoposto da una parte della stampa, sua sorella Luigia rispose indignata con un’intervista su “La Gazzetta di Venezia” definendo il fratello e la propria famiglia gente che aveva sacrificato la propria vita alla causa dell’indipendenza. Non aveva tutti i torti, anche perché lei stessa era finita nelle carceri austriache insieme al padre Ercole, il fratello Achille era morto durante la difesa di Venezia e Carlo aveva combattuto in Lombardia, a Venezia, a Roma e nel Cadore per un’Italia libera.
La questione della partecipazione o meno del Crispi alla congiura di Orsini è ancora avvolta nel mistero. Che il patriota siciliano si trovasse a Parigi quel giorno è confermato dalla gendarmeria francese che ne decise l’espulsione: ciò non significa, ovviamente, che avesse lanciato la terza bomba contro la carrozza di Napoleone III, sebbene Orsini avesse sempre negato di averla scagliata. L’unico interrogativo che ci si potrebbe porre è: che motivo avrebbe potuto avere De Rudio a lanciare una simile accusa, esponendosi a nuovi attacchi da parte della stampa? Ormai era vecchio e malandato, si era ritirato dalla vita militare e avrebbe potuto vivere i suoi ultimi anni in tranquillità. La domanda rimarrà sempre senza risposta.
Nell’ottobre 1910 le condizioni di salute dell’anziano conte si aggravarono improvvisamente. Da anni soffriva di asma bronchiale e recentemente anche il suo cuore versava in pessime condizioni. Il medico italiano Bartolomeo Sassella, che lo conosceva da molto tempo, lo assistette fino all’ultimo giorno e lo vide spirare il 1° novembre 1910 nella sua casa di Pasadena. Erano presenti la fedele moglie Eliza, il primogenito Hercules accorso dall’Arizona, le tre figlie Italia, Roma e America. Il suo corpo venne cremato a Los Angeles e le ceneri sepolte nel National Cemetery di Presidio, a San Francisco.
Forse nessun uomo del suo tempo, neppure l’ardimentoso Garibaldi, aveva avuto un’esistenza tanto avventurosa e travagliata. La sua storia, ai limiti della credibilità, è stata ricostruita minuziosamente soprattutto dall’italo-americano Cesare Marino nel libro”Dal Piave al Little Big Horn” (Tarantola, Belluno, 2010) mentre un notevole contributo alla ricostruzione dell’attentato a Napoleone III è stato offerto da Giorgio Manzini nell’opera “Avventura e morte di Felice Orsini” (Camunia, Milano, 1991). Nella ricerca e nel confronto con altre fonti, l’autore di questo articolo ha trovato molti riscontri a quanto narrato nella citata biografia.
Quando ci si chiede come mai il patriottismo avesse spinto un uomo a certi eccessi, non è possibile trovare altra risposta che il titolo del film di argomento risorgimentale diretto da Mario Martone nel 2010: “Noi credevamo”.

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