Mickey Free, lo scout apache

A cura di Marco Vecchioni

Mickey Free
Mickey Free è stato uno dei meno apprezzati di tutti gli scouts utilizzati dall’esercito americano nel corso delle guerre contro gli Apache. Non era un Apache, infatti aveva poco sangue indiano nelle vene.
Sua madre era messicana e suo padre si disse fosse irlandese. Egli aveva, infatti, capelli rossi ed occhi grigi.
Nessuno seppe mai l’origine del suo nome: potrebbe averlo scelto da solo, prendendo il nome in memoria delle sue presunte origini irlandesi, ed il cognome per la ritrovata libertà dopo aver trascorso l’infanzia prigioniero degli Apache. Il suo rapimento, dal Ranch Shabby, in Arizona all’età di 11 o 12 anni causò enormi problemi tra bianchi e Apache.
Nel 1861 l’esercito inviò un giovane ufficiale di prima nomina, il tenente George Bascom, con l’incarico di ritrovare il ragazzo. L’ufficiale ottenne un colloquio con il grande capo degli Apache Chiricahuas Cochise, il quale assicurò di non sapere nulla.
Bascom non gli credette e lo fece imprigionare, assieme ad altri capi, fatti poi impiccare in seguito alla sua fuga. Cochise scese allora sul sentiero di guerra. Le sue incursioni fecero 150 morti tra i bianchi nell’arco di 60 giorni.


Mickey Free con i familiari

Quando Mickey Free divenne uno degli scouts del tenente Britton Davis, fu indicato dagli indiani come “il coyote il cui rapimento aveva portato la guerra ai Chirichauas”.
L’avversione sembra fosse ricambiata, tanto che Mickey Free godeva nel vedere gli Apache umiliati.
Fu spesso usato come interprete, ma gli indiani lo accusarono spesso di riportare con deliberazione le loro parole in modo distorto, tanto che Geronimo insistette per avere un suo interprete per i colloqui avvenuti con il generale Crook nel 1886.


Un ritratto di Mickey Free

Sebbene nell’esercito fosse ritenuto un tipo affidabile, non godette di buona reputazione neanche tra i bianchi. Di lui ebbe a dire il grande capo scout Al Sieber: “ E’ per metà messicano, per metà irlandese e per intero un figlio di cagna”.

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