Fuga per la salvezza: i Nez Perce in Canada

A cura di Cesare Bracchi

Gli appassionati delle guerre indiane conoscono la vicenda della grande fuga dei Nasi Forati, che in seguito chiameremo con il loro nome originale: Nimipu (Nee-Mee-Poo); tuttavia è meno noto quello che successe dopo la battaglia delle Bear Paw Mountains, epilogo solo militare di questa triste pagina di storia americana.
La questione di quale dovesse essere la destinazione finale della fuga di questo popolo, nativo della valle Wollowa (nell’attuale Oregon), inseguito da mezzo esercito degli Stati Uniti, si pose già a metà luglio quando, ancora alle prime fasi della lunga avventura, si tenne un consiglio nella Weippe Valley.
Le posizioni dei capi delle varie bande si possono così riassumere: Capo Giuseppe e il fratello Ollokot volevano tornare nella regione del Salmon River (Idaho) attaverso un percorso che, per eludere le truppe, li avrebbe portati nel Montana e poi a sud; Looking Glass, riconosciuto capo militare, voleva andare a est dagli amici Crow; White Bird infine era intenzionato a procedere direttamente verso il Canada.
Il consiglio successivo si tenne circa due settimane più tardi, subito dopo che i Nimipu avevano fatto il loro ingresso in Montana giocando i loro avversari a Fort Fizzle, dove avevano abilmente eluso gli sbarramenti posizionati per impedirne il passaggio.
Le posizioni dei capi sostanzialmente non mutarono, tuttavia un’informazione riportata da tre guerrieri che si erano recati di recente all’est nella terra dei Crow, segnalava in quella zona una massiccia presenza dell’esercito, peraltro aiutato proprio dai Crow già utilizzati come scout nella campagna contro i Lakota, culminata a Little Big Horn.
Questo cominciò a minare la convinzione che la direzione giusta da prendere fosse quella verso est.


La lunga fuga dei Nez Perce verso il Canada

Alla fine del consiglio prevalse ancora l’opinione di Looking Glass anche perché i capi pensavano di essersi ormai lasciati alle spalle i guai con l’esercito.
Sensazione decisamente errata, come la battaglia di Big Hole avrebbe dimostrato di lì a pochi giorni. Fu proprio questa sanguinosa battaglia che causò molte vittime tra donne e bambini a far perdere a Looking Glass molta della considerazione della quale godeva presso i suoi, a vantaggio di Lean Elk, meglio conosciuto come Poker Joe.
Durante le due settimane trascorse nel parco di Yellowstone è probabile che continuarono le discussioni circa la direzione da prendere.
Nei giorni che seguirono risultò chiaro che i Crow, che erano ormai schierati con l’esercito, non avrebbero dato nessuna ospitalità agli ex amici Nimipu. La definitiva conferma di ciò si ebbe durante la battaglia di Canyon Creek, dove i Crow, pur non combattendo apertamente, guidarono l’esercito come scout e si impegnarono a rubare parecchi cavalli ai Nimipu.
La rabbia per il tradimento di quelli che una volta erano i loro migliori alleati fu grande, unita al fatto che le truppe li stavano braccando da sud, est e ovest, determinò ormai senza alternative la decisione di puntare a nord, verso il confine canadese.
Un ulteriore elemento a supporto di questa scelta era costituito dal fatto, conosciuto dai Nimipu, che Toro Seduto aveva già varcato nel maggio dello stesso anno il confine di Stato con l’intenzione di stabilirsi definitivamente nei British Territory.
Dopo alcune scaramucce con esercito e volontari e procedendo a tappe forzate i Nimipu pensavano di aver guadagnato un vantaggio tale da consentire loro un rallentamento che permettesse di attenuare il disagio e le sofferenze dei vecchi, dei bambini, dei feriti e dei cavalli, estremamente provati dalla lunga fuga.
Capo Giuseppe
Conseguentemente, solo questa sicurezza può giustificare la decisione di accamparsi nella zona delle Bear Paw Mountains il 29 settembre, a sole 40 miglia dal confine canadese.
A questo proposito occorre osservare che quello che oggigiorno viene considerato qualcosa di assolutamente normale e di facile interpretazione come un confine di Stato, nel 1877 per le popolazioni nomadi come i nativi americani, presentava viceversa elementi particolari che richiedono alcune note specifiche a supporto.
Innanzitutto una analisi di tipo prettamente geografico: da tempo vari trattati tra le parti avevano sancito che il 49º parallelo rappresentava la linea di confine tra i possedimenti britannici (attuale Canada) e gli Usa. Solo tre anni prima si era conclusa un’attività congiunta di rilevazione geografica che aveva portato al posizionamento di manufatti di ferro o pietra, ogni tre miglia, lungo la linea di confine. Nella specifica area di cui si sta trattando, la vegetazione alta era del tutto assente per circa 100 miglia e quindi i segnali di demarcazione sopra citati risultavano ben visibili. Ne consegue che le popolazioni indigene erano assolutamente a conoscenza del confine ma non erano del tutto certi di quello che esso rappresentava a livello politico e militare.
Non a caso gli indiani chiamavano la linea di demarcazione tra i due Stati la “Medicine Line”, attribuendole un valore quasi soprannaturale. Solo in questo modo, infatti, i nativi riuscivano a spiegarsi come mai da una parte (USA) c’era un esercito agguerrito che non dava loro tregua e cercava continuamente la battaglia, mentre dall’altra (Canada) c’era la North West Mounted Police, le famose giubbe rosse, che perseguiva la via della mediazione e la ricerca dell’integrazione non forzata.
Tuttavia le autorità canadesi non erano certamente felici della possibilità che tribù indiane, in lotta con l’esercito Usa, attraversassero il confine e si stabilissero nel loro territorio, minacciando di rompere il delicato equilibrio sociale.
In ogni caso il precedente costituito dall’arrivo pochi mesi prima di circa 5000 Lakota tra cui il famoso capo Toro Seduto, servì tanto alle autorità canadesi quanto agli stessi Nimipu per trovare un “modus vivendi” di reciproca accettazione.
A questo proposito il Sovrintendente Walsh mise in atto una serie di misure atte a garantire la migliore convivenza possibile tra le varie etnie che andavano affollandosi nelle terre a nord del confine. Tra le varie iniziative vanno ricordate: una puntuale informazione agli indiani in arrivo circa le leggi canadesi e le norme di comportamento; un controllo sugli scambi commerciali, in particolare riguardo le munizioni che dovevano servire solamente alla caccia; istituzione di posti di polizia al fine di sorvegliare da vicino le varie tribù, soprattutto in relazione al fatto che alcune di queste erano tradizionalmente nemiche tra loro.
Looking Glass
Per le autorità canadesi l’aspetto più importante era chiarire con gli indiani che non sarebbe stato loro permesso di considerare il territorio canadese come una base dalla quale partire per spedizioni di guerra in terra americana per poi tornare a rifugiarsi oltreconfine.
La battaglia di Bear Paw Mountains ( per un approfondimento si veda l’articolo specifico su questo sito ) fu quindi l’ultimo atto militare della celebre fuga dei Nimipu ma non l’epilogo di questa vicenda. Infatti non tutti si arresero alle truppe del Col. Miles insieme a Capo Giuseppe, ma ci furono alcune bande di Nimipu che evitarono lo scontro e altre che, sopravvissute alla battaglia, riuscirono a fuggire eludendo i controlli dei soldati.
Il primo gruppo di fuggitivi va individuato in quelle persone, soprattutto donne e ragazzi, che al momento del primo attacco portato dagli scout Cheyenne si trovavano all’esterno dell’accampamento per accudire i cavalli.
Miles inviò gli alleati Assiniboines e Gros Ventre alla ricerca dei Nimipu in fuga. Successive testimonianze confermarono che gli scout indiani non andarono troppo per il sottile, uccidendo e scalpando numerosi Nimipu.
Non c’è un dato assolutamente certo circa il numero totale di coloro che riuscirono a raggiungere la salvezza in Canada, tuttavia non si è lontani dalla verità quando si indica in 250 questo numero. In effetti coloro che lasciarono il campo di battaglia di Bear Paw Mountains erano inizialmente più di 300, ma molti di essi furono catturati dai soldati che erano stati inviati a questo scopo.
Un gruppo piuttosto numeroso aveva trovato rifugio e ospitalità presso un accampamento di Metis ( mezzosangue) sul Milk River, dove tuttavia vennero scoperti dalla pattuglia del tenente Mans e fatti prigionieri.
Altri ancora, tra cui diversi feriti, non resistettero al freddo e alla fame e morirono durante la fuga.
Questo il racconto di Yellow Wolf: “… dal luogo in cui ci trovavamo, ci spostammo e viaggiamo per due giorni. Nell’oscurità non potevamo capire verso quale direzione muoverci. Spesso viaggiavamo nella direzione sbagliata. Il secondo giorno, poco dopo mezzogiorno, attraversammo il confine con il Canada. Alla sera ci accampammo e il mattino seguente, quello del terzo giorno, dopo aver viaggiato per poco tempo vedemmo arrivare degli indiani.
Ad una certa distanza uno di loro fece un segnale: “che indiani siete voi?”
“Nimipu” – rispose uno di noi che poi chiese (sempre attraverso il linguaggio dei segni) – “e voi chi siete?”
“Sioux” – fu la risposta.
“Venite avanti, fumeremo subito” ( la pipa, in segno di pace n.d.r.)…”


I Nez Perce in marcia

In effetti, storicamente i Nimipu non erano mai stati amici dei Lakota e nelle alleanze delle tribù delle pianure erano invece amici dei Crow, a loro volta nemici giurati dei Sioux.
Alcuni storici sostengono la tesi di una spedizione militare Sioux, addirittura guidata dallo stesso Toro Seduto, accorsa in aiuto dei Nimipu assediati alle Bear Paw Mountains. Iniziativa poi abortita in quanto informati della resa ormai avvenuta.Tesi, questa, controversa in quanto altri storici, dati e “date” alla mano, ne hanno confutato la veridicità.
Quel che è certo è che le autorità canadesi avevano preventivamente messo in guardia i Lakota dal prendere iniziative militari in favore dei Nimipu in territorio Usa, perché questo avrebbe determinato la fine dello status di esiliati e il Canada non li avrebbe più riaccolti.
Molto interessante, a questo punto degli eventi, è il rapporto ufficiale del Maggiore Walsh della Mounted Police al suo capo Colonnello Mc Leod riguardo il suo viaggio al campo di Toro Seduto il 7e 8 ottobre 1877 allo scopo di convincerlo a incontrare nei giorni seguenti a Fort Walsh la commissione venuta dagli Usa per tentare di convincere i Lakota a tornare nella riserva americana.
Di seguito le parole del Maggiore Walsh: ” … ad un certo momento uno scout arrivò al campo sostenendo che un folto gruppo di bianchi stava arrivando dalla linea di confine ed era diretto al campo Lakota. Questo determinò una grande eccitazione: i guerrieri corsero ai loro cavalli per prepararsi allo scontro mentre le donne cominciavano a smontare il campo per la fuga …. cercai di rassicurarli e mi proposi di andare incontro a questo gruppo per identificarlo … si trattava di una banda di Nimipu consistente di una cinquantina di uomini, quaranta donne e molti bambini oltre a circa trecento cavalli … c’erano molti feriti, anche gravi, … furono accolti dai Lakota che li curarono e li distribuirono in varie tende …” è probabile che si trattasse del gruppo di White Bird.
A questo proposito, in un articolo del New York Herald del 15 ottobre, il corrispondente racconta di un sopralluogo di Howard e Miles sul campo di battaglia di Bear Paw Mountains subito dopo la conclusione della stessa, durante il quale venne notata l’assenza di White Bird sia tra i superstiti che tra le vittime.
Il Generale Howard insegue i Nez Perce
La stampa dell’epoca celebrò in quei giorni la fine della fuga dei Nimipu elogiando l’operato dell’esercito, sorvolando allegramente sulle innumerevoli sconfitte delle truppe durante tutta la campagna e dando anche scarso risalto alla fuga in Canada di White Bird e della sua banda.
Tuttavia, se i giornalisti potevano permettersi certe libertà, diverso è il discorso per quanto riguarda il rapporto ufficiale del Colonnello Miles nel quale non viene fatta menzione della fuga di un gruppo di Nimipu oltreconfine.
Il primo “incontro ufficiale” tra le autorità canadesi, rappresentate dal Maggiore Walsh, e i Nimipu rifugiati, il cui capo riconosciuto era White Bird, avvenne il 22 ottobre nel campo di Toro Seduto. In questa occasione White Bird parlò in maniera accorata spiegando quanto la sua gente avesse sofferto a causa dei bianchi americani. Walsh, dal canto suo, pensò che dato che molti degli indiani che aveva davanti avevano i loro familiari con Capo Giuseppe, presto questi avrebbero ripassato il confine per arrendersi e ricongiungersi alle loro famiglie.
Nei mesi seguenti i Nimipu rimasero con i Lakota e successivamente ebbero la possibilità di costruire le loro tende che piazzarono accanto a quelle dei loro soccorritori.
La convivenza tra le due tribù, tradizionalmente nemiche, non era semplicissima anche per problemi di comunicazione visto che le due lingue erano diverse e occorreva ricorrere al linguaggio dei segni.
La situazione rimaneva estremamente tesa e le autorità americane, già alle prese con la questione dei Lakota sconfinati, si trovarono ora anche la grana dei Nimipu anch’essi fuggiti oltreconfine.
La stampa e l’opinione pubblica americana facevano pressioni affinché venisse definitivamente risolta la questione indiana con la deportazione forzata nelle riserve ed il fatto di avere due bande di indiani “ostili” accampate a poche miglia dal confine non consentiva ai capi dell’esercito di dormire sonni tranquilli.
Ad acuire la tensione contribuirono molte voci, spesso incontrollate e artefatte, che segnalavano i Lakota di Toro Seduto impegnati a preparare spedizioni di guerra in territorio americano, ora contro gli odiati Crow, ora contro lo stesso esercito. Spesso queste segnalazioni indicavano anche la presenza di Nimipu a supporto dei loro nuovi alleati.
È probabile che questa ridda di voci fosse alimentata da certa parte dell’imprenditoria e della politica del Montana che intendeva cavalcare l’onda emozionale del “pericolo indiano” allo scopo di garantirsi una maggiore protezione da parte dell’esercito con costruzione di forti e infrastrutture e conseguenti benefici di carattere economico.
Anche Miles cercò di trarre profitto dalla situazione perorando la propria promozione a Generale di Brigata presso il Generale Sherman, di cui aveva sposato la nipote, peraltro senza successo.


White Bird (a destra) faceva parte del gruppo che puntava verso il Canada

La situazione non era semplice e la convivenza tra le varie componenti non era scevra di conflitti e contrapposizioni. Un elemento chiave era la sussistenza alimentare. I Lakota e i Nimipu non avendo diritto a ricevere gli aiuti del governo canadese risultavano totalmente dipendenti dalla disponibilità di selvaggina, in particolare il bisonte.
Le tribù indigene canadesi: Blackfeet, Piegan, Cree si lamentarono ripetutamente dell’eccessiva caccia al bisonte praticata dai rifugiati Lakota e Nimipu che ne aveva ridotto in maniera significativa il numero.
Sia l’esercito americano che le giubbe rosse canadesi avevano il loro da fare nel tenere sotto controllo le varie bande Lakota, talvolta supportate da qualche Nimipu, che con troppa disinvoltura organizzavano battute di caccia al di qua e al di là del confine, scontrandosi talvolta con i loro nemici storici Crow.
Nell’estate del 1878, quindi a quasi un anno dalla fuga in Canada, giunsero ai Nimipu voci rivelatesi successivamente prive di ogni fondamento, che suggerivano ai fuoriusciti di tornare alle loro terre nell’Idaho e Oregon senza timore di punizioni o deportazioni nel “territorio indiano” (attuale Oklahoma). Addirittura venne riportato un invito a tornare da parte dello stesso Capo Giuseppe, cosa che non aveva nessun riscontro reale.
Queste voci, tuttavia, convinsero un gruppo di una trentina di Nimipu a prendere la decisione di lasciare il Canada per tornare nei loro territori ancestrali. Uno dei leader di questo gruppo era Yellow Wolf che diede successivamente ampio resoconto allo scrittore e storico Lucullus Mc Worther nel volume: ” Yellow Wolf: my own story”.
Il cammino di questo gruppo fu difficile e tormentato. La marcia si rivelò lunga e colma di difficoltà e pericoli. Gli indiani non esitarono a procurarsi il cibo per la loro sopravvivenza anche con la violenza. Yellow Wolf non ebbe tema di raccontare successivamente, con estremo candore, come si era procurato di che vivere, anche compiendo razzie ai danni di coloni e minatori, non esitando ad uccidere chi gli si opponeva.
Era considerato naturale per i Nimipu riprendersi ciò che era stato loro tolto dai bianchi nei mesi precedenti.
Alla fine il gruppo di Yellow Wolf raggiunse l’Idaho anche se, ormai inseguiti da civili e militari e nella continua necessità di procurarsi da vivere, dovettero prendere la decisione di arrendersi alle autorità militari, che li deportarono nel “territorio indiano”.


La zona della battaglia di Big Hole

Negli anni che seguirono altri gruppi di Nimipu lasciarono i Lakota cercando di tornare nelle loro terre d’origine. Pochi vi riuscirono e eludendo i controlli dell’esercito e della polizia indiana rientrarono nelle loro famiglie e si mischiarono a quelli che non avevano partecipato alla guerra.
Molti altri, invece, furono catturati o si arresero e vennero rinchiusi nella riserva di Lapwai in Idaho, quando non addirittura deportati in Oklahoma, dove in parecchi si ammalarono e morirono per le malattie contratte in quei luoghi malsani.
Altre bande di Nimipu vagarono per il territorio canadese cercando rifugio presso diverse tribù locali, disperdendosi dal punto di vista etnico in tanti rivoli, quasi perdendo la loro identità originale.
Il gruppo forse numericamente più consistente era quello guidato da White Bird che fin dall’inizio era stato il promotore e sostenitore della fuga in Canada. Anche per lui il destino aveva riservato una fine tragica, lontano da casa. Nel 1882, vale a dire dopo circa cinque anni di esilio, trovò la morte ucciso per mano di un membro della sua banda al quale non aveva saputo guarire i due figli malati che gli erano stati affidati. Questa è la versione più accreditata della morte di White Bird anche se ne circolano altre, meno credibili.
Si concludeva così la vicenda della fuga verso la salvezza in Canada per questo popolo caratterizzato da tratti di grande dignità e caparbietà che sono sempre emersi tanto nelle vicende militari quanto in quelle sociali.
Ho trovato straordinariamente attuale questa parte della storia dei Nimipu perché numerosissimi sono gli elementi che la accomunano agli accadimenti di questi anni nella società italiana ed europea.
Facendo i dovuti distinguo, come non trovare sorprendenti similitudini con degli attuali flussi migratori, con la difficile convivenza tra diverse etnie di immigrati, con i delicati equilibri sociali e politici tra le nazioni di partenza e di destinazione, con le problematiche legate al possibile rientro alla terra d’origine.
È singolare notare come, a grande distanza di tempo e di luogo, la storia dei popoli ripresenti situazioni così simili.

Bibliografia

Cheryl Wilfong, Following the Nez Perce Trail, Oregon State University Press, 1990
Jerome A. Greene, Beyond Bear’s Paw, University of Oklahoma Press, 2010
Lucullus V. McWorther, Yellow Wolf: His Own Story, The Caxton Printers, 1940
Alvin N. Josephy, Jr., The Nez Perce Indians and the opening of the north-west, University of Nebraska Press, 1979.

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Commenti

Una risposta a “Fuga per la salvezza: i Nez Perce in Canada”

  1. giospel, il 1 novembre 2011 12:08

    Chi scrisse nella Bibbia “nulla c’è di nuovo sotto il sole” conosceva bene la razza umana. Tuttavia, analizzando la storia breve (centinaia di anni) forse può sembrare che nulla cambi, ma se potessimo analizzarla nei tempi lunghi delle migliaia di anni, chissà, forse qualcosa lentamente cambia ed evolve nella psiche dell’umanità…..o almeno lo spero…..è per questo che il raccontare e conservare le tracce dell’uomo su questo pianeta ha una notevole importanza, almeno i nostri discendenti potranno sapere se stiamo camminando in avanti o in dietro.

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