Un ricordo di Sergio Bonelli

A cura di Domenico Rizzi

Sergio Bonelli e Tex
Quella di Sergio Bonelli è una grave perdita, come se fosse scomparso – non sembri un’esagerazione – uno dei tanti eroi del West. In effetti, portare avanti per tanto tempo con successo il discorso del western, un genere letterariamente e cinematograficamente in declino da almeno trent’anni, ha in sé qualcosa di eroico. Quando mi è giunta la notizia, stavo appunto per contattarlo, perché mi avrebbe fatto immenso piacere incontrarlo alla presentazione del nuovo libro che ho appena pubblicato insieme al giornalista Andrea Bosco, dal titolo significativo “I cavalieri del West”, un cocktail di storia, cinema e leggenda. Proprio la leggenda, che egli ha saputo alimentare per tutta la vita insieme ai fedeli collaboratori, con i suoi apprezzatissimi fumetti, sarebbe stato un terreno su cui discutere anche con lui, azzardando raffronti fra Tex e i personaggi reali della Frontiera, fra il vero Kit Carson e quello della finzione.
Invece Bonelli ci ha lasciato anzitempo, uscendo di scena quasi in silenzio: non un Buffalo Bill che saluta commosso per l’ultima volta il suo pubblico a Portsmouth due mesi prima di morire, ma un cavaliere che si dissolve sullo sfondo di tante avventure narrate e ancora da narrare.
Ci eravamo conosciuti nell’ottobre del 2008 ad una trasmissione di una TV locale di Como. Era l’anno in cui cadeva il 60° anniversario di Tex, nato appunto nel 1948 per iniziativa di Gianluigi Bonelli, padre di Sergio, e del maestro dell’immagine Aurelio Galleppini. Era presente anche Claudio Villa, uno degli attuali disegnatori delle tavole di Tex. Fu una di quelle occasioni in cui non si dicono troppe parole in diretta per mancanza di tempo e ciascuno se ne torna a casa quasi con il rammarico di non avere conversato abbastanza su un campo che costituisce per entrambi la linfa vitale. A dire il vero, in quell’occasione riuscii quasi a farlo un po’ arrabbiare, citandogli “Tex e il signore degli Abissi”, il film diretto da Duccio Tessari nel 1985 interpretato da Giuliano Gemma (Tex) e William Berger (Kit Carson), tratto da alcuni da alcuni fra i più ricercati numeri di Tex. Un film che Sergio non amava, anche perchè riduttivo rispetto alla notevole suggestione creata dai personaggi del suo fumetto. Di quella pellicola riuscimmo a parlare anche dopo la trasmissione, in mezzo a tanti altri temi che coinvolgevano e appassionavano entrambi. In diretta, il discorso si spostò sul più celebre fumetto italiano di tutti i tempi, sulle “strisce” che io leggevo di nascosto sui banchi delle elementari, sempre attento a non farmi scoprire da un maestro di altri tempi, quando leggere dei fumetti era considerato “diseducativo” da sociologi, insegnanti e genitori.


Sergio Bonelli autografa un volumetto di Tex Willer

Non avrei mai pensato, come non se lo sarebbe mai aspettato Sergio, che non ci saremmo più rivisti e che la fatale chiamata sarebbe arrivata così in fretta. Ho immaginato, appena appresa la triste notizia, quanti sogni, quanti progetti e quante speranze quell’uomo custodisse ancora nel proprio cassetto, come tutti coloro che vivono la realtà quotidiana con la mente proiettata verso l’inesauribile universo della fantasia, sempre alla ricerca di nuovi spunti da trasformare in meravigliose avventure sulla carta.
Avere incontrato e conosciuto una persona come lui, sebbene in quell’unica occasione, è stata per me un’immensa soddisfazione. Scoprire che parlavamo lo stesso linguaggio – non siamo più in molti a farlo, ormai – che amavamo le stesse cose, le medesime atmosfere di un mondo scomparso – il West – che per noi continua ad essere più vivo che mai, è qualcosa che ci ha arricchito e stimolato a proseguire nella nostra infinita esplorazione di storie e di leggende da raccontare.
Custodisco gelosamente il numero autografato di Tex che Sergio mi diede quel giorno: la ristampa di “Il massacro di Goldena”, scritto nel 1951da suo padre Gianluigi, un altro grande, iniziatore della lunga serie delle galoppate dell’eroe. Io lo ricambiai con il mio romanzo “Le streghe di Dunfield”, certo che il personaggio di Nathan Whitman gli sarebbe piaciuto per la sua carica vitale, l’anticonformismo non solo di maniera e la sua grande umanità. Un Americano ante litteram, a contatto con foreste e indiani Algonchini ostili, quando mancava ancora quasi un secolo alla nascita degli Stati Uniti.
Fare della retorica adesso sarebbe troppo facile quanto del tutto inutile. Ciò che Sergio ha creato e portato avanti in tutti questi anni – come editore, autore, creatore de “Il ragazzo nel Far West”, “Dylan Dog”, “Mister No” – è noto a tutti, appassionati e non, di uno dei più avvincenti generi narrativi della storia.
Ora lo immaginiamo collocato idealmente accanto a Wild Bill Hickok e Calamity Jane a Mount Moriah, il cimitero storico di Deadwood, con intorno i personaggi che gli sopravvivono nel cuore dei suoi lettori: Tex, Carson, il figlio Kit, Tiger Jack, l’amico El Morisco…E forse uno di essi, probabilmente Tex, riscriverebbe sulla sua tomba la frase che Colorado Charlie Utter coniò per l’amico Hickok nel 1876: “Amico, ci incontreremo di nuovo nei Beati Territori di Caccia, per non separarci mai più”.

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