Il massacro di Deerfield

A cura di Pietro Costantini

La Nuova Inghilterra era luogo di coloni tenaci e ricchi di propositi, gente solida e produttiva. Ma ciò presenta anche la sua parte di tensioni interne e di sconvolgimenti, anche di mortale violenza.
La Nuova Inghilterra fu un luogo di guerre ricorrenti, soprattutto nei cento anni che precedono la Rivoluzione Americana.
Molte di questi erano conflitti intercoloniali, anche internazionali, cui la Nuova Inghilterra si univa alla madrepatria come un partner molto giovane.
I Francesi a nord in Canada e le varie tribù indigene in ogni direzione erano nemici determinati e insieme formidabili.
L’elenco delle guerre è piuttosto lungo: King Philip’s War (1675-76), King William’s War, o Guerra della Grande Alleanza (1689-97), Queen Anne’s War, o Guerra di successione Spagnola (1702-13), Father Rasle’s War (1724-26), King George’s War (1744-48), e la French and Indian War, o Guerra dei Sette Anni (1754-63).
Possiamo sintetizzarle nella seguente tabella:

Ma vi erano anche numerose altre schermaglie, completamente locali e così oscure che non se ne conosce neppure il nome. Tutte ebbero dei costi, in denaro, in paura e in sangue. Molte delle battaglie erano su piccola scala, più una questione di improvvisazione che di strategia e tattiche formali. Le perdite in ogni singolo scontro erano solo poche, ma esse si sommavano. Occasionalmente la scala si ampliava e delle intere città diventavano un obiettivo.
E’ questo il caso di Deerfield in Massachusetts, scena del più famoso singolo “massacro” regionale. L’anno era il 1704, il contesto quello della Guerra della Regina Anna, un’altra guerra europea con una dimensione “coloniale”. Nuova Francia (Canada) contro Inghilterra.
La Regina Anna nel 1702
Al momento dell’arrivo dei coloni europei nella zona mediana della valle del fiume Connecticut, dove attraversa lo stato del Massachusetts, la zona dove oggi sorge Deerfield era abitata dalla nazione Algonchina dei Pocomtuc. All’inizio degli anni ’60 del XVII secolo i Pocomtuk come nazione furono dispersi a causa del conflitto con gli aggressivi Mohawk.
Nel 1665 coloni provenienti dalla città di Dedham, nella parte orientale del Massachusetts, acquisirono titoli di dubbia legalità per occupare l’area che una volta era dei Pocomtuk. Negli anni immediatamente seguenti al 1670 venne edificato un villaggio, chiamato dapprima Pocomtuk, e in seguito Deerfield.
Intanto, a Montreal, il governatore francese aveva pianificato un attacco “passando sul ghiaccio” contro “un piccolo villaggio di circa 40 casette”, un luogo che nei bollettini francesi ha il nome errato “Guerrefille” (un ironico lapsus: Deerfield diventa “Ragazza-di-guerra” [War-girl]).


La zona di Deerfield, ubicata in territorio Pocumtuck, nell’anno 1500 circa

Deerfield non era impreparata. Come le altre città esterne aveva faticato per proteggersi, ma si era organizzata: con la sua fortificazione, una “guarnigione” di soldati a pagamento, una “ronda” che pattugliava le strade di notte e degli “scouts” che perlustravano i boschi nelle vicinanze. In effetti molte famiglie già vivevano dentro la palizzata. Il posto era affollato e scomodo, a dir poco, ma pochi dubitavano che ci fosse necessità di misure speciali. Il ministro del culto cittadino, il reverendo John Williams, organizzò un giorno di digiuno e preghiera straordinario nella chiesa locale – “stante” come riferì poi, “che la città sarebbe stata distrutta in breve tempo”.
Le forze attaccanti erano a comando francese, ma soprattutto indiane come truppa. Erano presenti guerrieri Kanienkehaka (Mohawk), provenienti dal villaggio di Kahnewake, La Montagne e Sault-au-Rècollet, vicino all’odierna Montreal, nel Quebec; poi vi erano gruppi Wobanaki (Abenaki, Pennacook, Sokoki, Pocumtuck e altri); e infine un piccolo contingente della nazione Wendat (Uroni), proveniente dallo stanziamento della Georgian Bay, sul lago Huron.

Mappe di provenienza delle tribù attaccanti


Mohawk Kanienkehaka


Wobanaki


Wendat di Georgian Bay al 1634

Nel 1675 il villaggio aveva raggiunto il numero di 200 abitanti circa. In quell’anno, il conflitto tra coloni e Indiani nel sud del New England deflagrò in quella che è conosciuta come la “Guerra di Re Filippo”. La guerra coinvolse tutte le colonie del New England, e si risolse in una drastica riduzione, quando non nella distruzione, della maggior parte delle nazioni Indiane della zona. Deerfield, che era in una posizione relativamente defilata sul confine dello stanziamento inglese, venne evacuata nel settembre 1675, dopo una serie di attacchi coordinati culminati nella battaglia di Bloody Brook, quando una banda di Indiani Nipmuc, con al comando il sachem Muttawmp, attaccò un convoglio di carri che portavano provviste da Deerfield ad Hadley. Furono uccisi almeno 17 coloni di guida ai carri e 40 dei 79 uomini della milizia che scortava il convoglio. Il villaggio di Deerfield venne abbandonato dagli Inglesi, come molti altri nella valle del Connecticut, e fu rioccupato per breve tempo dagli Indiani. I coloni si riorganizzarono, e nel 1676 massacrarono un intero campo indiano nel luogo chiamato Peskeompscut, che poi prese il nome di “Turner’s Falls”, dal comandante William Turner che cadde durante quell’azione.


Situazione del Nord Est negli anni 1660 – 1725

Le continue incursioni dei Mohawk costrinsero molte delle altre tribù a ritirarsi verso est, dove si unirono ad altri gruppi in una sorta di alleanza con le autorità della Provincia di New York, o verso nord, nel Canada controllato dai Francesi. Durante la King William’s War (1688-1697), Deerfield non subì ulteriori attacchi, ma la comunità ebbe 12 residenti uccisi in una serie di imboscate e altri incidenti. Diversi Indiani che furono riconosciuti come Pocumtuc, a quanto pare amichevoli, furono visti attraversare la zona, e alcuni di essi si vantarono di aver partecipato ad attacchi contro altre comunità di frontiera.
Allo scoppio della Queen Anne’s War, nel 1703, gli attacchi alle comunità di frontiera nel sud del Maine misero nuovamente in allerta gli abitanti di Deerfield. Per cui la palizzata (un’area fortificata al centro dietro un’alta barriera di pali) costruita durante la King William’s War venne ripristinata e rinforzata. Nell’agosto di quell’anno il comandante della locale milizia ricevette notizia di una spedizione di Francesi e Indiani dal Canada, che si pensava attaccassero da un momento all’altro le città sul fiume Connecticut. Comunque non accadde nulla fino ad ottobre, quando furono catturati due uomini che stavano su di un pascolo al di fuori della palizzata. Furono mandati uomini della milizia a controllare il territorio esterno, ma essi tornarono a casa con l’avvento dell’inverno, che si riteneva non fosse stagione adatta al combattimento da parte dei nemici. Comunque si verificarono altri piccoli attacchi contro altre comunità, che convinsero il governatore Joseph Dudley a mandare, nel mese di febbraio, 20 uomini a rinforzo di Deerfield. Il villaggio, da parte sua, era in grado di spiegare circa 70 uomini in età di combattere. Queste forze erano poste sotto il comando del capitano Jonathan Wells.


Il villaggio di Deerfield nel 1703

La valle del fiume Connecticut era stata identificata come un potenziale obiettivo di un attacco dalle autorità della Nuova Francia fin dal 1702. Le forze per il raid erano state radunate a Chambly, a sud di Montreal, fin dal maggio 1703, come riportato con ragionevole precisione nei rapporti dello spionaggio inglese. In ogni caso, intervennero due inconvenienti che ritardarono l’esecuzione dell’attacco. Il primo era la ventilata presenza di navi da guerra inglesi sul fiume San Lorenzo, destinate a portare truppe indiane a difesa della città di Quebec. Il secondo era che una parte delle truppe era stata distaccata ad operazioni nel Maine, tra le quali l’attacco contro il villaggio di Wells, che suscitò l’allarme in Deerfield. Comunque il comandate designato dell’operazione, Jean-Baptiste Hertel de Rouville, non fece ritorno a Montreal fino all’autunno.
Jean-Baptiste Hertel de Rouville
L’effettuazione della spedizione non era un segreto tanto ben custodito: nel gennaio 1704 l’agente indiano di New York, Pieter Schuyler fu avvertito dagli Irochesi di una possibile azione ostile, cosa di cui informò il governatore Dudley e anche il governatore del Connecticut Winthrop. Tuttavia non era noto l’obiettivo dell’attacco.
Gli attaccanti si mossero all’inizio di febbraio, dirigendosi risolutamente verso sud, sui laghi e fiumi ghiacciati, con una dura marcia attraverso le Green Mountains, equipaggiati con racchette da neve e slitte trainate da cani per portare le provviste. La parte finale della loro marcia seguiva la valle del fiume Connecticut fino a raggiungere un punto su cui poi sarebbe sorta Brattleboro, Vermont. Sbucarono dai boschi diretti a sud, lasciando cani e slitte per il ritorno, arrivando a meno di un giorno di marcia – venti miglia – dal loro obiettivo. Un tratto da coprire nel modo più veloce e silenzioso possibile. La sorpresa doveva essere la loro arma più potente. La gente di Deerfield, per quanto generalmente in apprensione, non sapeva nulla di questa specifica minaccia. La sera del 28 febbraio la città si preparava a dormire come al solito. A mezzanotte, oltre il fiume a ovest, gli attaccanti stavano facendo i loro ultimi preparativi: caricare le armi, dipingere i colori di guerra, ricontrollare i piani. La mappa di Deerfield era loro chiaramente nota grazie alle visite fatte precedentemente negli anni da cacciatori indiani e mercanti. In ogni caso uno scout venne inviato per “esplorare la situazione della città, e osservare la ronda che pattuglia le strade”. Questi, tornato dai suoi, e disse loro di “attendere”. (La nostra fonte per i dettagli di questa sequenza è uno storico loro contemporaneo che scrisse pochi anni dopo l’accaduto).
Le avanguardie dell’attacco
Un altro controllo, poco dopo, diede dei risultati diversi. Il villaggio… “giace immobile e quieto”; la sentinella evidentemente si era addormentata.
Verso le quattro del mattino, per gli attaccanti era tempo di muoversi. Oltre il fiume sul ghiaccio. Attraverso un miglio di prato, spettrale e bianco. Oltre le case buie sulla parte nord della strada. Dritto verso la palizzata. Qui la neve si era ammassata abbondante; i cumuli creavano dei passaggi verso la cima della barriera. Un’avanguardia di circa 40 uomini velocemente si arrampicò su e si lasciò cadere all’interno. Una porta venne aperta per far entrare il resto degli incursori. La sentinella si svegliò, sparò un colpo di segnalazione, gridò l’allarme. Troppo tardi. Gli attaccanti si separarono in due gruppi più piccoli e “immediatamente cominciano a spaccare porte e finestre spalancandole”. La gente del villaggio si risvegliò in un lampo.
Alcuni trovarono delle opportunità di fuga gettandosi dalle finestre o dai tetti. Altri pensarono di fuggire oltre la palizzata tutti insieme per raggiungere i villaggi vicini. In una mezza dozzina di case gli uomini si lasciarono indietro le famiglie per radunarsi all’esterno e contrattaccare. In altre c’era un frenetico tentativo di nascondersi. La casa del pastore del villaggio era un obiettivo speciale, individuato “fin dall’inizio dell’attacco”; ricorderà (e ne scriverà) dettagliatamente in seguito John Williams. Strappato “al sonno…dai loro violenti tentativi di spaccare le porte e le finestre con le asce e le accette”, balzò dal letto, corse alla porta e vide “il nemico penetrare”, svegliò un paio di soldati che erano alloggiati di sopra e tornò al suo letto “per prendere le mie armi”. Ci fu malapena il tempo, perché “il nemico immediatamente irrompe nella stanza, ne conto venti di loro, con le facce dipinte e terribili urla”. Sono “tutti Indiani”, non c’era nessun Francese in vista. Il pastore riuscì a caricare la pistola e “la punto verso il petto dell’indiano che avanza per primo”. Fortunatamente – per entrambi – la pistola fece cilecca. A questo punto, dice Williams, “vengo afferrato da tre indiani che mi disarmano e mi legano nudo, perché avevo solo la mia camicia”; in questa posizione egli rimarrà “per circa lo spazio di un’ora”.


Il raid su Deerfield

Catturata la loro preda più preziosa, gli invasori cominciarono a “perquisire e depredare la casa, entrando in gran numero in ogni stanza”. Iniziarono anche gli ammazzamenti: “alcuni erano così crudeli e barbari che presero e portarono sulla porta due dei miei figli e li uccisero [John, Jr. di anni sei e Jerusha di sei settimane], e anche una donna nera [una schiava di casa chiamata Parthena]”. Dopo “avermi minacciato brandendo le accette sopra la mia testa [e] minacciando di bruciare tutto ciò che avevo”, gli indiani permisero ai loro prigionieri di vestirsi. Essi concessero anche alla signora Williams “di vestire sé e i figli”.
A questo punto il sole “si era levato da circa un’ora” (forse le 7.00 del mattino). La sequenza di eventi descritta da Williams si era verificata, con qualche variante, nelle case dentro la staccionata: assassini (specie dei bambini piccoli e di quelli considerati troppo deboli per sopravvivere ai rigori di una vita nella foresta); “case incendiate”; “uccisione delle vacche, dei maiali, delle pecore, saccheggio e distruzione di tutto quello che si parava loro davanti”. In breve un olocausto formato villaggio.
Il reverendo John Williams
Quando Williams e la sua famiglia finalmente vennero portati fuori essi videro “molte case … in fiamme”; in seguito ricordando quei momenti si chiese “chi può esprimere il dolore che ci ferì l’anima?” I Williams sapevano di essere destinati “a una marcia … in uno strano paese” come prigionieri.
I prigionieri vennero raggruppati tutti insieme – nella casa delle riunioni e in un’altra là vicino – da ogni parte del borgo. Tuttavia una casa – quella del capo della milizia il sergente Benoni Stebbins – aveva organizzato una notevole resistenza. I suoi occupanti erano ben armati e ferocemente determinati; inoltre i muri della casa erano “stati riempiti con mattoni”, e respingevano brillantemente i proiettili avversari. La battaglia (in base al rapporto dei funzionari della milizia locale) continuò qui per più di due ore. Gli attaccanti arretravano, poi scattavano in avanti, nel tentativo di incendiare la casa. Di nuovo si ritirarono – questa volta per ripararsi nella casa delle riunioni – mentre continuavano a mantenere un fuoco di copertura. I difensori rispondevano colpo su colpo, “non accettando la resa che era stata loro offerta” e “causando parecchie perdite al nemico”, fra esse “un francese, all’apparenza un gentiluomo” e “3 o 4 indiani” incluso un “capitano” tra quelli che avevano aiutato a catturare John Williams. Nel frattempo alcuni degli attaccanti con i loro prigionieri cominciarono ad abbandonare la palizzata. Dirigendosi verso nord essi ripercorsero le proprie tracce verso il fiume. Improvvisamente un incredibile intervento: un gruppo di inglesi arrivò dai villaggi a valle (dove un bagliore rossastro all’orizzonte “aveva portato la notizia…. prima che la potessimo avere dagli stessi scampati”). “Di poco superiori a 40 per numero” essi erano balzati a cavallo per portare soccorso. Si erano fermati solo per prendere su una “quindicina di uomini, fuggiaschi di Deerfield”.
L’incendio di Deerfield
E questa forza congiunta si diresse verso la palizzata per fare a sua volta un attacco di sorpresa: “come entrammo il nemico fuggì dall’altra parte”. Ora la caccia era senza risparmio – disordinata attraverso la radura – con i primi attaccanti messi in rotta. Gli Inglesi bruciavano, letteralmente, dalla voglia di combattere e si strappavano i vestiti di dosso mentre correvano. (In seguito i soldati chiederanno dei rimborsi per le proprie perdite – e registreranno i dettagli della battaglia).
Essi inflissero perdite molto pesanti: “vedemmo in quel momento molti cadaveri, e… in seguito… evidenti tracce sulla neve dove altri morti erano stati trascinati fino a un buco [nel ghiaccio, N.d.T.] del fiume”. In sostanza fu un contrattacco molto fortunato. Salvo per un soldato che “si è imprudentemente arrischiato troppo oltre nell’inseguimento”. Infatti oltre il fiume il comandante francese udiva il tumulto e velocemente raggruppò le sue forze. Le rive del fiume offrivano un’eccellente copertura per una nuova posizione; presto una “numerosa compagnia … [di] truppe fresche” si dispose colà, celata e in attesa. Un inglese si fece avanti, ignorando gli ordini dell’ufficiale “che li aveva guidati [e] che aveva ordinato la ritirata”. Passo dopo passo – il fiume proprio di fronte e i prigionieri che attendevano dall’altra parte – in bocca a una devastante “imboscata”. Di nuovo indietro attraverso la radura, inseguiti e inseguitori che si scambiavano i ruoli. Gli inglesi erano incalzati di brutto, “noi senza fiato, loro in piena forza”. La loro ritirata fu ordinata, per quanto era possibile, “facendo fronte e sparando, così quelli che prima avevano sbagliato potevano essere difesi”; malgrado ciò, “molti sono uccisi e altri feriti”. Alla fine i sopravvissuti riguadagnarono la palizzata e si arrampicarono all’interno, al che “il nemico si ritirò”. Non sarebbero più ricomparsi. Alle 9.00 del mattino del giorno dopo una innaturale immobilità copriva il villaggio. Gli incendi stavano spegnendosi. C’era del sangue sulla neve della strada. I sopravvissuti dello “scontro della radura” si raggomitolavano con cautela dietro la palizzata. La gente del villaggio che era fuggita cominciava a ritornare indietro alla spicciolata attraverso la porta a sud. Il tempo di prendersi cura dei feriti e contare i propri morti.


Deerfield, 29 febbraio 1704

Visto da vicino, il macello lasciava sbigottiti. Morte – da arma da fuoco, accetta, coltello e mazza da guerra – atrocemente inenarrabile. E i corpi contorti sul terreno non erano che una parte; quando i sopravvissuti cominciarono a scavare tra le macerie, ne trovarono ancora. La lista dei caduti ha voci di questo tipo: “Mary, Mercy e Mehitable Nims [dell’età rispettivamente di 5, 5 e sette anni] probabilmente bruciate nella cantina”. In effetti molti nascondigli nelle cantine si rivelarono delle trappole mortali; in una 10 persone giacevano morte “soffocate dal fumo” là sotto. E i feriti. Un uomo ferito al braccio. Un altro con una pallottola nella coscia. Un altro con un piede sfracellato. E un altro ancora che era stato per un po’ in mano agli indiani e quando “io ero nelle loro mani, mi hanno tagliato l’indice della mano destra” (una pratica tradizionale degli indiani con i prigionieri). Una giovane donna ferita giaceva nella casa di Stebbins. Una seconda si era rotta un’anca quando si era gettata da una finestra di un piano elevato. Ci furono anche i fortunati, un certo numero che avrebbe dovuto essere ucciso, o ferito o catturato, ma riuscì a scamparla in qualche modo. Gente che era fuggita nei primi istanti e aveva lasciato il villaggio inosservata. Una giovane coppia e il loro bambino, la cui “casettina” era così piccola che era stata sepolta completamente dalla neve. Una donna che si era nascosta sotto un tino rovesciato. Un ragazzo era strisciato sotto una pila di lino. Alcune di questi fatti sono ricordati solo dalla “tradizione” non dalle crude prove, ma sono troppo forti per passarci sopra. Ecco un altro esempio, tramandato attraverso le generazioni dei discendenti di Mary Catlin: “I prigionieri furono portati in una casa… e un francese fu portato dentro, ferito, e giaceva sul pavimento; stava molto male e chiedeva da bere; la signora Catlin gli diede dell’acqua. Qualcuno le disse, ‘Come puoi far questo per un nemico?’ Lei replicò ‘Se il tuo nemico ha fame, sfamalo; se ha sete dagli dell’acqua da bere.’ Il francese fu preso e portato via e i prigionieri furono portati fuori. Qualcuno pensò che la gentilezza mostrata verso il francese fosse il motivo per cui la signora Catlin venne abbandonata…” (Mary Catlin fu in effetti “abbandonata”, la sola della sua grande famiglia a non essere uccisa o catturata. E questa è una spiegazione della sua sopravvivenza plausibile come un’altra).


Una scena del massacro di Deerfield

Così Deerflield immediatamente dopo la catastrofe: i vivi e i morti, i feriti e gli scampati. La tradizione parla anche di una fossa comune nell’angolo sudorientale del cimitero cittadino. Un altro “doloroso” compito per i sopravvissuti. Presto gruppi di uomini armati cominciarono ad arrivare dalle città a sud. Giunsero per tutto il giorno e la sera; per mezzanotte erano “circa 80”. Insieme essi discussero l’ovvio problema, il solo che era importante in quel momento: si doveva inseguire il nemico in ritirata per riprendersi gli amici prigionieri? Alcuni erano a favore, ma alla fine prevalse l’opinione opposta. Non avevano racchette da neve, “la neve è profonda almeno tre piedi”. Il nemico “è tre volte il nostro numero, se non di più”. Seguirli “sul
loro cammino… farebbe esporre troppo i nostri uomini”. In più gli stessi prigionieri sarebbero stati messi in pericolo “Soprattutto la famiglia del signor Williams, che il nemico ucciderebbe se ci facciamo sotto”. Il giorno successivo “cominciarono ad arrivare gli uomini del Connecticut”; per la sera il loro numero era aumentato a 250. Si discuteva ancora se contrattaccare. Tuttavia, “le precedenti obiezioni” rimanevano – più una. La temperatura era aumentata sopra le medie stagionali “portando la pioggia”, e lo strato di neve stava diventando poltiglia. Essi “giudicano impossibile mettersi in viaggio [se non]… con il massimo svantaggio”. In queste circostanze essi a malapena “possono sperare di danneggiare il nemico o di salvare i prigionieri, che è il fine cui tutti miriamo”. E così desistettero ancora una volta.
Il cimitero di Deerfield
Essi avrebbero dato ogni ulteriore aiuto possibile “agli abitanti sopravvissuti”. – aiuto con le sepolture e per radunare il bestiame rimasto. Prepararono un rapporto per i capi della colonia a Boston, incluso un dettagliato resoconto delle perdite: 48 morti, 112 presi prigionieri. (Altri 149 restavano vivi a casa). Lasciarono una “guarnigione di 30 uomini, o un po’ di più”, in città. Gli altri tornarono alle loro case negli altri villaggi.
Nel frattempo la “marcia” dei prigionieri e dei loro catturatori, stava procedendo nelle foreste verso il Canada. Nei primi giorni di cammino parecchi prigionieri riuscirono a fuggire. Hertel de Rouville informò il reverendo Williams che i fuggitivi che fossero stati ripresi sarebbero stati torturati; non vi furono altri tentativi di fuga (non si trattava di una vana minaccia, si sapeva che ciò era accaduto in precedenti circostanze). Durante il cammino vi erano privazioni estreme e sofferenze da entrambe le parti. I Francesi e gli Indiani portavano i loro compagni feriti. Dei prigionieri facevano parte molti che erano fisicamente deboli e moralmente distrutti: bambini piccoli, vecchi, donne incinte, unici superstiti di famiglie interamente massacrate. Il cibo era poco, il tempo inclemente, la strada tortuosa. I catturatori, temendo un possibile inseguimento inglese, spingevano per procedere il più rapidamente possibile.
Il ritorno in Canada
Tutti quelli che non erano in grado di tenere il passo venivano uccisi e lasciati lungo il cammino “cibo per gli uccelli selvatici del cielo e le fiere della terra”. Tra i primi a subire questo fato ci fu la moglie del pastore. Ancora convalescente per una recente gravidanza, si trascinò a malapena fino al guado di un fiume, passato il quale, racconta John Williams, “ il selvaggio crudele e assetato di sangue che l’aveva catturata, la uccide con un solo colpo di accetta”. Nei giorni che seguirono altri 17 prigionieri vennero “liquidati” in modo simile.
Secondo il racconto di John Williams sulla sua prigionia, la maggior parte della colonna percorse il fiume Connecticut completamente ghiacciato, quindi risalì il Wells River e poi il Winooski River fino al Lago Champlain. Da lì si diressero verso Chambly, e a quel punto francesi e indiani si separarono. Poi gli indiani, che ora avevano in mano tutti i prigionieri, si divisero in piccole “bande”, ognuna portando un gruppo di prigionieri al proprio villaggio. In un momento critico il reverendo Williams fu prescelto per l’esecuzione da parte dei parenti del “capitano” ucciso a Deerfiels in cerca di vendetta; l’intervento di un capo rivale lo salvò. I suoi cinque figli ancora in vita vennero divisi tra differenti “padroni” e, sorprendentemente, “curati con grande tenerezza”. Ci furono altre due morti – per fame – mentre le varie bande si spostavano sempre più a nord, ma bene o male 92 prigionieri raggiunsero il Canada.


La “Marcia dei Prigionieri” di Deerfield

Alcuni come John Williams vennero riscattati “dalle mani degli indiani” da funzionari francesi; altri furono portati ai “forti” indiani e agli accampamenti lungo la valle del fiume San Lorenzo. Quasi immediatamente i loro parenti e amici nella Nuova Inghilterra intrapresero gli sforzi necessari per ottenere il loro rilascio. Ma il processo era complicato e i progressi penosamente lenti. Infine circa 53 torneranno a casa, fra cui John Williams, uno degli ultimi tra loro. Il successivo racconto delle sue esperienze, pubblicato sotto l’importante titolo “ The Redeemed Captive Returning to Zion” (Il prigioniero redento che ritorna a Sion), lo renderà famoso in tutte le Colonie. Sua figlia Eunice, che aveva otto anni al momento del rapimento, diventerà ugualmente famosa, ma per un’altra ragione: ella rifiutò di ritornare e finì il resto della sua lunga vita fra gli indiani. Lei dimenticò il suo inglese e si adattò completamente al modo di vita indiano; si sposò con un “guerriero” del luogo e tirò su una famiglia. Altri 15 dei suoi compagni di prigionia circa fecero una scelta simile e anche altri restarono con i franco-canadesi.
Il rapimento di Eunice Williams
Questi erano i prigionieri “non redenti”: una fonte di dolore, e di oltraggio, per gli abitanti della Nuova Inghilterra. In effetti gli sforzi per riportarli indietro durarono per decenni. “Amici” che andavano su e giù in modo informale e “ambasciatori” a tutti gli effetti inviati da un governatore reale a un altro, cercarono ripetutamente di operare in loro un cambiamento.
In alcuni casi vi furono dei contatti diretti – anche emotivi – tra le parti stesse. Eunice Williams fece quattro diverse visite ai suoi parenti in Nuova Inghilterra. Ogni volta essi le davano il benvenuto con eccitazione e grandi speranze per un suo “permanente” ritorno, ma non vi fu mai cenno che lei avesse neppure lontanamente preso in considerazione l’ipotesi.
Lei riconosceva il richiamo del sangue, ma altri più forti richiami la riportavano indietro in Canada, alla famiglia Kanienkehaka che l’aveva adottata. Lei era diventata un’indiana in tutto eccetto che nel sangue, e preferì restare così. Fu lei l’ultimo membro vivente dell’intero gruppo del “massacro”.
La porta di Sheldon House
La distruzione di Deerfield avvenne all’inizio della lotta anglo-francese per il controllo del Nord America. E fu a malapena un atto nel lungo, doloroso dramma del “bianco” contro il “rosso”. Ma è rimasto tra le memorie speciali e durature. Ancora nel XIX secolo i bambini della Nuova Inghilterra giocavano un gioco chiamato “Il Massacro di Deerfield”, completo di finti scalpi e cattura dei prigionieri. Un curioso legame crebbe tra Deerfield e i discendenti di quegli stessi indiani canadesi che avevano preso parte all’attacco, con visite avanti e indietro da entrambe le parti. E specifici ricordi del “massacro” sono stati conservati con cura – quasi con amore – fino a oggi. Di fatto Deerfield oggi ricorda entrambe le parti della sua precedente esperienza di frontiera. Resta un villaggio squisitamente tranquillo – e bello – con la sua strada principale fiancheggiata da vecchie case museo (dodici delle quali aperte al pubblico). Ma il suo oggetto più celebrato è un’antica porta di legno, quella di casa Sheldon, piena brecce da fendenti di colpi di accetta causati da quella amara notte d’inverno del 1704.

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Commenti

Una risposta a “Il massacro di Deerfield”

  1. DOMENICO RIZZI, il 17 ottobre 2011 15:02

    La Connecticut Valley e la Pocumtuck Valley che si trova vicina ad essa sono lo scenario in cui si svolgono i miei due libri “Le streghe di Dunfield” e “I peccati di Dunfield”, ai quali seguirà il terzo ed ultimo libro della trilogia nel 2012. Una copia del mio primo libro si trova anche presso la biblioteca civica di Deerfield. Per chi vuole leggere la storia come romanzo…

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