Ferite di freccia

A cura di Gualtiero Fabbri da un lavoro di E. L. Reedstrom

Molti esperti chirurghi militari che avevano avuto modo di osservare tra il 1866 e il 1889 parecchie ferite da freccia da parte di Indiani, ebbero modo di notare la rapidità con cui gli indiani americani riuscivano a scagliarle durante i combattimenti contro i soldati.
Dichiararono che trovare un militare colpito da una singola freccia era un fatto eccezionale, perché quando una freccia trovava il suo bersaglio era rapidamente seguita da altre due o tre. Uno dei primi metodi chirurgici per rimuovere le frecce dalle ferite comportava l’uso del celebre: “Duck-bill forceps” o forcipe ad immersione.
Questo strumento, con una grande varietà di modificazioni fu utilizzato per tutto il periodo delle guerre indiane. Per l’estrazione della freccia si raccomandava di dilatare il foro di entrata, la punta andava presa con forza dalle pinze, e nell’estrazione questa restava protetta tra i due bracci della pinza, il tutto eseguito con elaborata perizia per evitare ulteriori lacerazioni dei tessuti.
La maggior parte delle frecce da guerra erano lunghe circa 24-29 pollici (61-74 cm), le penne erano principalmente di aquila o di tacchino selvatico, le punte delle frecce da guerra erano facilmente distinguibili da quelle per la caccia; se il colpito da una freccia riusciva a sfilarsela da solo significava che era una freccia per la caccia, le punte da guerra erano seghettate o spinate e per poterle estrarre bisognava “tagliarle fuori”, oppure spingerle attraverso il corpo.


Dettaglio della realizzazione di arco e frecce tra gli Arikara

Le punte erano applicate all’asta della freccia in modo orizzontale, perché le costole in un corpo umano sono poste orizzontalmente; le frecce da caccia invece avevano il tagliente posto verticalmente, questo perché negli animali cacciati, in genere, si presentano in modo verticale.
Inserendo le piume in maniera particolare, gli indiani riuscivano a controllare il volo della freccia e la sua rotazione in un modo talmente preciso che otto volte su dieci riuscivano nell’intento di far penetrare la freccia tra le costole; il calcolo di questo sistema deve essere costato centinaia di anni di studio.
Nell’estrazione della freccia il tempo era essenziale. Il calore e l’umidità del corpo iniziavano ben presto ad ammorbidire la colla e i tendini che tenevano fissata la punta all’asta e se la freccia restava più di mezz’ora nel corpo, era certo che tentando di sfilarla la punta sarebbe rimasta nella ferita.
I chirurghi ebbero modo di sperimentare le varie tecniche di estrazione, sia sul campo che sul tavolo operatorio e furono concepite nuove tecniche e nuovi strumenti per rimuovere le frecce con la punta seghettata quando queste erano sepolte nei tessuti molli nella cavità addominale o piantate nelle ossa.


Uno strumento per estrarre le frecce

Usando l’asta della freccia come guida si inseriva un ferro, di adeguata lunghezza, (quelli ufficiali erano lunghi una trentina di centimetri) che disponeva di un anello alla sommità, con questo anello si agganciava la punta della freccia, poi lentamente e con attenzione si sfilava l’insieme dalla ferita, evitando così il mortale distacco della punta.
Quando la freccia era piantata in un osso e non era possibile rimuoverla con il sistema precedente e nemmeno aggiungendo una leggera oscillazione della freccia accompagnata da lievi trazioni, il consiglio era di procurarsi un pezzo di fil di ferro ben temprato, lungo una settantina di centimetri, di far passare all’estremità del ferro un filo per sutura attraverso due fori praticati, per poi inserire il piccolo cappio risultante attorno all’asta della freccia e spingerlo col ferro fino alla punta; una volta raggiunta la posizione, tirando il filo si doveva “catturare” la punta in questo cappio e recuperare tutto assieme, ferro e freccia.
Più di sette feriti da freccia su dieci morivano e a questo risultato contribuivano molti fattori, tra cui lo shock, l’avvelenamento del sangue, la recisione di un’arteria, o un’infezione, o il veleno di serpente o di fegato marcito di animali che talvolta veniva spalmato sulla punta.


Guerrieri Apache con archi e frecce

La percentuale più alta di ferite mortali veniva da quelle all’addome, fatto talmente ben noto che praticamente l’ombelico era il punto a cui miravano sempre gli indiani.
I messicani, grandi esperti nella lotta contro gli indiani, all’occorrenza si proteggevano l’addome con coperte piegate molte volte.
Dopo che gli Apache riuscirono a procurarsi armi da fuoco le ferite da freccia diminuirono, ma l’utilizzo dell’arco non fu mai abbandonato e ancora dopo il 1885 gli Apache ostili venivano sempre trovati in possesso di armi moderne, ma assieme a queste era presente l’arco, utilizzato come seconda arma o in casi di emergenza.
Quelli che seguono sono alcuni casi di gravi ferite da freccia, presi da “Report of surgical cases treated in the Army of the United States from 1865-1871”, dove venivano raccolti i rapporti dei medici intervenuti.


Il corpo di un militare, ucciso con frecce e mutilato

  • Soldato Robert Nix, 11° Fanteria, compagnia G, ferito nei pressi di Camp Lincoln, territorio dell’arizona, ottobre 1868. Leggera ferita da arma da fuoco nella parte superiore del braccio sinistro. Taglio da freccia all’orecchio sinistro, due leggere ferite da freccia, da una delle quali si è profusa un’emorragia. Due ferite da freccia al ginocchio sinistro con perforazione della membrana sinoviale, ma senza danni all’osso. Ferita da arma da fuoco al gomito sinistro. Ferita da arma da fuoco al terzo dito della mano destra. Durante le otto ore successive si è indebolito notevolmente a causa della perdita di sangue e del tempo trascorso a cavallo – trasportato da un compagno – nel rientrare con la squadra dei soldati. E’ morto il mattino seguente ed è stata osservata una dilatazione e ipertrofia del cuore già presente in precedenza.
  • Soldato Constand Queswelle, 26 anni, 13° Fanteria, 24 maggio 1868, colpito a mezzo miglio da Camp Reeve, territorio del Montana; mentre faceva pascolare gli animali, è stato centrato da sette frecce. Una freccia è entrata nella cavità (toracica) attraversando l’ottava vertebra dorsale e una attraverso la nona, tre frecce hanno attraversato l’avambraccio, una è entrata tra la quinta e la sesta costola dalla parte destra, una ha attraversato il palmo della mano destra. Presumibilmente la morte è stata istantanea.
  • Nate Cabtree, 38 anni,24 aprile 1868, mentre si aggirava alla ricerca di alcuni capi di bestiame è stato colpito con nove frecce. Una nei glutei, una al polmone sinistro, una all’addome, una è penetrata nell’Omero, una ai testicoli, una nella schiena, vicina alla colonna vertebrale, una alla vescica, una è rimbalzata, strisciando per nove pollici lungo la nona costola. E’ stato trasportato all’ospedale di Camp Cooke, territorio del Montana. Alcune frecce sono state rimosse dai compagni, altre, compresa quella ai glutei, penetrata dieci pollici e mezzo, le altre in ospedale, è morto cinque ore dopo il ricovero.
  • Soldato Patrick D. Smith, 18° Fanteria, 11^ compagnia, attaccato il 26 settembre del 1866, a circa sei miglia da Fort Kearny, territorio del Dakota, da tre indiani, colpito da cinque frecce e parzialmente scalpato. La mattina seguente è stato visitato da due medici, due frecce erano rimaste nel corpo, una conficcata sotto il rene destro, l’altra perforando la cartilagine tra la prima costola e lo sterno, si è conficcata per una lunghezza di tre pollici, le frecce sono state estratte, una freccia aveva colpito il polmone destro procurando una ferita leggera, l’altra, penetrando per otto pollici aveva leso la “vena cava discendente” (superiore). Il paziente è morto alle ore dieci del 28 settembre.
  • Soldato James Spillman, 7° Cavalleria, squadrone B, 22 anni, ferito da frecce la mattina del 12 giugno 1867, a circa un miglio da fort Dodge, da parte di indiani Kiowa. Mentre era a guardia della mandria è stato raggiunto da tre frecce, una ha colpito la spalla destra, un’altra ha colpito nella zona destra ed è rimbalzata su una costola, procurando una lesione lunga tre pollici, la terza ha colpito la regione lombare destra penetrando per otto pollici nella cavità addominale. La prima freccia è stata rimossa tagliandola in due parti, la freccia nell’addome è stata estratta con grande difficoltà, dopo aver allargato la ferita sono state inserite due strette asticciole ai lati della freccia, in profondità, fino alla punta di ferro, le asticciole sono servite come giuda e come protezione durante l’estrazione della freccia. L’uomo è morto il giorno successivo alle tre pomeridiane. Il suo vero nome è risultato essere Wise di Washington. Le due frecce estratte sono visibili al “Army Medical Museum”, Washington DC, al numero 5651 nella sezione medica.
  • Messicano sconosciuto, ucciso in uno scontro con gli indiani a circa settantacinque miglia a nord-ovest di Fort Chonco, Texas, il 22 febbraio 1868.
  • Soldato William Drumm, 14° fanteria, compagnia G, anni 20, ferito in combattimento contro gli indiani Apache l’11 novembre 1867. Una freccia è entrata sopra lo zigomo dalla parte sinistra della faccia, passando sotto la parte inferiore dell’orbita, a mezzo pollice dal naso, un’altra freccia ha trapassato i tendini del “Latissiumus Dorsi” (muscolo grande dorsale) dalla parte destra e passando dietro, verso la colonna vertebrale è penetrata per due pollici e mezzo. Ricoverato nell’infermeria di Fort Whipple, territorio dell’Arizona, è stato dimesso il 3 dicembre 1867.
  • Soldato Thomas Dutton, 23 anni, 32° Fanteria Colorado, compagnia K, ferito in un attacco di Apache alla carovana di carri di cui faceva parte, nel fondo del Senorita Valley, Territorio dell’Arizona, l’8 maggio 1869; è stato colpito al collo da una freccia penetrata dalla parte posteriore; ricoverato presso il posto ospedaliero di Camp Critteden, territorio dell’Arizona è stato dimesso il 17 maggio.
  • Soldato George Duggan, 8° Cavalleria, squadrone K, ferito nei pressi di Camp Willow Grove, territorio dell’Arizona, l’8 novembre 1867, da una freccia penetrata da dietro nella zona toracica destra, è morto il 17 dicembre; l’autopsia ha evidenziato che la freccia è penetrata appena al di sopra del diaframma e con cui la punta della freccia è venuta a contatto, questo ha procurato un ascesso con abbondante materia purulenta. Altri tre casi simili sono riportati con ferite in questa prima sezione (del torace). Gli “special reports” indicano poi ulteriori sei casi di ferite peritoneali; dei nove, sette sono morti e dei due superstiti si dubita che vi fosse perforazione della sacca peritoneale.
  • Soldato Samuel Brown, 10° cavalleria, squadrone F, ferito nei pressi del Canadian River, Texas, il 2 dicembre 1868, la freccia è entrata nell’addome dal lato sinistro per tre quarti della sua lunghezza, attraversando un’ottantina di pollici di intestino tenue, l’intestino è stato perforato in quattro posti, le ferite sono state suturate, la porzione sporgente di intestino è stata poi reinserita attraverso la ferita che è stata allargata appositamente per questo. Quando è stato ritrovato, l’uomo era rimasto fuori tutta la notte ed era in stato di collasso, è stato trasportato con un’ambulanza ma non ha ripreso conoscenza. E’ morto due giorni dopo.
  • Soldato Conrad Tragesor, 8° cavalleria, squadrone I, ferito in combattimento contro gli indiani Apache a Sunflower Valley, territorio dell’Arizona, il 9 marzo 1870. La freccia è penetrata da dietro, a quattro pollici dalla spina dorsale, sopra la cresta dell’Ileo, dal basso verso l’alto. Il rene, evidentemente, è stato colpito, urinava; poca quantità, ma frequentemente, urina e sangue. Si presentava pallido, ansioso e con un’espressione di grave sofferenza, polso debole, è stato trasportato in ambulanza a Camp McDowell, Arizona, distante una trentina di miglia, lungo una grezza e pietrosa strada collinare. E’ morto il giorno successivo, l’autopsia ha accertato che la freccia ha trafitto il rene vicino al bordo, uscendo a poca distanza dal bacino, è stato trovato un pezzo di rene staccato, di forma irregolare, lungo circa un pollice e un altro di circa mezzo pollice, posti dietro al rene nella zona di entrata, con ogni evidenza sono stati recisi quando la freccia è stata estratta, il rene risultava altrimenti sano, l’addome era pieno di sangue.
  • A. H. Smith, assistente chirurgo: durante il servizio a Fort Bliss, Texas, nel 1866, ho avuto occasione di assistere un mandriano messicano, ferito ai testicoli da una freccia scagliatagli da un indiano Apache, la punta di ferro della freccia era rimasta nel testicolo, il fatto era avvenuto tre mesi prima e la ferita si stava cicatrizzando, non è stato difficile individuare il corpo estraneo e rimuoverlo, dopo la rimozione ho trasmesso il reperto al “Army Medical Museum”.

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