Mato-Tope (Quattro Orsi), capo dei Mandan

Mato-Tope
Il capo dei Mandan Mato-Tope era il secondo capo all’interno della sua tribù. La sua fama non è collegata a particolari meriti guerreschi o a episodi noti al di fuori della sua tribù, ma prevalentemente al bene che faceva per la sua gente al punto da essere realmente molto amato. Neppure è possibile collegare i Mandan e il loro capo Mato-Tope a una qualche forma di contrapposizione ai bianchi che avanzavano verso ovest. Del capo Mato-Tope conosciamo prevalentemente quello che c’è stato tramandato dal pittore George Catlin o dall’esploratore tedesco Maximilian Zu Wied che tra i Mandan avevano avuto modo di vivere piuttosto a lungo. Il ritratti che questi due personaggi hanno dipinto del capo Mato-Tope hanno il merito di aver reso famoso quest’ultimo in maniera pressoché universale al punto che i dipinti vengono talvolta usati in maniera imprecisa illustrando argomenti che nulla hanno a che vedere né con Mato-Tope né con i Mandan né con le tribù indiane nelle pianure.
Maximilian Zu Wied lo ha descritto come una persona molto gradevole, estremamente ben voluta dalla sua gente e come un valoroso guerriero. Il pittore George Catlin ebbe la fortuna di ricevere un dono molto importante da Mato-Tope, una meravigliosa pelle di bisonte su cui erano stati dipinti i principali episodi della vita del capo; tra questi una particolare rilevanza hanno alcuni episodi guerreschi contro nemici dei Mandan. Catlin ricorda bene che è lo stesso Mato-Tope ebbe occasione di dirgli che tutti gli episodi che erano descritti sulla pelle di bisonte erano assolutamente veritieri in quanto se così non fosse stato lo stesso Mato-Tope si sarebbe ridicolizzato agli occhi della sua tribù.


Un luogo sacro ai Mandan

Maximilian Zu Wied riuscì ad acquistare un abito di pelle di bisonte conciata da Mato-Tope e su questo abito erano state dipinte altre azioni è lui che avevano contraddistinto la vita del capo. Lo stesso Maximilian Zu Wied ci ha lasciato una descrizione molto interessante di Mato-Tope. Eccola: In questo racconto si è tanto parlato di quest’uomo squisito, che voglio spendere ancora qualche parola su di lui. Non solo era un ottimo guerriero, ma il suo carattere presentava anche nobili tratti di fondo. In guerra aveva sempre saputo essere all’altezza della sua eccellente fama. Rischiando la propria vita seppe guidare a Fort Clark una delegazione di Assiniboine che era venuta a Min-Tutta-Hangkusch per concludere la pace, mentre la sua gente non voleva prendere in considerazione le proposte di pace e li bersagliò con una consistente pioggia di frecce e di piombo. Mato-Tope, dopo aver tentato invano tutto ciò che era in suo potere per eliminare ogni inimicizia, condusse i nemici, con passi cauti tra spari e frecce, scusandosi per il riprovevole comportamento della sua gente. Aveva inoltre abbattuto molti nemici, tra cui cinque capi. La XXII tavola dell’atlante mostra uno di questi atti eroici rappresentati dallo stesso Mato-Tope e di cui spesso mi raccontò. Nel corso di un’incursione a piedi, accompagnato da pochi Mandan, incontrò quattro Cheyenne (i loro peggiori nemici) a cavallo. Quando il capo di questi ultimi si rese conto che i nemici erano appiedati e che il combattimento sarebbe stato impari, ordinò ai suoi di scendere da cavallo: e solo allora iniziò il combattimento.
Mato-Tope secondo Catlin
I due capi si spararono, mancarono entrambi il bersaglio e passarono quindi all’arma bianca. Il capo degli Cheyenne, un uomo forte e robusto, impugnava un pugnale mentre, il più esile Mato-Tope, un’ascia di guerra. Quando il primo era sul punto di trafiggere l’altro, quest’ultimo impugnò il coltello dell’altro dalla parte della lama e si ferì gravemente la mano, ma riusci così a disarmare l’avversario e lo pugnalò, costringendo gli Cheyenne alla fuga. L’abito di pelle che Mato-Tope aveva fatto personalmente e che ho riportato con gioia in Europa, mostra parecchi atti eroici di questo capo, tra cui il duello con il capo degli Cheyenne.

in un altro passaggio il bravo Maximilian Zu Wied ci racconta che Mato-Tope era un capo molto coraggioso ma che come tutti gli indiani aveva una particolare passione per i vestiti che cambiava in occasione di ogni visita. Addirittura in occasione del ritratto il capo si sottopose a una seduta che durò alcuni giorni ma che sembrò non costargli alcuna fatica. Erano piccoli gesti di vanità che nulla toglievano all’importanza di questo guerriero che ci viene descritto così: Mato-Tope portava un coltello lungo come una mano. scolpito in legno dipinto di rosso, infilato orizzontalmente nei capelli, poiché aveva trafitto un capo indiano, con un coltello; più lontano sei bastoncini di legno, colorati di rosso, blu o giallo, tenuti fermi in alto da un chiodo giallo, stavano ad indicare le ferite da pallottola che aveva ricevuto. A ricordare una ferita da freccia, teneva nei capelli una penna di tacchino e sulla parte inferiore del capo portava una penna di gufo colorata di rosso come simbolo dei Meniss-O-Chata “la banda dei cani”. Il suo viso era dipinto per metà di giallo e per metà di rosso, il corpo invece a strisce rosso e marroni oltre ad alcune strisce senza colore che venivano dipinte spalmando il colore con le dita aperte. Sulle braccia, partendo dalle spalle, aveva 17 righe gialle, ad indicare i suoi atti eroici, e sul petto aveva dipinto le dita di una mano, di colore giallo, per indicare che aveva fatto dei prigionieri. Un guerriero cosi agghindato necessita per la sua toilette di più tempo di una donna parigina!


Alcuni simboli legati a cerimonie religiose

Nonostante le parole di elogio scritta dall’esploratore tedesco e dal pittore americano il capo Mato-Tope ebbe modo anche di farsi conoscere negativamente da altre persone, ad esempio dall’agente indiano di Fort Clark, che stufo dei continui attacchi che i Mandan portavano agli Yanktonai, si espresse in maniera molto dura.
La storia gloriosa del capo dei Mandan Mato-Tope volge rapidamente al termine nel corso dell’estate del 1837, quando un battello di commercianti di pellicce che risaliva il fiume Missouri fece scoppiare una terribile epidemia di vaiolo in tutta la zona in cui vivevano i Mandan. Questa epidemia, che quasi annientò la tribù e contro cui i Mandan nulla poterono, non risparmiò Mato-Tope e la sua famiglia. Il 26 luglio 1837, Chardon annotò nel suo diario: Mato-Tope è stato contagiato: impazzì, abbandonò l’accampamento, e di pomeriggio giunse qui. Mato-Tope non era pronto ad accettare il suo destino pazientemente: di fronte alla morte incombente se la prese con ciò da cui non poteva difendersi e accusò i bianchi con parole amare: “Amici miei! Ascoltate tutto ciò che ho da dirvi. Fin dai tempi più lontani di cui io posso ricordare. ho sempre amato i bianchi. Fin da quando ero ragazzo ho vissuto con loro. e in tutta coscienza posso dire di non avere mai fatto nulla di male contro di loro, li ho anzi protetti dagli attacchi degli altri. Nessuno lo può contestare. Mato-Tope non ha mai fatto patire la fame a un bianco, gli ha dato sempre da mangiare, da bere e, se necessario, gli ha fornito una coperta di bufalo su cui dormire. Sono sempre stato pronto a rischiare la mia vita. E anche questo nessuno lo può contestare.


Ancora un ritratto del capo dei Mandan

Ho fatto tutto ciò che un indiano poteva fare per loro e come mi hanno ricambiato? Con l’ingratitudine! Non ho mai chiamato cane un uomo bianco ma ora li considero un branco di cani senza cuore: mi hanno deluso; quelli che ho sempre considerato miei fratelli sono ora i miei peggiori nemici. Ho fatto molte battaglie e sono stato spesso ferito, ma le ferite che i miei avversar! mi hanno inferto sono onorevoli. Amici miei! Non temo la morte. Voi lo sapete bene, ma ora muoio con un viso talmente corroso che persino i lupi fuggirebbero per lo spavento se mi vedessero e direbbero: «Questo è Mato-Tope. l’amico dei bianchi!» Ascoltate bene ciò che ora ho da dirvi, perché sarà l’ultima volta che potrete udirmi. Pensate alle vostre mogli, ai vostri figli, fratelli, sorelle, amici, a tutti coloro che vi sono cari: sono tutti morti o stanno per morire, con il viso distrutto dal vaiolo, di cui sono responsabili i cani bianchi. Pensate a tutto questo, sollevatevi tutti insieme e non lasciatene nessuno vivo. Mato-Tope farà la sua parte!”
Ma del piano disperato di Mato-Tope non se ne fece nulla. L’epidemia si prese, tranne pochi sopravvissuti, l’intera tribù dei Mandan. Mato-Tope dovette assistere alla morte della sua famiglia e, nella più nera disperazione si lasciò morire. Il 30 luglio 1837, Chardon scisse nel suo diario: “Mato-Tope, uno dei nostri migliori amici nel villaggio indiano, è morto oggi, compianto da tutti coloro che lo conoscevano.”

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