Gli Anasazi e il misterioso Chaco Canyon

A cura di Davide Zaccaria

Chaco Canyon
È forse il più importante mistero archeologico del Nord America ed ed è legato alla storia degli Anasazi, una civiltà che ha lasciato moltissime tracce di sè prima di scomparire dalla scena storica circa ottocento anni fa.
Chaco Canyon si trova a Four Corners County, nel punto di incontro tra New Mexico, Arizona, Colorado e Utah, a 160 chilometri da Albuquerque, in una zona con bassa vegetazione e frequenti tempeste di vento.
Per rendersi conto della grandezza del territorio, basterà sapere che ha una lunghezza di diciannove chilometri per una larghezza di poco più di un chilometro e mezzo.
Noi oggi lo troviamo arido, ma un tempo al suo interno scorreva copiosamente l’acqua.
Il sito più noto e più grande dell’area abitata una volta dagli antichi Anasazi è Pueblo Bonito, che si trova all’estremità nord di Chaco Canyon.
È uno di quei posti di cui ancora oggi non ci sono prove soddisfacenti per dire che funzione avesse: da anni gli archeologi pensano che sia stata la capitale o il più importante centro religioso di questa ormai estinta tribù.
D’altra parte, degli anasazi si sa relativamente poco, visto che non hanno lasciato nessuna testimonianza scritta.
In primo tempo, la loro origine si era fatta risalire a circa 6.000 anni fa, mentre si è scoperto che le prime notizie verificabili circa questo popolo risalgono a 2.000 anni fa.
Di questa cultura sono rimaste solo i loro pueblo e qualche articolo d’artigianato.
Il sito inserito nello Chaco Canyon è stato scoperto nel 1888 da due cowboy, capitati lì per caso. Allora quest’area era abitata dai Navajo e proprio da una parola di quegli indiani – che significa antichi – è nato il nome “Anasazi”.


Uno scorcio del complesso di costruzioni

Per conoscere meglio gli Anasazi bisogna fare piazza pulita dei luoghi comuni e frugare con attenzione nei luoghi, quelli veri, abitati in tempi remoti da questa tribù.
Nel descriverli sono stati fatti molti errori: per esempio, si è detto che gli Anasazi cacciavano il bisonte e che erano esperti cavalieri, senza pensare che i cavalli in quella zona sono stati portati dagli spagnoli solo cinque secoli fa!
I reperti archeologici hanno rivelato per certo che erano abili contadini e bravi artigiani, capaci di intrecciare delle ceste tanto perfette da poter contenere l’acqua senza disperderla.
Prima del 750 d.C. la popolazione viveva in case fatte con mattoni essiccati e ceramica a fossa seminterrate, che poi si sono sviluppate fino a salire in superficie, dando vita al sistema delle Case Grandi che all’inizio erano composte da una decina di stanze.
Pueblo Bonito, come si è detto precedentemente, era il più grande centro della cultura degli Anasazi ed era la maggiore delle diciannove Case Grandi di Chaco Canyon. Intorno al mille contava solo una ventina di camere, ma 150 anni dopo si era trasformato in una unica costruzione a ferro di cavallo di circa 800 stanze contigue distribuite su quattro piani,tutte più o meno delle stesse dimensioni.
Secono gli archeologi, nel momento della sua massima espansione vivevano a Pueblo Bonito più di mille persone.


Un quadro che rappresenta un guerriero Anasazi

La loro agricoltura era basata sulla coltivazione dei cereali, zucche e legumi.
L’aspetto scarno delle abitazioni testimonia l’usanza di lavorare e cucinare sul terreno.
La struttura omogenea delle stanze e la mancanza di mobili e di altri arredi hanno fatto pensare in un primo momento a una società primitiva nella quale mancassero delle vere gerarchie sociali. Secondo un’altra ipotesi, Pueblo Bonito poteva addirittura essere una specie di enorme convento, nato per ospitare la casta sacerdotale degli Anasazi.
La religione aveva un posto molto importante sulla vita degli antichi abitanti di Chaco Canyon che erano condizionati dal cielo e dalla terra.
La costruzione delle gigantesche “kivas” (delle specie di pozzi aperti), tutte perfettamente tonde, era una caratteristica che si ritrovava in tutti i pueblo degli Anasazi. A Pueblo Bonito le kivas erano trentasette. Avevano al centro un grosso focolare ed erano coperte da un tetto di legno con un foro al centro, che fungeva da ingresso ma anche da camino.
Una delle più grandi kivas di tutto il canyon è Casa Rinconada, perfettamente circolare, di ben venti metri di diametro e di quasi cinque di profondità; una gigantesca fossa scavata sulla sommità di una collinetta a qualche centinaia di metri da Pueblo Bonito e quindi non posta come le altre in un centro abitato.
Sicuramente le kivas erano utilizzate per riunioni e cerimonie sacre. Al centro del pavimento avevano un foro chiamato “sipapu” che secondo gli Anasazi serviva per mettersi in contatto con gli spiriti degli antenati ma anche con le forze del centro della terra.
In effetti gli insediamenti e le kivas erano stati costruiti in particolari punti del canyon, dai quali si sprigionerebbero i cosiddetti “vortici”, forze telluriche che hanno la forma di una spirale.


Un’immagine di una kiva

La potenza della forza della natura era un pensiero fisso per il popolo del Chaco Canyon.
Nella loro ritualità, però, c’era anche un aspetto molto inquietante. Dallo studio dei resti ritrovati nelle kivas si è giunti alla conclusione che gli Anasazi praticassero il cannibalismo. A provarlo sono stati diversi elementi… Innanzitutto negli anni sessanta sono stati trovati crani fratturati e ossa svuotate fino al midollo. In seguito sono state analizzate alcune feci umane fossili che hanno rivelato la presenza di resti di materiale organico umano. Poi, sono stati esaminati al microscopio elettronico i resti di alcune ossa e si è così appurato che alcune di esse sono state sottoposte a cottura.
Infine, da una pentola sono emerse tracce di mioglobina umana, una proteina presente nel cuore e nei muscoli, a testimonianza che l’orrenda pratica era ancora in vigore al momento dell’improvvisa scomparsa degli Anasazi.
La complessità religiosa di questo antico popolo è confermata dalla loro ossessione per il cielo e le stelle.
La stessa Casa Rinconada avrebbe un allineamento astronomico ben preciso: all’alba del solstizio d’estate pare che il sole vada a illuminare, attraverso una finestra che si apre in direzione nord nord-est, una nicchia posta all’interno della kiva. Quasi tutti gli edifici lasciati dagli anasazi erano poi allineati ad un determinato fenomeno celeste. Come gli Anasazi avessero acquisito una così precisa conoscenza astronomica è ancora un mistero.


L’area detta dei “Four Corners”

Ma gli aspetti di questa civiltà molto sorprendente non sono ancora finiti. Gli Anasazi hanno lasciato molte strade, per una lunghezza totale di 300 chilometri. Incredibilmente, però, molte di queste non seguono una traiettoria logica perchè portano solo a punti particolari del loro territorio, come se fossero state tracciate per scopi rituali, magari per condurre a luoghi sacri dove depositare offerte o celebrare cerimonie.
Un esempio della incredibile abilità degli Anasazi è anche la “Grande Strada del Nord” che parte da Pueblo Alto, sulla mesa che sovrasta Pueblo Bonito, si dirige per tre chilometri a tredici gradi a est del nord, per poi eseguire per venti chilometri esattamente in direzione nord con uno scarto di solo mezzo grado. Ottenere una precisione del genere sarebbe difficile anche usando una bussola, che gli Anasazi però non conoscevano!
La più grande studiosa della cultura del Chaco Canyon, Anna Sofaer, è giunta alla conclusione che gli Anasazi abbiano edifcato le loro costruzioni in base a pecise correlazioni con i movimenti del sole e della luna.
Sia il loro orientamento, sia le geometrie interne e le relazioni geografiche tra i vari siti sarebbero quindi stati dettati dal rapporto con gli astri.
Forse proprio l’estremo rispetto del culto delle stelle e per le forze della natura in genere può aver determinato la loro fine improvvisa, arrivata nel momento del loro massimo splendore.


Un’impressionante vista aerea dell’area del Chaco Canyon

Alfred Witherhill, uno dei cowboy che scoprirono Chaco Canyon, pare sia rimasto impressionato dal suo ingresso nelle abitazioni degli anasazi, tanto da dire: “Quando entrammo nel navajo canyon e scoprimmo le rovine, riportammo il nostro mondo indietro di un numero imprecisato di secoli. Tutto era intatto, esattamente come era stato lasciato dagli abitanti originali. Gli oggetti erano sistemati nelle stanze come se le persone fossero uscite per far visita ai loro vicini. Esemplari perfetti di stoviglie erano adagiati a terra mentre utensili e altri oggetti di ferro e altri attrezzi domestici si trovavano lì dove le donne anasazi li avevano usati per l’ultima volta”.
Che cosa potrebbe essere successo intorno al 1300 per spingere gli abitanti a lasciare la zona in modo precipitoso… ad abbandonare le proprie case?
Dopo mille anni una moltitudine di alcune migliaia di anasazi abbandonò improvvisamente la loro terra spostandosi in un primo momento solo di alcuni chilometri più a nord e, un centinaio di anni più tardi, di altri 500 chilometri più a sud.
Fino a ora sono state fatte diverse ipotesi, ancora però al vaglio degli studiosi.
Si è parlato di un improvviso cambiamento climatico, che avrebbe stravolto sia le culture e il bestiame; altri hanno ipotizzato una serie di invasioni da parte di altri popoli, forse Apache e Navajo che scendevano verso l’Arizona e il Nuovo Messico.
Infine, si è discusso anche di motivi religiosi che avrebbero spinto l’intera comunità a iniziare un esodo guidato dalle stelle.


Pitture rupestri a Chaco Canyon

Una teoria, quest’ultima, che sembrerebbe trovare un appoggio inaspettato: la destinazione finale di questa migrazione è stata la zona di Casas Grandes, nello stato di Chihuahua, esattamente sullo stesso meridiano di Chaco Canyon, il 108°.
Com’è possibile che un popolo così antico sia riuscito a spostarsi per più di seicento chilometri perfettamente verso l’asse nord-sud? E’ un mistero che va ad aggiungersi agli altri e che rende ancora più enigmatica la civiltà degli Anasazi.

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