Il paese dei pistoleri

A cura di Luca Barbieri

Geuda Springs è uno sputo di paese in mezzo a un nugolo di ghost-towns, non me ne vogliano i duecentodieci abitanti ma non trovo altri termini per definire questo pugno di case gettate nella smisurata prateria del Kansas, nell’estremo meridione, quasi a confine con l’altrettanto sconfinato mare d’erba dell’Oklahoma. “Uno sputo di paese”, già, ma qui, ad esempio, venne a morire Luke Short, dandy dal cappello sulle ventitré la cui apparenza da gentiluomo nascondeva uno dei più freddi e spietati killer delle cronache del West, e gli amorevoli Bonnie & Clyde (amorevoli tre loro, è chiaro) ci venivano talvolta a svernare tra una rapina e l’altra; senza contare i fugaci passaggi, simili a frustate di fulmini, dei ragazzi Dalton. Chi abita da queste parti ha dunque familiarità col secco suono di un revolver usato per fendere carne umana; e allora nulla di strano se, recentemente, questo “sputo di paese” è tornato agli onori delle cronache col soprannome di “paese dei pistoleri”.
Il motivo? Date un’occhiata alle trenta righe dell’ordinanza numero 342, a firma dei cinque consiglieri comunali, il cui succo si può riassumere così: ogni cittadino dovrà munirsi di un’ arma da fuoco e di munizioni, chi non lo fa verrà multato.


Uno scorcio di Geuda Springs

Diavolo, roba d’altri tempi, roba che porta subito alla memoria altre celebri ordinanze di ancor più celebri città del bestiame, le cui Main Streets venivano calcate dai pesanti stivali di gente dal nome ingombrante e dalla ancor più ingombrante pistola. Solo che in quell’epoca, conosciuta ai più per la sua violenza, si “vietava” di portare armi in città per evitare disordini: paradossi della storia!
Padrino putativo dell’ordinanza si dichiara una delle cinque firme in calce, un tale John Brewer (cognome famoso non vi pare? È lo stesso di quel Dick che condivise la lotta disperata del Kid), dai lunghi capelli incolti, sebbene un po’ radi sulle tempie, barba da minatore, faccia color del cuoio e pelame candido che rivela un’età non più da ragazzino. Si giustifica scuotendo le spalle (“perché questo non è affare da giornalisti, non mi piacete e statevene alla larga”) e affermando che, visto che lo sceriffo della contea non ha abbastanza uomini per sorvegliare il territorio – storia vecchia per chi conosce un po’ il Far West – e che la zona è battuta da non meglio identificati “bad boys” (teppistelli diremmo noi), i cittadini di Geuda Springs, volenti o nolenti, sono costretti a difendersi da soli; e per questa gente, che ha conosciuto il cilindro di Luke Short e il sorriso sghembo dei Dalton, questo vuol dire avere un’arma in mano e sentirsi liberi di usarla.


L’ultimo assalto dei Dalton

Philip Russell, altro firmatario ma meno rude di Brewer, scomoda la storia cittadina per trovare i giusti alibi al colpo di testa del consiglio. Lungo la ferrovia che portava a Santa Fè, racconta, un tempo scendevano a rincorrere la fortuna fiumi di coloni, molti dei quali medici, perché a Geuda Springs sprizzava dal terreno una ricchezza liquida: non petrolio ma acque termali, sette diverse sorgenti, scoperte dagli indiani Ponca. Il nome della città deriva infatti dalla loro lingua: ge-u-da-ne (le prime tre sillabe in lingua Ponca significano qualcosa a metà tra termale e minerale, la quarta vuol dire sorgente). Quelle acque curavano, o almeno così si dice, tutto, ma proprio tutto, compresi i disturbi mentali, dunque tutti gli squilibrati del West vi si precipitavano in massa, armati di tutto punto. Ecco la ragione della familiarità dei suoi abitanti con pistole & affini….


Liti tra pistoleros e uomini di legge

Cento e passa anni fa, poi, Geuda non era affatto uno “sputo” bensì una città dieci volte più grande di adesso, visto che il censimento dell’ epoca la accredita di quasi tremila abitanti: forse è proprio per questo che i superstiti non vogliono ammettere il tramonto dell’epopea western, che li aveva visti al centro della scena, e trascorrono il loro tempo ad accarezzare amorevolmente le loro Colt, rimuginando sui fasti del passato.

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