Joaquin Murrieta, “desperado” californiano

A cura di Gualtiero Fabbri

Pare che il romanzesco personaggio di Zorro sia stato ispirato dalla figura di un “desperado” Californiano vissuto nella metà dell’ottocento: Joaquin Murrieta.
Murrieta era un messicano californiano che nel periodo della corsa all’oro si trasferì con la moglie Rosita (Rosa) e il fratello maggiore Carlos nei campi auriferi. A quei tempi e in quei luoghi la vita per la gente di origine non anglosassone – essenzialmente messicani e cinesi – era molto dura e soggetta ad ogni angheria di ogni prepotente.
I suoi fratelli, almeno in un primo momento, ebbero fortuna e riuscirono ad avere una concessione (il “claim”) ricca di possibilità.
Per impossessarsi della concessione dei Murrieta, alcuni “onesti” cittadini americani si inventarono il furto di un mulo da parte del maggiore dei fratelli che – secondo questa ricostruzione – sarebbe stato spalleggiato da Joaquin.
In conseguenza di questo ipotizzato furto, Carlos fu impiccato e Joaquin frustato pubblicamente.
La moglie, infine, fu ripetutamente violentata dai presunti tutori dell’ordine e a seguito delle violenze di lì a poco morì.
Pazzo di dolore, Murrieta giurò vendetta e assieme ad una banda di disperati come lui, chiamata dei “Cinque Murrieta” per un breve ma intenso periodo mise a ferro e a fuoco il sud della California, riuscendo ad uccidere gran parte dei suoi persecutori prima di venire ucciso, lui stesso, in uno scontro a fuoco con i California Rangers del capitano Harry Love.
Nel frattempo, lo Stato della California aveva posto sulla sua testa una taglia di 5.000 dollari che nell’America del 1853 era una somma enorme!
Per riscuotere la taglia i Ranger tagliarono la testa a Murrieta, conservandola in salamoia dentro ad un vaso insieme alla mano del suo aiutante a cui mancavano due dita.
Non si è totalmente certi della sua fine e alla famosa testa tagliata sembra mancasse una profonda cicatrice… Insomma, qualcuno ha insinuato il sospetto che in realtà il morto fosse un altro e Joaquim forse scampò allo scontro e ritornò, vivo e vegeto, in Messico.
Ritratto di Joaquin Murrieta
Dai documenti ecclesiatici sappiamo che Murrieta nacque nel 1830 nella parte meridionale del Sonora. Il padre si chiamava anche lui Joaquin Murrieta, la madre, Rosalia, in precedenza era stata sposata con un tale Carrillo e proprio “Carrillo” fu anche uno dei nomignoli usati da Murrieta ai tempi delle sue malefatte.
Il giovane sposò Rosa Feliz di Vayoreca e dopo la scoperta dell’oro si trasferì in California con la moglie, il fratello maggiore, Carlos, e tre cognati, fratelli della moglie. Mentre i cognati iniziavano la ricerca dell’oro, Joaquin e la moglie si trasferirono a Niles Canyon, dove Joaquim si impiegò come vaquero e “mestenero” (cacciatore di mustang) a Brentwood Oackley.
I verbali giudiziari riportano che uno dei cognati di Murrieta, Claudio Feliz, fu accusato del furto dell’oro di un altro minatore; pare che le prove fossero certe e per questo fu rinchiuso nel carcere di Stockton in attesa del processo, ma da lì riuscì ad evadere, pronto a dare il via ad una nuova carriera di rapinatore.
Nel 1850 Claudio era già a capo di una banda che rapinava “democraticamente” anglos, messicani e cinesi, ma soprattutto contro questi ultimi, i più indifesi e miti, si scatenò la furia predatoria del desperado.
Il primo attacco della banda del cognato di Murrieta, composta allora da dodici elementi (tra cui sette anglo-americani), avvenne nella Contra Costa County al Ranch di John Marsh (Los Meganos) nella notte del 5 dicembre 1850 e nella rapina venne ucciso con un colpo di lancia un tale William Harrington presente al ranch.
Il 15 dicembre si registrò un nuovo attacco, stavolta al ranch di Digby Smith. Nel corso di questa rapina persero la vita Smith, un colono e il cuoco, uccisi mentre la casa veniva data alle fiamme. I cadaveri carbonizzati dei tre furono trovati tra le ceneri del ranch.
Nel febbraio dell’anno dopo ci fu un attacco al ranch di Anastacio Chabolla vicino a San Josè, ma ormai i rancheros della zona erano in allarme e dopo una sparatoria la banda fu messa in fuga.
I banditi cambiarono allora obiettivi e si spostarono verso le zone aurifere dove si misero a rapinare viaggiatori solitari o con poca scorta. Un truce particolare di questo nuovo periodo di banditismo della banda era rappresentato dalla sistematica uccisione dei rapinati, operata per impedire eventuali testimonianze.


Un ritratto di Joaquin Murrieta

A questo periodo risale l’adesione alla banda da parte di Joaquin Murrieta e un fratello di Claudio, Reyes Feliz. A questo punto la banda era ormai quasi esclusivamente formata da ispanici, anche se ancora vi erano nel gruppo almeno tre “anglos”.
Naturalmente, la lunga sequela di attacchi e rapine, violenze e uccisioni non poteva lasciare indifferente la gente e questo spinse gli sceriffi ad agire con decisione. Quando la pressione delle forze dell’ordine si fece pesante, Murrieta lasciò la banda per un certo periodo e andò a Los Angeles dove convisse con una tale Anna Benitez e poco dopo fu raggiunto anche da Reyes Feliz.
La banda di Claudio Feliz continuò imperterrita nelle sue attività criminali e si hanno notizie certe di un altro attacco fallito contro il ranch di John Kottinger, a Pleasanton, attacco sventato dalla moglie del rancher.
La fine della banda Feliz iniziò dopo una rapina per strada dove fu coinvolto un certo Agapito, appartenente ad una vecchia e potente famiglia californiana di Monterey, una di quelle famiglie che si arrogavano il potere di amministrare la pace (e magari anche la giustizia) sui loro territori. Quest’ultima aggressione fece perdere alla banda la protezione omertosa che i messicani garantivano sempre e comunque ai loro connazionali, per cui la banda ad un certo punto fu intercettata e Claudio Feliz rimase ucciso nella sparatoria.


Ancora un ritratto, tratto dai giornali del tempo

Il nostro “eroe” era a Los Angeles e lì rimase coinvolto assieme al cognato nell’omicidio del generale della milizia Joshua H. Bean, un eminente personaggio politico della California e fratello del leggendario giudice Roy Bean. L’omicidio avvenne durante una sparatoria fuori dalla missione di San Gabriel, sembra a causa di una donna. Le forze dell’ordine arrestarono Reyes Feliz, Salomon Pico e diversi appartenenti alla “Pico Gang”, mentre Murrieta riuscì a fuggire e a riparare nel Niles Canyon, con i superstiti della banda di Claudio Feliz. Al cognato toccò il triste destino dell’impiccagione a Los Angeles, quale punizione per l’omicidio di Bean.
Alcuni anni dopo iniziò a circolare l’ipotesi che l’autore del delitto fosse in realtà Murrieta, ma non ci fu alcun seguito giudiziario.
All’inizio del 1853 la nuova banda guidata da Murrieta entrò in piena efficienza e nel giro di due mesi mise a segno un’impressionante serie di rapine a danno dei cercatori d’oro; si registrarono ben 22 omicidi attribuiti alla banda e, come si è detto prima, le vittime erano in gran parte di etnia cinese, ma nonostante questo (la giustizia era meno sollecita quando gli omicidi colpivano le minoranze etniche), Murrieta era ormai troppo e tristemente conosciuto e la sua banda dovette ritirarsi per un certo periodo nella selvaggia valle del San Joaquin.


Un agguato della banda di Murrieta

Lo Stato corse ai ripari e autorizzò la nascita di una compagnia di California Rangers con l’atto costitutivo del 17 maggio del 1853. I Rangers vennero affidati al comando del capitano Harry S. Love, un veterano della guerra contro il Messico che ne arruolò personalmente 20, scegliendoli tra i vecchi ed esperti commilitoni e con loro iniziò la caccia ai banditi.
La ricerca fu infruttuosa per alcuni mesi, finchè non si riuscì a catturare l’ultimo superstite dei fratelli Feliz, un tale Jesus, il quale non solo indicò l’ubicazione del covo della banda, ma accusò Murrieta anche dell’uccisione di Bean a Los Angeles. Forse a farlo parlare in maniera così decisiva fu il rancore verso il cognato, colpevole secondo lui, di aver abbandonato il fratello Reyes alla forca pur sapendolo innocente o, forse, furono i metodi piuttosto spicci dei Rangers.
Il 25 luglio del 1853 i Rangers intercettarono la banda nei pressi del Cantura Canyon, (vicino all’attuale Coalinga) nella Fresno County e nello scontro a fuoco uccisero Joaquin Murrieta e il suo braccio destro e catturarono altri due banditi, uno dei quali si “suicidò” durante il viaggio di ritorno alla base, mentre il secondo fu linciato a Fresno dopo qualche giorno.


L’avviso dell’esposizione della testa del bandito

A quel tempo non c’erano foto segnaletiche, impronte digitali o test del DNA, per cui il sistema più sicuro per identificare una persona (anche se cadavere) era portarsi dietro l’originale, quindi i rangers tagliarono la testa di Murrieta e la mano e la testa del suo vice Manuel Garcia, detto anche “Three-Fingered Jack” per via della mancanza di 2 dita. La seconda testa, mal conservata, fu sepolta nei pressi di Fort Miller (Millerton).
I Rangers mostrarono la testa di Murrieta, conservata nell’alcool, nei vari insediamenti dei campi auriferi, dove l’uomo era conosciuto e fu da molti ritenuto essere il vero Joaquin. Anche il cognato lo riconobbe!
Tempo dopo una giovane donna che passò per essere la sorella, negò che la testa fosse di Joaquin, perche mancava una profonda cicatrice che ci sarebbe dovuta essere. Ma la cicatrice apparve per la prima volta sulla fronte di Murrieta nel dramma di Howe e solo da lì in poi molti “testimoni” parlarono dello sfregio.
Queste sono le scarne notizie, alcune accertabili e altre plausibili, che si conoscono sul desperado Joaquin Murrieta.
Su altre questioni si può ragionare. Ad esempio, se fosse vera la storia delle violenze alla moglie, ce ne sarebbe stata traccia sui giornali, visto che nei campi auriferi californiani la violenza sulle donne era una cosa estremamente rara e molto malvista. I casi verificatisi furono tutti ampiamente riportati e commentati sui giornali del tempo, mentre non c’è traccia di violenze verso Rosa Feliz.
Non c’è traccia nei registri dello Stato o della Contea della taglia di 5.000 dollari su Murrieta, ma sappiamo che ne furono stanziati 3.000 come premio per i rangers qualora avessero avuto ragione del bandito. Siamo anche a conoscenza di una colletta eseguita tra i residenti cinesi che fruttò 1.000 dollari che furono versati a titolo di gratitudine al Capitano Love. Sappiamo anche che la Compagnia fu sciolta dopo la dispersione della banda di Murrieta.
La testa del bandito
Il fratello di Joaquin Murrieta, Carlos, non fu linciato, ma tempo dopo tornò a stabilirsi in Messico e le carte di famiglia lo davano ancora vivo nel 1860.
Jesus Feliz, il cognato delatore, fu rilasciato e si stabilì a Bakersfield dove mise su famiglia e dove morì nel 1910.
Una versione alternativa della morte di Murrieta dice che fu ucciso in uno scontro, sempre nel 1853, ma a Niles Canyon che allora era parte della Contea di Contra Costa. Il bandito sarebbe stato sepolto in una cappella di adobe appartenente alla famiglia.
Nel 1986 il pavimento della cappella fu scavato per cercare i resti di Murrieta senza successo.
La testa e la mano furono esposte per molto tempo nelle fiere, dove si potevano ammirare al prezzo di 1 dollaro. Dopo molto girovagare entrambi i reperti finirono in bella mostra al Golden Nugget Saloon di San Francisco e sparirono definitivamente nel terremoto del 1906.
Dai fatti ci risultai definitiva che Joaquin Murrieta sia stato un bandito di strada spinto dalla molla del denaro. La sua carriera di malfattore fu molto breve (alcuni mesi), ma il mito è stato molto più longevo.


Una leggenda nata tra le pagine dei libri (e non solo)

La storia di Murrieta la si può leggere in un piccolo libro di 90 pagine scritto da John Rollin Ridge nel 1854 e intitolato “The Life and Adventures of Joaquin Murieta, The Celebrated California Bandit,” pubblicato un anno dopo la morte del bandito.
John Ridge era un giornalista-poeta e prendendo come spunto la vicenda del bandito, tratta da alcuni articoli di giornale, scrisse una storia di amore e vendetta con un eroe vittima della prepotenza della società verso i più deboli.
Cinque anni dopo un editore ripubblicò in dieci puntate il racconto di Ridge sul “California Police Gazette”, copiandolo quasi esattamente, con il titolo “The Life of Joaquin Murieta, Brigand Chief of California”. La nuova versione, che diventò ancora più famosa dell’originale, subì qualche variazione; la moglie prese il nome di Carmela e venne uccisa direttamente dai violentatori, Joaquin Murieta acquistò in compenso una bella amante, Clarina. Dalla raccolta delle dispense fu pubblicato un nuovo libro che,
attraversato l’Oceano, arrivò in Europa, registrando un successo strepitoso in Spagna.


La lapide che ricorda l’uccisione di Murrieta

Lì la prima edizione andò a ruba e il bandito divenne noto quasi quanto in California come “il paladino contro le ingiustizie”; dalla Spagna, il libro passò in Francia e dal francese fu tradotto nuovamente in spagnolo da Roberto Hyenne per il mercato cileno con il titolo “El Bandito Chileno”. Qui Murieta perse la cittadinanza messicana per acquistare quella cilena, con tanto di nascita a Quillota nel 1829. Nella sua nuova nazione Joaquin Murrieta venne assunto come ideale di paladino contro le ingiustizie e addirittura gli fu scolpita anche una statua.
Il tour mondiale si chiuse quando un tal Professor Agicar, agendo in ulteriore plagio della versione cilena ripubblicò il tutto in Spagna col titolo “El Caballero Cileno”.
Quando “El caballero Cileno” fu stampato anche in Messico finalmente il bandito riprese la sua vera cittadinanza.
Charles Howe scrisse un dramma teatrale intitolato ”Joaquim Murieta de Castiglia” ispirato a Murieta, ma non è dato sapere se è mai stato portato sulle scene. Alla storia originale Howe fece aggiunte e tagli a piacimento e la moglie di Murrieta prese il nome di “Belloro”.
Tempo dopo la morte di John Ridge (1871), lo storico Herbert Howe Bancroft pubblicò la terza edizione della storia di Murrieta limitandosi ad aggiungere i vari articoli di giornale che parlavano della testa in salamoia e delle sue peripezie. Il fatto che Bancroft fosse uno storico dette alle avventure del bandito una patente di autenticità, che forse non avevano in precedenza.
Il duro sguardo di Murrieta
Un altro storico contemporaneo a Bancroft, Theodore Hittel, scrisse anche lui sul bandito, ma usò lo scritto di Ridge solo come fonte secondaria, avendo constatato, confrontandolo con altre, la sua alta inattendibilità. La conclusione di Hittel, esattamente opposta a quella di Bancroft, fu che Murrieta non fosse stato altro che un bandito di strada, persino più feroce e crudele di altri, a cui attribuire gran parte dei crimini che avvenivano in quelle contrade, allora assai insicure.
Ma Hittel scrisse troppo poco e troppo tardi e la sua versione della storia di Murrieta non fece presa, schiacciata da quelle più appassionanti e avvincenti come quella di Bancroft.
Nel 1880 Cincinnatus Hiner Miller scrisse un lungo poema su Joaquin Murrieta, intitolato “California”, in cui addirittura Rosita, la moglie di Murrieta, viene fatta discendere da Montezuma; il poema fu pubblicato anche in Inghilterra.
Uscirono anche romanzi come “The Saddle King” e “Joaquin: The Claude Duval of California, a romance based on truth”, a firma di Joseph Badger, un autore di “Dime novel”.
Quando negli anni ‘90 dell’ottocento scoppiò la moda delle memorie tra i vecchi superstiti della “frontiera del 49” furono molti che si “ricordarono” di aver conosciuto e interagito con Murieta. Tra questi graziati dalla memoria citiamo Charles Fremont, esploratore, combattente e politico americano, che a dispetto delle date affermò che Murrieta faceva parte delle sue prime spedizioni in California (1845).
Un ritratto di Harry Love
Una delle principali fonti sulla vita del bandito fu per lungo tempo un certo Avelino Martinez, dichiaratosi prima facente parte della banda di Murrieta e poi semplice conoscente, pur sbagliando clamorosamente la data (indicando il 1877)…
Alcuni giurarono che fosse biondo con gli occhi azzurri, altri che avesse occhi scuri e capelli ricci e neri, che bussò ad una infinità di porte, che dormì in moltissime locande; tanta gente ebbe a conoscere un misterioso forestiero protagonista di vari gesti quasi sempre di carità che, allontanandosi, si rivelò essere Joaquin Murrieta in incognito.
Per completare l’opera, alla fine degli anni venti arrivò anche Walter Noble Burns, inventore assieme a Stuart Lake del “personaggio” Wyatt Earp, che scrisse una biografia su Murrieta intitolata “The Robin Hood of El Dorado”, subito venduta ad una casa cinematografica di Hollywood. Murrieta sarà interpretato per la prima volta da Warner Baxter, diretto da W. A. Welman.
Tutta la sequela delle storie scritte a varie riprese su Murrieta è stata tracciata da Joseph Henry Jackson che nel 1949 la descrisse accuratamente nel suo libro “Bad Company”.
Al giorno d’oggi il nome di Murrieta è ancora vivo, equiparato ai vari Jesse James, Butch Cassidy, Billy The Kid… persone che da vittime del sistema sono state trasformate poi in paladini della giustizia e della libertà.
Il movimento “chicano” degli anni 1970 ha adottato Murrieta come simbolo della lotta contro “l’oppressione Anglo”.
Grandi poeti di lingua latina parlarono di lui e tra loro Ireneo Paz, Octavio Paz e Pablo Neruda.
Un libro di Frank Latta del 1980, pure riportando ricerche accurate effettuate in Messico, riporta anche le varie testimonianze orali rilasciate da presunti protagonisti negli anni venti, interviste mai poste ad un vaglio della verifica, che ancor oggi vanno ad alimentare la leggenda.

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