Il declino della frontiera

A cura di Domenico Rizzi

Il 29 dicembre 1890 i cannoni a tiro rapido Hotchkiss dell’esercito americano mettevano la parola fine al capitolo delle guerre indiane. Un mese dopo, l’ultima banda lakota deponeva le armi. Cavallo Pazzo e Toro Seduto erano morti, Geronimo viveva da prigioniero a Mount Vernon in Alabama, Nuvola Rossa stava invecchiando in una riserva sioux del Dakota; i fieri Cheyenne erano stati in gran parte deportati nell’Oklahoma, Comanche e Kiowa rievocavano malinconicamente a Fort Sill le loro gloriose battaglie contro la cavalleria e le formidabili incursioni nel Messico. I Sioux osservavano le mandrie che l’uomo bianco inviava alle loro agenzie, commentando la stranezza di quei bovini dal manto pezzato come gli appaloosa: erano strani quei bisonti pezzati, ma tutto ciò che avevano portato i Wasichu appariva strano, come la loro razza.
Ormai migliaia di miglia di ferrovia congiungevano le città dell’Est alla costa del Pacifico, collegandole a nord, al centro e nell’estremo sud.
La gente dalla pelle bianca non viaggiava più in diligenza, ma si serviva del treno. Anche Nuvola Rossa, Piccolo Lupo e tanti altri leader del popolo rosso erano stati condotti in treno fino a Washington, la città dove abitava il Grande Padre di tutti gli Americani. Durante il lungo viaggio, gli Indiani avevano potuto osservare immense città e regioni sterminate popolate da milioni di persone. New York aveva 2.500.000 di abitanti, Chicago e Philadelphia 1.000.000, San Francisco 300.000, mentre il più grande villaggio che i Pellirosse fossero riusciti a mettere in piedi in tutta la loro storia – probabilmente quello del Little Big Horn nel giugno 1876 – non ne aveva mai accolti più di 8.000.


Delegazione di Sioux a Washington

Gli Stati Uniti erano diventati un grande Paese di 63.000.000 di anime. Invece, tutti gli Indiani messi insieme ne contavano appena 250.000.
Tre anni dopo l’eccidio di Wounded Knee, mentre i solitari Massai e Apache Kid si aggiravano ancora minacciosamente sulle montagne di confine con il Messico, lo storico Frederick Jackson Turner decretava la fine ufficiale della Frontiera, riconoscendone l’insostituibile ruolo nella formazione del carattere degli Americani. Frontiera aveva significato squadre di intrepidi cacciatori che tendevano trappole sulle Montagne Rocciose, carovane in movimento verso il West, corse all’oro nelle valli del Sacramento e sulle Black Hills, piste del bestiame tracciate da audaci pionieri come Oliver Loving e Jesse Chisholm, frenetiche città dove ogni giorno si rischiava di buscarsi una pallottola sfuggita a qualche pistolero. Erano transitati grandi uomini da quelle pianure assolate, lungo i polverosi sentieri e attraverso le aspre montagne dell’Ovest. Gente risoluta e inquieta, che oggi metteva su una fattoria nel Kansas e dopodomani si trasferiva nel Texas per creare un nuovo ranch; gente che aveva il coraggio di svaligiare una banca nel New Mexico e un mese dopo si autoproclamava giudice in una remota contea texana, come aveva fatto Roy Bean. Uomini come Wild Bill Hickok, Wyatt Earp e Bat Masterson che avevano dichiarato guerra alla criminalità perdere di vista i propri affari, che non erano sempre limpidi. L’avanzata della civiltà era passata sui cadaveri di alcuni di loro, risparmiandone altri perché potessero ancora raccontare le imprese di un glorioso passato. L’alba del 1° gennaio 1900, che apriva un nuovo secolo, imponeva una simbolica conta di quanti fossero i superstiti – Bianchi o Pellirosse – della vecchia epopea.


Il luogo in cui si esercitava la giustizia di Roy Bean

Hickok era stato assassinato a Deadwood nel 1876: il generale Custer l’aveva preceduto di un mese e mezzo. Jack Mc Call era stato impiccato nel Dakota per l’omicidio di Hickok circa un anno dopo il misfatto. Texas Jack Omohundro, l’inseparabile “pard” di Buffalo Bill Cody, aveva dovuto gettare le armi nel 1880 di fronte ad una subdola polmonite. Billy il Kid era caduto in un mortale agguato a Fort Sumner nel luglio 1881, ma altri illustri personaggi del crimine lo avrebbero seguito a breve termine: Jesse James, Billy Clanton, Frank e Tom Mc Lowry, Frank Stillwell, Curly Bill Brocius, Johnny Ringo, insieme a gran parte dei masnadieri di Tombstone. Con alcuni la sorte era stata invece inclemente: Doc Holliday si era spento di tisi in un sanatorio del Colorado; il generale Philip Sheridan, che avrebbe voluto tutti gli Indiani morti, considerandola l’unica condizione perché diventassero buoni, era deceduto per un infarto nella sua casa di Nonquitt, Massachussets, proprio mentre il governo si affrettava a riconoscergli l’ambito grado di “full general”, un traguardo riservato a pochi. Il maggiore Marcus Reno, contestato ufficiale di Custer al Little Big Horn, terminava i suoi giorni l’anno successivo al Providence Hospital di Washington, a causa di un cancro alla lingua. Ma oltre a queste figure che avevano abbandonato per sempre il cammino della storia, ve n’erano molte altre che non si rassegnavano all’inevitabile uscita di scena.


L’uccisione di Wild Bill Hickok

Butch Cassidy e Sundance Kid erano emersi quando le più famose bande di fuorilegge costituivano già un ricordo. Tom Horn, eroe delle campagne contro gli Apache e protagonista dell’accanita contesa nota come la Guerra della Contea di Johnson, era finito appeso ad una corda nel 1903, con l’accusa, probabilmente infondata, di avere ucciso un ragazzo di 13 anni. Lo stesso anno veniva sepolta nel cimitero di Mount Moriah, a Deadwood, la donna che sosteneva di avere amato Wild Bill Hickok, dandogli una figlia. Povera e dimenticata, consumata dall’alcool e quasi priva della vista, Martha Jane Cannary detta Calamity Jane spirava in una squallida camera del Calloway Hotel di Terry, nel South Dakota. Come amava raccontare agli amici e scrivere nelle lettere alla sua presunta figlia, i “tempi gloriosi” della sua esistenza erano tramontati insieme al mito del selvaggio West.
Il capo Piccolo Lupo, autore dell’estrema fuga dei Cheyenne dalle malsane riserve dell’Oklahoma, concluse la sua vita nel 1904, lo stesso anno in cui Capo Joseph, l’uomo che aveva guidato i Nez Percè dall’Oregon fino al Montana, raggiungeva i Beati Territori di Caccia. Nel 1909 scomparvero, a distanza di 10 mesi l’uno dall’altro, l’irriducibile Geronimo e il saggio Nuvola Rossa. Buffalo Bill invece stava andando ancora alla grande con il suo Wild West Show, del quale rilanciava continuamente l’immagine sfidando debiti e avversità. Anche Wyatt Earp – scampato alle vendette dei Clanton – si era dato agli affari, mentre Bat Masterson scriveva appassionanti resoconti degli incontri di boxe sul “New York Morning Telegraph”.


Geronimo in età avanzata

A quel tempo erano ancora vivi e vegeti Billy Dixon, l’uomo che con il suo fucile Sharps aveva abbattuto un Comanche ad Adobe Walls da una distanza di 1.400 metri, quanto Billy Tilghman, grande cacciatore di bisonti e uomo della legge nel turbolento Kansas degli Anni Settanta. L’anziano “master sergeant” in pensione Giovanni Martini, il trombettiere che aveva portato l’ultimo messaggio di Custer al capitano Benteen, viveva i suoi ultimi anni a Brooklyn, il quartiere degli immigrati italiani. Il suo connazionale Carlo De Rudio – maggiore in pensione dell’esercito con un oscuro passato di terrorista – trascorreva la vecchiaia a Pasadena insieme alla fedele moglie inglese Elizabeth, promettendo rivelazioni esplosive su un capo di governo italiano.
Frank James, fratello di Jesse e Cole Younger, ex membro della più implacabile banda di fuorilegge del Midwest, erano usciti di prigione ai primi del Novecento per dedicarsi ad attività diverse. Entrambi erano entrati a far parte di uno spettacolo itinerante, sul modello del Wild West Show di Cody. Cole, l’uomo che era riuscito a sopravvivere alle 26 ferite ricevute nel corso della sua carriera criminale, scriveva le proprie memorie, ricordando gli anni cruenti della guerra di secessione. Frank sarebbe morto nel 1915, il vecchio Cole lo avrebbe seguito l’anno successivo.
Nelson Miles, il più efficiente generale delle campagne contro gli Indiani, medaglia d’Onore del Congresso, l’uomo che aveva costretto alla resa Cavallo Pazzo, disperso le forze di Toro Seduto, catturato i capi Joseph e Geronimo, aveva seguito la campagna contro Cuba e Portorico come capo di stato maggiore, occupando la città di Guanica. Ritiratosi dal servizio attivo nel 1903, si era messo in contrasto contro il segretario di Stato John Hay per la gestione delle forniture destinate all’esercito.


Cole Younger al tempo delle sue memorie

Nel corso degli Anni Venti del nuovo secolo, scomparvero diversi personaggi che avevano lasciato una marcata impronta nella conquista del West. Bat Masterson morì nel 1921 per arresto cardiaco davanti alla sua macchina da scrivere, mentre stava redigendo un articolo sportivo. Martini cessò di vivere la vigilia di Natale del 1922 a New York, ormai quasi cieco. Nel novembre 1924 era perito in maniera tragica anche un altro degli eroi della Frontiera. L’anziano Billy Tilghman – che non voleva sentirsi chiamare “vecchio” né dagli amici, né dalla moglie Zoe Agnes – sposata nel 1903 dopo essere rimasto vedovo della moglie Flora e più giovane di lui di 26 anni, – aveva accettato, ormai settantenne, l’incarico di marshal nella città di Cromwell, situata nell’area petrolifera dell’Oklahoma. La sua fine fu tanto assurda quanto patetica: mentre disarmava un ubriaco, questi gli sparò, fulminandolo. Il suo omicida era un agente del proibizionismo!
Nelson Miles diede il suo addio al mondo l’anno seguente, come si addiceva ad un vero soldato: fu colpito da infarto il 15 maggio 1925, mentre si alzava in piedi per salutare la bandiera americana nel corso di una parata militare.
Ma la Frontiera americana non aveva ancora esaurito la sua lunga storia.
I discendenti degli Europei sbarcati nella Virginia di Pocahontas avevano compiuto la sua prima fase, sconfiggendo definitivamente i Francesi nella Guerra dei Sette Anni (1756-1763). I loro eredi avevano conquistato l’indipendenza dall’Inghilterra nel lontano 1783, creando gli Stati Uniti d’America e spingendosi fino alle rive del Mississippi, per lasciare alla generazione successiva il compito di proseguire oltre quel limite naturale. Intrepidi esploratori e coraggiosi emigranti avevano poi battuto le piste che portavano all’estremo occidente, costruendo strade, città e ferrovie, confinando gli indiani nelle riserve e pacificando le città famose per le sparatorie e le sfide tra uomini e fazioni rivali.


Un ritratto di Nelson Miles, un ufficiale che segnò il west

Buffalo Bill aveva portato in giro per il mondo le eroiche imprese che avevano caratterizzato la Terza Frontiera, facendo lavorare nel Wild West Show molti degli autentici personaggi di quel periodo, come Toro Seduto, Alce Nero e Calamity Jane. A partire dai primi anni del Novecento, il cinema cominciò a fargli concorrenza, sfornando titoli come “Kit Carson”, “L’assalto al treno” e “The Bank Robbery”. Contemporaneamente Owen Winster fissava, con la sua opera “The Virginian”, una pietra miliare della letteratura western. Era nata una dimensione che rappresentava l’essenza dell’epopea eroica, affidandosi alla memoria, alla leggenda e al mito attraverso le rappresentazioni teatrali e cinematografiche, le musiche tradizionali e la narrativa. Libri come “Cimarron” di Edna Ferber – ispiratori del celebre film omonimo – ricostruivano la lunga pagina della colonizzazione, passando dalla turbolenta era dei pionieri a quella del West pacificato. Tuttavia, proprio nell’anno in cui la scrittrice aveva dato alle stampe il suo romanzo – il 1929 – accadeva un evento che avrebbe aperto una nuova fase della Frontiera. Dopo il crollo in borsa di Wall Street, gli Stati Uniti si ritrovarono in pochi mesi con centinaia di migliaia di disoccupati, che sarebbero saliti in breve tempo a 15 milioni. I nuovi diseredati privi di occupazione e casa si accampavano ai margini delle città, chiamate “hooverville” dal nome del presidente in carica Edgar Hoover e formate da baracche di legno e lamiera, tende ed altri ripari improvvisati, per beneficiare dei pasti caldi distribuiti dalle associazioni umanitarie.


Un accampamento nella riserva Sioux di Pine Ridge

Le coperte con cui si riparavano dal freddo durante la notte – fogli di giornale e cartoni – erano le “hoovercover”. A volte capitava di vedere auto trainate da cavalli, perché i proprietari non avevano il denaro per pagarsi un gallone di benzina: erano le “hoover car”. Molti non resistettero alla prospettiva di quella vita miserevole e decisero di lasciarsi conquistare da un nuovo sogno.
Attratti da annunci, spesso menzogneri, sulle possibilità di lavoro offerte dai ricchi frutteti della California, milioni di disperati si misero in viaggio lungo la Route 66, una polverosa autostrada inaugurata nel 1926 e trasformatasi improvvisamente nell’arteria più affollata d’America. Attraverso i suoi 3.750 chilometri di percorso, essa conduceva da Chicago a Santa Monica. Non erano più i carri Conestoga trainati da buoi e cavalli a dirigersi verso il West, ma un’infinità di automobili, camioncini, motociclette e carrette tirate a mano. Spesso si incontravano anche gruppi di persone appiedate in marcia verso il miraggio californiano che aveva già affascinato i loro bisnonni nel 1849. Come raccontò un’anziana signora che gestiva all’epoca una locanda in Oklahoma, molte di queste persone non avevano i soldi per pagare un pasto caldo o il letto per la notte: parecchie volte saldarono il conto donandole oggetti personali, materassi e coperte.
Le loro difficoltà, le frustrazioni, le delusioni e le speranze erano le stesse che aveva patito ottant’anni addietro la generazione dei Forty Niners.


Una delle prime autovetture. A bordo c’é Geronimo!

John Steinbeck le riassunse mirabilmente nel suo romanzo “Furore” (“The Grapes of Wrath”) al quale il regista John Ford si sarebbe ispirato per un grande film interpretato nel 1940 da Henry Fonda, vincitore di due premi Oscar. Il “New Deal” del nuovo presidente Franklin Delano Roosevelt sembrava riecheggiare l’invito che Horace Greeley aveva lanciato tanti anni prima dalle pagine del New York Herald Tribune: “Vai all’Ovest, ragazzo, e diventa grande con il Paese!”. Lo spirito combattivo degli Americani stava ricreando la sua ultima Frontiera. Quasi a voler aggiungere alla modernità un tocco di vecchio West, il destino tirò fuori dalle sue imperscrutabili combinazioni capricciose la storia di Bonnie e Clyde.
Elizabeth Bonnie Parker era venuta al mondo il 1° ottobre 1910, in un posto chiamato Rowena, quando il Texas viveva già nella leggenda del suo famoso passato. Apparteneva alla famiglia di un muratore che morì quando lei aveva solo quattro anni e fu costretta a crescere in fretta. Di bassa statura – circa un metro e mezzo – ma di aspetto molto grazioso, con un’espressione vivace e intrigante, fin da adolescente si dimostrò disinibita e ansiosa di fare le prime esperienze sessuali, come la maggior parte delle donne che avevano lasciato la loro impronta nella storia del West. Infatti a 16 anni era già sposata con Roy Thornton, un uomo con precedenti penali per furto, nei riguardi del quale l’infatuazione che l’aveva spinta frettolosamente al matrimonio si esaurì in capo a un paio d’anni.
Elizabeth Bonnie Parker
I due non divorziarono mai, ma continuarono a vivere separati e Bonnie non si tolse mai la fede nuziale. Tornata di fatto single, nel gennaio 1930 la ragazza conobbe a casa di un’amica Clyde Chestnut Barrow, anch’egli pregiudicato per avere rubato un’automobile presa a noleggio e resistito all’arresto. Il giovane era nato a Telico, un sobborgo di Ellis County, nel Texas, il 24 marzo 1909, quintogenito di una famiglia di contadini che di figli ne aveva otto. Adolescenza difficile, furti compiuti anche insieme al fratello Buck, piccole rapine fino all’ultima, pesante accusa di omicidio per avere freddato il proprietario di un negozio. Bonnie rimase colpita dall’aspetto e dalla personalità di Barrow, verso il quale provava una irresistibile, forse morbosa attrazione. Così iniziarono insieme la loro carriera criminale, come Sundance Kid e Etta Place, circondati da una sparuta banda rimasta pressoché nell’anonimato, per lasciarli protagonisti assoluti della tragica commedia che avevano scelto di interpretare con giovanile baldanza e incosciente azzardo.
Per tre anni Bonnie e Clyde commisero furti e rapine alle banche nel Texas, nel Kansas e in Louisiana, senza che le polizie locali riuscissero a mettere le mani su di loro. Rubavano auto e cambiavano aspetto in continuazione, per sfuggire alle indagini, attirandosi sempre più l’odio dei benpensanti e la simpatia dei diseredati che consideravano le loro gesta come un attacco al sistema, colpevole di avere messo sul lastrico milioni di onesti lavoratori durante la Grande Depressione. Ma un accostamento con la banda di Jesse James era tanto improbabile quanto il richiamo a Robin Hood e le gesta dei due scatenati giovani non avevano le caratteristiche di una nuova lotta contro il dispotico sceriffo di Nottingham, così come gli affaristi e gli speculatori che avevano determinato l’improvviso impoverimento di un’intera nazione non erano i nuovi “carpetbaggers”. Bonnie e Clyde erano semplicemente persone che vivevano al di fuori della legge e nessuna giustificazione sociale poteva essere concessa alle loro azioni. In ogni caso, la storia non ha mai dimostrato la comprensione che la leggenda accorda invece spesso a simili figure permeate di romanticismo.


Le tombe di Wild Bill Hickok e Calamity Jane

La selvaggia avventura dei due banditi si concluse a bordo di una Ford V8 lungo una strada di campagna, a Bienville Parish, in Louisiana.
Gli agenti che tesero loro l’agguato il 23 maggio 1934, armati di fucili automatici e pistole, crivellarono l’auto con 167 colpi. Quando vennero estratti i cadaveri dei due giovani, il coroner J.L. Wade stabilì che la ragazza aveva in corpo 26 proiettili, il suo partner 17. Bonnie Parker indossava un vestito rosso, che le macchie di sangue avevano costellato come una pelle di leopardo. Benchè si trattasse di persone pericolose, vi fu il sospetto che la polizia aveva infierito oltre ogni ragionevole misura su di loro, quasi a voler stroncare, con la cruda realtà delle pallottole, la leggenda che stava nascendo intorno all’affiatato duetto.
Nonostante la loro espressa volontà, i due giovani non poterono essere sepolti l’una accanto all’altro come i presunti amanti Calamity Jane e Wild Bill Hickok di un lontano passato, ma furono inumati in due cimiteri separati di Dallas per decisione della famiglia Parker.
Forse l’ultima Frontiera si concluse con questo tragico epilogo, ma i misteri che avvolgono la sua lunghissima storia – la fine di Billy il Kid, Butch Cassidy e Sundance Kid, la scomparsa di Black Bart Boles, l’assassinio di Belle Starr e Pat Garett, la condanna di Tom Horn e innumerevoli altri episodi mai chiariti fino in fondo – le hanno sempre impedito di essere sommersa dall’oblio del tempo e le inesauribili fantasie della letteratura, del fumetto e del cinema sono la linfa che alimenta l’eterna sopravvivenza di un’epopea.

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