Custer, sconfitto anche dal fango della corruzione

A cura di Domenico Quirico

Custer e sua moglie, Libbie
Sullo sfondo c’erano una tangentopoli della Frontiera con nomi eccellenti compreso il presidente, e la battaglia per la Casa Bianca combattuta cento anni fa come oggi a colpi di immagine, giornali compiacenti e soprattutto scandali.
Quel mattino del 25 giugno del 1876 le giacche blu del 7° Cavalleria che galoppavano verso il Little Big Horn non sapevano che la battaglia era gia’ iniziata da un pezzo. E non tra le colline nere sacre agli sioux, ma nei corridoi dei palazzi del potere a Washington.
Erano tempi inquieti per l’America che sembrava aver imboccato la strada di un boom economico senza fine. In Borsa i titoli, soprattutto quelli delle società ferroviarie come la Union Pacific e la Northern Pacific salivano alle stelle, arricchendo legioni di “yuppies” avidi e spregiudicati.
Poi una piccola banca fallì, nessuno ci fece caso, e invece fu l’inizio del disastro: titoli a picco, la Borsa costretta a chiudere, un milione di disoccupati, il panico.
Mentre una invasione di cavallette trasformava in deserto le Grandi Pianure e gettava sul lastrico milioni di agricoltori.


La spedizione di Custer nelle Black Hills (1874)

Ci voleva qualcosa da buttare in pasto alla gente affamata di miracoli e di dollari. Lo trovarono tra le colline nere che i trattati avevano assegnato ai Sioux: si chiamava oro. L’unico dettaglio era che bisognava sloggiare i pellerossa che si ostinavano a considerare quel promettente paradiso la dimora del Grande Spirito.
Per quel compito c’era un uomo che sembrava fatto su misura: George Armstrong Custer, inventore della cavalleria nordista nella guerra civile, massacratore senza pietà di pellerossa. Custer non vedeva l’ora di uscire da Fort Lincoln con la banda che suonava “The Girl I Left Behind Me” e muovere al galoppo all’appuntamento con la gloria.


Custer insieme ad uno dei suoi inseparabili cani

Ma non solo con quella.
Per confidare il suo sogno aveva scelto un esploratore Crown, Coltello insanguinato. Gli spiegò che quella che stava per cominciare era la sua ultima guerra, poi sarebbe partito per Washington per diventare il Grande Padre Bianco. In fondo alla Casa Bianca c’era un altro generale, Grant, l’eroe della guerra civile il cui mito si era arrugginito sotto una spessa coltre di corruzione e di malaffare.
L’ultimo scandalo aveva come sfondo proprio la Frontiera, una brutta storia di frodi e mazzette per assicurarsi gli spacci militari.


Il generale in un momento di caccia

E chi era stato lo spietato accusatore dei politici corrotti in un processo che aveva fatto tremare la capitale? Naturalmente Custer.


La firma di Custer in un documento di denuncia

Adesso che i democratici erano decisi a sfruttare il momento per riguadagnare il potere, il grande burattinaio del partito Gordon Bennet aveva pensato come candidato ideale proprio al suo amico Custer.
Custer non era il coraggioso Rodomonte o il cinico massacratore dipinto da Hollywood. Era un buon soldato. Ma quel mattino a Little Big Horn aveva troppa fretta e soprattutto sottovalutò il suo avversario.


La battaglia la Little Big Horn

Cavallo pazzo indossava un semplice perizoma, portava un’unica penna di falco tra i capelli e un sassolino come amuleto dietro l’orecchio.
Alla sera oltre 200 soldati americani giacevano senza vita; in mezzo a loro nudo ma senza aver subito mutilazioni, c’era Custer. L’America aveva perso, forse, un presidente. Aveva trovato un altro scomodo mito.

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