Nei film il west non è più selvaggio…

A cura di Javier Marías per La Repubblica

Non siamo nel Far West, spesso si legge o si sente dire. Sentimenti e comportamenti che fanno parte di un genere che ha dato vita a innumerevoli capolavori nel passato, oggi scandalizzano l´ipocrita massa mondiale dei benpensanti volenterosi.
Per quanto alcuni ottimisti insistano a dire, ogni tot anni, che il western è ancora valido o che il western è risorto, temo si tratti invece – e mi dispiace – di un genere quasi morto e sepolto, che appartiene ad altri tempi più ingenui, più innocenti, più emotivi e meno schiacciati o soffocati dall´atroce piaga del politicamente corretto. Eppure, ogni volta che esce un nuovo film western vado a vederlo, anche se ormai con poca speranza. Negli ultimi dieci anni, ricordo tre inutili remake di gran lunga inferiori ai loro modelli, che poi non erano proprio dei capolavori: Quel treno per Yuma, di James Mangold; Alamo – Gli ultimi eroi, di John Lee Hancock, e Il Grinta, dei fratelli Coen, tutti fatti in modo banalmente ripetitivo e senza convinzione, molto meno ispirati dei già poco perfetti originali di Delmer Daves, John Wayne e Henry Hathaway, rispettivamente.
Ricordo anche l´interessante ma privo di vigore L´assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, di Andrew Dominik, lo sciapissimo e senz´anima Appaloosa, di Ed Harris, l´insopportabile Caccia spietata, di David von Ancken, e l´australiano La proposta, di John Hillcoat, di cui la mia memoria non conserva una sola immagine. Gli unici western recenti che sono riusciti a entusiasmarmi sono stati televisivi: Broken Trail, di Walter Hill, e la serie Deadwood.


Brad Pitt in “L´assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”

Un po´ più vecchio di tutte queste produzioni, Terra di confine – Open Range, di Kevin Costner, è l´ultimo western realizzato per il grande schermo che secondo me valga la pena di vedere, nonostante sia di moda, da qualche lustro, buttare giù tutto quello che fa questo ammirevole attore e regista.
Che cosa è successo perché un genere che in passato ha dato vita a innumerevoli capolavori e ad ancor più innumerevoli film stupendi, o quanto meno decenti, languisca in un modo così penoso? Chi oggi lo affronta occasionalmente lo fa per capriccio e in modo affettato nel migliore dei casi, se non ampollosamente e con spirito archeologico. Sono sempre privi di naturalezza, di freschezza e di un tocco di ingenuità, elemento, quest´ultimo, indispensabile. In altre parole: non credono a quello che raccontano e fanno vedere, non hanno il coraggio di crederci, l´epica gli sembra antiquata, ridicola se non vergognosa e, assurdamente, non hanno fiducia nell´eventuale complessità dei loro personaggi e delle loro storie. Dico “assurdamente” perché il western ci ha offerto alcuni dei personaggi e delle storie più complessi dell´arte cinematografica. John Ford non è meno profondo di Orson Welles – era il secondo che ammirava il primo -, né Anthony Mann di Bergman, né sicuramente Peckinpah di tanti ciarlatani oggi venerati come Von Trier o González Iñárritu.
Forse c´entra qualcosa quanto segue: il western è stato un genere che ha esposto come accettabili – sul serio, e non come caricatura – sentimenti e comportamenti che oggi scandalizzano l´ipocrita massa mondiale dei benpensanti volenterosi; e cioè, di quelli che si sforzano con diligenza di allontanare da sé, condannandole, una serie di passioni connaturali all´umanità di tutte le epoche. Nel western l´odio non è malvisto, né l´ansia di vendetta, né l´ambizione, né l´ostinazione infinita nell´inseguire un nemico, il desiderio di fargli male o di ucciderlo, né la ricerca di riparare un’offesa, e anche di giustizia a volte.


Pierce Brosnan con Liam Neeson in una scena del film Caccia spietata

I personaggi interpretati da James Stewart in Winchester 73 e ne L´uomo di Laramie, entrambi di Anthony Mann (per esempio, e facendo ricorso a due film non particolarmente violenti né spietati), sono capaci di abbandonare tutto e di dedicarsi anima e corpo a dare la caccia a chi ha tolto la vita al padre o al fratello minore, rispettivamente. Il primo, Lin McAdam, non si dedica ad altro che ad inseguire per mezzo West un tipo chiamato Dutch Henry Brown, che non è altri che suo fratello, che uccise il padre di entrambi colpendolo alla schiena. Il secondo, Will Lockhart, si piazza in un´assurda cittadina, Coronado, per il solo motivo che lì è stato maltrattato e trascinato con un lazo e perché si insinua che qualcuno del posto abbia venduto agli apache i fucili a ripetizione con cui questi, dopo avergli teso un´imboscata, uccisero suo fratello minore, soldato di cavalleria. Per dirla così, non conta più nulla per McAdam e Lockhart, il resto della loro esistenza – se c´è un resto – è nell´attesa, indeterminato, sospeso dall´unico compito che gli importa. I personaggi del West sono spesso deliberatamente privi di futuro, o peggio: temono che, una volta conclusa la missione che si sono imposti, appaia loro questa nozione scomoda, quella del futuro, senza la quale l´umanità dei nostri giorni è invece incapace di vivere e per la quale siamo tutti indebitati e schiavizzati. Forse per questo nei western di solito ci rubano o fanno scomparire quella fase: i film finiscono quasi sempre quando il protagonista ha fatto quello che sentiva di dover fare; ci risparmiano, in genere, quel momento orribile in cui solleva la testa, si guarda intorno e, come se uscisse da un sogno, deve porsi la domanda: “E adesso? Non sono morto in questa impresa. Che devo farci, adesso, con questa vita che ho conservato?”.
Nemmeno uno dei migliori film della storia del cinema, L´uomo che uccise Liberty Valance, di John Ford, ci fa vedere quella vita, ma ci costringe a immaginarcela. Questo è davvero un film che segna un prima e un poi nella storia del genere, per diversi motivi. Contiene un breve trattato di politica, una dissertazione shakespeariana sulla libertà d´espressione e di scelta e un dilemma etico esplicito.


Kevin Costner e Robert Duvall in “Terra di confine – Open range”

Il personaggio di nuovo interpretato da James Stewart, Ransom Stoddard, viene dall´Est, è un avvocato, si stupisce e si spaventa per la brutalità del bandito Liberty Valance e per l´impunità di cui gode, protetto dai grandi allevatori che ogni tanto lo assumono, e per la paura che semina tra gli abitanti di Shinbone, un´altra cittadina sperduta in cui Stewart decide di stabilirsi perché gli va, perché lì ha subito l´affronto di essere colpito con il manico di una frusta. Vuole imporre la legge e portare Valance davanti alla giustizia, tra l´irrisione e la paura di tutti. (La storia ormai è ben nota; mi scuso con chi già la conosce). Il personaggio interpretato da John Wayne, Tom Doniphon (che ha una delle storie più tristi che io conosca), lo avverte fin dal primo momento che dovrà procurarsi un´arma e imparare ad usarla, che lì non c´è legge né processi che valgano. Stewart si rifiuta, ma alla fine non gli rimane altra scelta e inverosimilmente, contro ogni pronostico, uccide Liberty Valance in un duello impari in apparenza: il pistolero esperto, lo spaccone di cui tutti hanno paura cade di fronte a un uomo che indossa un grembiule da cucina e che non aveva mai sparato a nessuno. Più avanti, quando Stewart rifiuta una candidatura, in quanto il suo prestigio si basa su un fatto di sangue che va contro tutti i suoi principi, John Wayne gli spiega che cosa accadde: fu lui, nascosto in un vicolo, e non Stewart, a uccidere Valance sparandogli con un fucile. All´enorme sorpresa di questi, che gli chiede perché lo fece, perché gli salvò la vita condannandosi così a perdere la donna che amava, Hallie, che quella stessa notte scoprì o riconobbe il proprio amore per Stewart nel vederlo sulla soglia della morte, Wayne risponde sobriamente (nessun altro attore è stato capace di esprimere tante cose con un solo sguardo): «Fu un omicidio a sangue freddo. Ma io posso conviverci».


Il cast della serie televisiva “Deadwood”/em>

Non si può riassumere meglio, in così poche parole, la profondità e la complessità frequenti nei western: in essi si tiene conto che gli uomini non sono tutti uguali, che alcuni sono capaci di affrontare le conseguenze di certi fatti, altrui o personali, e altri no; che ad alcuni non importa niente del futuro, benché esista, come nel caso di Tom Doniphon, che desiderava al di sopra di tutto la felicità di Hallie anche a costo della propria disgrazia, e che per ottenerla commise un omicidio a sangue freddo con il quale permise di vivere all´uomo al cui fianco lei sarebbe rimasta (detto di passaggio, uno dei personaggi, nella memorabile interpretazione di Vera Miles, più commoventi di John Ford, e questo vuole dire tanto).
Il film comincia e finisce con il funerale di Wayne, al quale partecipano, venuti da Washington, l´ormai senatore Stoddard e sua moglie, Hallie, invecchiati, molti anni dopo lo svolgimento dei fatti. I giornalisti di Shinbone, che vogliono sapere perché un politico così importante sia venuto da tanto lontano, in un posto sperduto del West, solo per partecipare a un funerale, all´inizio si chiedono: «Chi è morto in paese?». Nemmeno lo sapevano. E quando dicono loro il nome, Tom Doniphon, non sanno nemmeno di chi si tratti. Lo spettatore attento è costretto, come ho detto prima, a immaginarsi i lunghi anni di solitudine, ostracismo e oblio del personaggio di John Wayne, a veder passare i decenni senza speranza né cambiamenti – la sorte ormai gettata per sempre – probabilmente sprofondato nel ricordo di quella notte lontana in cui commise un omicidio a sangue freddo (di un individuo bestiale, questo è certo; «Un assassinio. Null´altro», come disse una volta il moschettiere Athos), che non gli conveniva in alcun modo.


James Stewart in “Winchester 73”

È uno dei pochi film western in cui, anche se non vi assistiamo, siamo costretti a immaginarci lo spaventoso futuro dell´eroe, una volta terminato il suo compito. Una volta portata a termine la sua scelta.
La nostra società non ammette che gli uomini non siano tutti uguali, come non lo sono le donne. Non ammette che alcuni abbiano orrore di ciò che si vedono costretti a fare, o che forse scelgono, e altri non tanto, quelli che sono disposti ad assumersi le proprie responsabilità, o la propria condanna, e a sopportarlo. Crede, invece, che tutti debbano pensare la stessa cosa e astenersi, in ogni caso, dal fare ciò che la maggioranza giudica condannabile. Non accetta che alcuni delitti siano meno crimini, a seconda di chi e contro chi li commetta, e anche per quale causa. Conosce l´odio, l´avidità e la voglia di vendetta, lo credo bene, ma finge di non conoscerli nella sua grande virtù, e ovviamente aborrisce quelli che non fingono e ricordano a questa società la sua verità e il suo passato; per non parlare di quelli che nutrono un odio imperituro o si fanno giustizia da soli. Giustamente, non lo nego. “Non siamo nel Far West”, spesso si legge o si sente dire. Ed è vero, per fortuna. Ma forse è venuta un´epoca così pusillanime da non poter più tollerare nemmeno le storie serie di altri tempi, quando gli uomini erano meno rispettosi della legge e meno obbedienti e giusti, ma anche più complessi, più contraddittori e più profondi.

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Commenti

2 Risposte a “Nei film il west non è più selvaggio…”

  1. appontaloosa, il 16 agosto 2011 00:42

    a me il grinta è piaciuto.
    e comunque tu prendi per vero quello che è solo cinema ovvero finzione e licenza poetica, quelli che sono stati pistoleri o fuorilegge che a holliwood (o ancora meglio cinecittà) venivano circondati da un alone di romanticismo e poesia, altro non erano che sporchi assassini o peggio. il west era un posto duro dove si moriva con estrema facilità per moltissimi motivi. oggi assume una caratteristica leggendaria ma la realtà è ben diversa come spiegano molti articoli di questo sito. in definitiva concordo con il fatto che la società di oggi è falsa e marcia, ma il vecchio west che dici tu esiste solo nella leggenda.

  2. Sergio Mura, il 16 agosto 2011 16:23

    L’articolo riporta il punto di vista di Marias, che analizza il difficile cammino del genere western ai nostri giorni. Il Grinta è piaciuto anche a me. E pure Alamo!

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