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Tra gli indiani della Baja California

A cura di Gianni Albertoli

Come affermava il John P. Schmal, la storia degli indiani della Baja California è molto triste, le devastazioni e le malattie avrebbero accentuato la loro vita ai margini di qualsiasi contatto con le altre popolazioni del Messico e della California americana. Questi indiani, in particolare quelli del sud della penisola, sarebbero scomparsi velocemente dalla scena storica senza lasciare alcuna traccia. Nel 1532 il conquistatore Hernán Cortés inviava una spedizione nel territorio, era comandata dal cugino Diego Hurtado de Mendoza, il suo compito era quello di esplorare la penisola e le terre lungo le coste del Pacifico. Una seconda spedizione si ebbe il 29 ottobre 1533, questa avrebbe raggiunto le zone di Santiago e di Colima, ma risultò essere un disastroso fallimento che portò ad un ammutinamento e alla scoperta delle zone di La Paz. Nell’aprile 1535 fu lo stesso Cortés a guidare una terza spedizione, composta da tre navi che sbarcarono, il 3 maggio, sulle coste di La Paz; gli spagnoli avrebbero fondato una piccola colonia che trovò ben presto la forte ostilità dei nativi.
Nel novembre dello stesso anno, più di 70 uomini del Cortés erano periti di fame e per vari scontri con gli indiani; nei primi mesi dell’anno successivo il Cortés ritornava nel Messico, ma 30 spagnoli che restavano nel territorio. Una quarta spedizione fu guidata da Francisco de Ulloa (giugno 1539), gli spagnoli raggiunsero La Paz e dovettero rilevare che la piccola colonia del Cortés era stata distrutta.


Una mappa della Baja California, risalente al 1746

Altre spedizioni si susseguirono, ma tutte avrebbero avuto contatti bellicosi con i nativi; anche per questo motivo la colonizzazione della parte meridionale della penisola avrebbe avuto un andamento piuttosto lento e complicato per l’ostilità dei nativi, inoltre, non bisogna dimenticare la grande distanza dalle fonti di approvvigionamento e dalle condizioni meteo inospitali. Hernando de Alarcón (1540) avrebbe risalito il corso del fiume Colorado, ma fu il Juan Rodriguez Cabrillo che, due anni dopo, riuscì a completare l’esplorazione della costa occidentale della penisola. La colonizzazione della Baja sarebbe iniziata qualche tempo dopo, quando, nel 1596, il re Filippo II ordinava l’occupazione della penisola. Sei anni dopo, Sebastian Vizcaino raggiungeva la Baja ed esplorava l’attuale sito di Cabo San Lucas e la costa occidentale, dove si trovò di fronte una forza di circa 800 guerrieri. Il Vizcaíno riuscì a costruire una fortificazione a La Paz, ma dopo una scaramuccia con gli indigeni, preferì abbandonare il territorio. Dopo la sua avventura, le esplorazioni della penisola si sarebbero interrotte bruscamente. Nel 1683, l’ammiraglio Isidro Atondo y Antillón guidava un’altra spedizione stabilendo un insediamento nelle zone di La Paz. Tuttavia, secondo il Laylander, l’insediamento venne abbandonato dopo pochi mesi a causa di crescenti conflitti con gli indiani. Un’altro insediamento venne stabilito a San Bruno, a nord di Loreto, ma anch’esso venne evacuato nel 1685, “a causa delle scarse risorse locali e per le grandi difficoltà nel rifornire l’avamposto”. L’Isidro de Atondo y Antillón è conosciuto soprattutto per il suo ruolo avuto in vari infruttuosi tentativi di stabilire colonie nella Baja California (1683-1865). Nel 1678, venne incaricato di colonizzare la Baja, accompagnato dai missionari gesuiti – Eusebio Francesco Kino e Matías Goñi -, l’Atondo navigò fino a La Paz (aprile 1683), ma i suoi sforzi per stabilire una duratura pace tra i Pericu e i Guaycura si sarebbero conclusi in continue ostilità con gli indigeni. La Paz venne poi abbandonata, e gli spagnoli preferirono spostarsi più a nord, nelle terre dei Cochimí (dicembre 1683). Il suo secondo tentativo fu più duraturo e fecondo, ma comunque non portò a grandi risultati e l’insediamento, incapace di sostentarsi autonomamente, venne abbandonato nel maggio 1685.
Nativi della Baja California
Nell’ottobre 1697, i gesuiti iniziarono ad arrivare nella parte meridionale della penisola e, il 19 ottobre, padre Juan María de Salvatierra stabiliva la prima missione permanente dandole il nome di “Nuestra Señora di Loreto de Concho”, nei pressi dell’odierna Loreto. Tra il 1720 e il 1737 i missionari stabilirono sei missioni fra gli indiani della Baja California meridionale ma, alla fine del periodo gesuita (1768), soltanto un migliaio di nativi erano segnalati al loro interno. Tra il 1697 e il 1767 gli spagnoli stabilirono altre 16 missioni, queste avrebbero giocato un ruolo fondamentale nella cristianizzazione dei nativi. Tuttavia, per raggiungere i loro obiettivi, i missionari riunivano i nativi convertiti nelle “rancherías” che si trovavano nelle vicinanze delle missioni; anche se questa pratica fu efficace nel far rispettare l’istruzione religiosa, il pagamento dei tributi e l’organizzazione della forza lavoro, la concentrazione degli indigeni ebbe un effetto devastante sui gruppi aborigeni, sottoposti agli attacchi del vaiolo, del tifo, del morbillo e di altre malattie infettive. L’epidemia più grave fu quella di tifo del 1742-44, che probabilmente portò alla morte di circa 8 mila indiani. Durante i decenni successivi, intere tribù sarebbero scomparse, mentre piccole bande di indiani Pericu, Guaycura, e Cochimí avrebbero lottato duramente per la loro sopravvivenza. La ribellione più grave ebbe luogo negli anni 1734-37. Questa rivolta, dei Pericu e Guaycuras, interessò diverse missioni poste nella parte meridionale della penisola, la maggior parte delle quali furono costrette ad essere abbandonate. Nel gennaio 1735, le forze indigene tesero un’imboscata ad un galeone proveniente da Manila, che si era fermato a San José del Cabo per rifornirsi d’acqua potabile. “La rivolta e la sua conseguente soppressione”, secondo il Laylander, “…affrettò la disorganizzazione e il declino dei gruppi aborigeni del sud. Per sopprimere la rivolta, i gesuiti furono costretti a chiamare forze militare provenienti dal Messico”. Nel 1742, Filippo V autorizzava l’utilizzo dei fondi reali per reprimere la rivolta dei Pericu. L’arrivo delle truppe dal Sinaloa avrebbe contribuito a ristabilire l’ordine e il controllo delle terre indigene. L’ultima resistenza indiana si sarebbe conclusa nel 1744. Negli anni 1751-53, il gesuita croato Ferdinand Konš?ak raggiunse la Baja California e via terra esplorò il territorio verso nord; ma solo successivamente i gesuiti avrebbero stabilito missioni nel territorio dei Cochimi.
Il conquistatore Hernán Cortés
Dopo l’espulsione dei gesuiti (giugno 1767) – avvenuta per volere di Carlo III di Spagna -, ci fu una breve amministrazione francescana (1768-73) che avrebbe portato alla creazione della missione di “San Fernando Velicatá”. Di grande importanza fu comunque l’anno 1769 nell’alta California, il Gaspar de Portolà e il Junipero Serra esplorarono, via terra, la porzione nord-occidentale della Baja California. Furono allora i domenicani a proseguire l’opera dei predecessori, particolarmente nelle terre dei Cochimí, Kiliwa, Paipai e Kumeyaay, quindi nella parte centro-settentrionale della penisola. Notoriamente, questi indiani furono i primi gruppi umani a stabilirsi nella Baja California, vi sarebbero giunti almeno 11 mila anni fa. In quel tempo, due principali gruppi indigeni erano presenti nella penisola, nel centro-sud vi erano i Cochimi e, più a nord, diverse bande appartenenti al ceppo linguistico Yuman, tra cui i Kiliwa, i Paipai, i Kumeyaay, i Cocopah e i Quechan. Queste genti ebbero adattamenti culturali diversi nella regione. I Cochimi erano notoriamente dei cacciatori-raccoglitori dei deserti centrali ma, stanziati anche sulla Cedros Island, al largo della costa occidentale, si dedicavano e avevano sviluppato una economia tipicamente marittima. Anche i Kiliwa, i Paipai e i Kumeyaay, stanziati più a nord e, soprattutto, in terre ben più irrigate da fiumi e torrenti, erano cacciatori-raccoglitori con modalità di stanziamento ben più sedentarie. I Cocopah e i Quechan erano invece dediti ad un tipo di agricoltura che si sviluppava nelle pianure alluvionali del Colorado River. I linguaggi nativi della penisola si possono comunque dividere in almeno tre famiglie: la “Yumans”, posta a nord; la “Guaycuras”, da Loreto all’area di La Paz, e la “Pericu” nella regione più meridionale e su alcune isole del Golfo della California. Purtroppo non esistono grandi prove linguistiche in grado di chiarificare meglio il problema; se i primi missionari notavano grandi differenze dialettali tra i nativi, il W. Massey li divideva in due grandi famiglie: la “Yumans” e la “Guaycuran”. Le testimonianze di padre Sigismundo Táraval restano di primaria importanza, il gesuita divideva praticamente la famiglia “Guaicurian” in tre sottogruppi: il “Guaicura” vero e proprio comprendente i Guaycuras e i Callejues; lo “Huchiti” (o “Uchitì”) comprendente gli Huchities, i Cora, gli Aripe e i Periúe; e il “Pericues” comprendente i Pericu veri e propri e gli “Isleño”. Possiamo allora notare che gli indiani Periúe non sono da confondere con i Pericu veri e propri, mentre gli Isleño erano probabilmente i gruppi Pericu delle isole. Il Táraval diceva che nelle missioni di La Paz vi erano circa 800 indiani, i quali facevano riferimento a sette disperse “rancherias” appartenenti ai tre principali gruppi.
Relazioni complicate con gli indiani
Uno di questi gruppi, facente riferimento alla missione “Dolores”, era quello dei Callejues, un altro era quello degli Huichities e l’altro era rappresentato da una “piccola rancheria” posta su una isola vicina e appartenente ai Pericu. Il missionario ricordava che gli Huichities parlavano un dialetto ben distinto da quello dei Guaycuras. Il gruppo includeva quattro “rancherias” degli Huichities: “Aripes, Coras, Periúes o Vinees, e gli indiani Huichities”, questi erano gli indiani che “iniziarono la rivolta”. Il Laylander, dopo aver approfondito gli elementi in suo possesso, contava soprattutto sul diario di padre Ignacio de Napoli, il quale ricordava gli indiani Cora, affermando che erano indiani simili ai Pericu, ma ben distinti dai Guaycuras. Questi ultimi servivano nelle missioni di “Los Dolores” e “San Luis Gonzaga”, parlavano dialetti Guaycuran ed erano affini ai Callejues del sud. Resta comunque il fatto che, all’interno della famiglia linguistica Guaycuran, vi erano anche notevoli diversità dialettali fra i vari gruppi. Gli indiani Monquis, stanziati a nord di Liguí e Loreto, sembrano essere linguisticamente affini ai Guaycuran ma, comunque, il loro dialetto era distinto da quello dei gruppi Guaycuran del sud. Possiamo inoltre ricordare che, nell’anno 1719, la spedizione del Guillén ebbe modo di avere guide e interpreti di etnia Guaycuran, ebbene si rese conto della grande diversità dei vari dialetti parlati dagli indiani Guaycuras, e specialmente metteva il risalto le grandi differenze dialettali esistenti tra i Guaycuras e i Monquis. A sud di questi indiani vivevano i gruppi Pericues, Aripes e Uchities, i quali, in teoria, parlavano anche essi dialetti Guaycuran; quindi esistevano grandi differenze tanto che, il Miguel Venegas dichiarava apertamente che, “… la gente si capisce l’un l’altro soltanto in poche parole che hanno lo stesso significato nelle tre lingue di Loreto, Guaycura e Uchití… ma quelle parole sono molto poche”. Queste diversità linguistiche potrebbero suggerire che, nella Baja California centro-meridionale, l’originaria lingua Guaycuran fu parlata nel territorio per diverso tempo, ma anche che i diversi gruppi siano immigrati nella penisola in epoche diverse. Ritornando alla trattazione. Quattro anni dopo, nel 1773, i domenicani avrebbero assunto la piena gestione delle missioni della Baja; stabilirono nuovi insediamenti nelle terre dei Cochimi delle coste, per poi inoltrarsi nell’interno fino ad estendersi ad El Rosario (1774) e Descanso (1817), a sud di Tijuana.
Nel Museo Regionale di La Paz e nel Museo Nazionale di Antropologia e Storia di Città del Messico vi sono una dozzina di teschi conservati e appartenenti alla tribù Pericu. Questi indiani, stando agli studiosi moderni, sembrano essere una popolazione piuttosto enigmatica, infatti alcuni studiosi ritengono che non avessero alcuna correlazione con le genti Amerinde del continente americano. I loro più stretti parenti sembrano essere i Fuegians, alcuni gruppi dell’Australia e i Papua Newguineans, senza dimenticare caratteristiche simili ai Negritos delle Andamane. Fu Hernán Cortéz ad incontrare i Pericu nelle zone di La Paz, eventuali precedenti incontri furono possibili, ma non vennero riportati in alcuna fonte a noi nota. Entro la fine del XVIII secolo i Pericu sarebbero scomparsi dalla scena storica.


Una tipica abitazione Tepehuanes

Gli indiani Pericu sono ritenuti dallo Swanton connessi ai gruppi Guaycuran, lo studioso li localizzava intorno a Cape San Lucas, ma si estendevano a nord lungo la costa occidentale; lo Swanton non menziona alcuna divisione della tribù, anche se ricorda che i Cora erano strettamente connessi con loro. Stando alle stime, il gruppo Pericu-Guaycura-Monqui era composto da circa 4 mila anime nell’anno 1734, nel 1772 la loro popolazione si era ridotta a circa 400 unità, il che significava che le malattie e le guerre li avevano ridotti del 10% della loro popolazione in meno di 40 anni. Anche le prove linguistiche sono piuttosto difficoltose in quanto sono a noi rimaste soltanto una manciata di parole e circa una dozzina di nomi di luoghi. I missionari facevano notare che la lingua dei Pericu era ben diversa da quella dei Guaycura, purtroppo non sappiamo quanto siano state distinte le due lingue. Le varie comunità della tribù erano indipendenti l’una dall’altra e non vi era assolutamente alcuna autorità superiore, anche se le posizioni di leadership sembra fossero ereditarie ed essa andavano quasi sempre agli uomini, anche se sono stati accertati casi in cui donne erano alla guida della comunità. Un dato importante è rappresentato dal fatto che potevano esserci conflitti fra le varie comunità della stessa nazione, le cause principali di questi conflitti erano dovuti ai diritti di cacciare e raccogliere radici selvatiche in determinati territori. I conflitti e gli scontri nelle terre di confine tra i Pericu e i Guaycura erano considerati cronici. La religione dei Pericu era tipicamente sciamanica, lo sciamano, o Uomo di Medicina, poteva invocare le forze soprannaturali (Spiriti) per curare gli ammalati; comunque, poco sappiamo sulle loro pratiche, ma sembra che in caso di lutto, questi indiani avessero riti piuttosto elaborati.


Fortificazione spagnola del XVII-XVIII secolo

Il cosiddetto “Las Palmas Complex” è sicuramente il principale modello archeologico delle loro pratiche funerarie; questo “Las Palmas Complex” era concentrato soprattutto nella regione più meridionale della Baja California, ma potrebbe essere ricondotto fino a 10 mila anni fa, quindi molto antico. Il complesso venne scoperto nel tardo XIX secolo ed è caratterizzato da sepolture di ossa disarticolate e dipinte di ocra rossa e, in genere, sepolte in grotte o ripari vari. I crani scoperti nelle sepolture tendono ad essere molto allungati, quindi “dolicocefalo”, il che porterebbe a conclusioni riconducibili agli stessi Pericu. Il clima della parte meridionale della Baja California avrebbe comunque portato gli indigeni ad usare soltanto un minimo vestiario. Le donne indossavano gonne di fibra vegetale o pelli di animali, mentre gli uomini andavano normalmente completamente nudi. Entrambi i sessi si dipingevano il corpo con disegni aventi significati religiosi andati perduti. I Pericu erano soprattutto orientati verso il mare, il quale per loro rappresentava la principale fonte di sostentamento; erano dediti alla pesca, alla raccolta dei crostacei e alla caccia dei mammiferi marini. Le loro risorse terrestri includevano le agavi, i frutti dei cactus e la piccola selvaggina, ma molto praticata era la caccia ai cervi; nessuna traccia di pratiche agricole è stata trovata fra loro. In genere la pesca avveniva su delle zattere di legno, con pagaie a doppia lama, per cacciare i mammiferi. E’ molto probabile che i gruppi nativi della Baja siano stati spinti a sud dalla pressione operata dalle popolazioni stanziate più a nord, sia dai gruppi della California che da quelli della Sonora occidentale. Nel 1883-84 Lyman Belding portò alla luce uno scheletro Pericu “avvolto in un tessuto a base di corteccia di palma e intrecciato con fibre materiali dell’agave”. Il dottor W.H. Dall avrebbe osservato che le mummie delle Aleutian Island dell’Alaska erano anche esse intrecciate allo stesso modo. Le ossa dello scheletro erano numerose, mancavano soltanto alcune piccole ossa e un femore, quasi tutte erano state dipinte con ocra rossa. Nella Espiritu Santo Island, proprio nel territorio conteso dai Pericu e dai Guaycura, nelle vicinanze di La Paz, vennero trovati altri scheletri umani con le ossa dipinte di ocra rossa; altri scheletri furono trovati nella Encenada e nelle Los Martires. Tuttavia, uno scheletro trovato nelle Los Martires, apparteneva indiscutibilmente ad una persona paralizzata e le sue ossa non erano state dipinte. Sembra che i giovani maschi (e le femmine?) e i portatori di handicap non avrebbero avuto lo stesso trattamento prima della sepoltura, quindi le loro ossa non sarebbero state dipinte.


Sulla strada che da Durango portava ad El Parral

Altri scheletri sarebbero stati trovati in una grotta posta nelle vicinanze di Candelario e nelle zone di San Pedro, erano tutti dipinti di ocra rossa. Tutti i crani erano dolicocefali. Ben pochi ornamenti sono stati trovati con gli scheletri, ma alcuni gusci di ostriche di perla vennero trovati presso lo scheletro di una giovane ragazza; i gusci erano stati lucidati sul lato convesso, i bordi finemente seghettati e poi bucati al vertice, probabilmente per essere appesi intorno al collo. Questi indiani – noti anche come “Cora, Edues, Pericues o Pericuantes”, anche se molti ritengono i primi due come distinti gruppi della stessa nazione – erano gli aborigeni della parte meridionale della penisola, infatti, anche gli Edues vivevano nell’estremo sud della penisola. Linguisticamente e culturalmente si sarebbero estinti nel tardo XVIII secolo. Le zone meridionali della penisola, da Cabo San Lucas a Cabo Pulmo, insieme alle grandi isole del Golfo della California (Cerralvo, Espíritu Santo, Santa Catalina, La Partida e San José), erano ritenute terre di questi indiani. Il William C. Massey (1949) pensava che la parte orientale della regione del Cabo – tra cui Bahía de las Palmas e Bahía Ventana – era invece occupata da un gruppo di etnia Guaycuras noto come “Cora”. Un attento riesame delle prove avrebbe invece dimostrato che il termine “Cora” era un sinonimo di “Pericu”. Il Massey assegnava a due gruppi Guaycuras – i Cora e gli Aripe – queste terre; mentre il Michael W. Mathes (1975), sosteneva che appartenevano ai Pericu nei secoli XVI e XVII, per poi essere occupate da gruppi Guaycuras tra il 1668 e il 1720. I primi contatti dei Pericu con i bianchi si ebbero nell’anno 1530, quando Fortún Ximénez, a capo di alcuni ammutinati che avevano abbandonato una spedizione, raggiunsero La Paz. Altri sporadici incontri, dei quali alcuni anche poco amichevoli, si ebbero negli anni successivi, quando apparvero esploratori europei, corsari, missionari, cercatori di perle e galeoni provenienti dalle Filippine.

I gesuiti fondarono a Loreto la prima missione nell’anno 1697, ma soltanto due decenni dopo si sarebbero interessati alle terre dei Pericu.


Un indiano della Baja California

Nel 1720 venne istituita una missione a La Paz, quattro anni dopo fu costruita la Santiago e, nel 1730, la San José del Cabo. Il controllo spagnolo nel territorio si sarebbe interrotto per ben due anni dopo la grande rivolta dei Pericu dell’anno 1734; negli anni successivi la loro popolazione continuò a declinare ininterrottamente, infatti, nel 1768, i Pericu erano ormai estinti. La rivolta dei Pericu scoppiò il primo ottobre 1734 nelle terre di Cape San Lucas, e fu guidata da un indio meticcio di nome “Chicori” e dal capo Botori che, partendo dalle loro rancherie di “Yeneca”, sollevarono gli indigeni contro gli spagnoli muovendosi verso nord nell’intento di contattare altre popolazioni. Tra le molte mogli del capo vi era anche una giovane donna che voleva essere battezzata, ma padre Carranco si sarebbe rifiutato di riceverla nella sua chiesa, accusandola di vivere in modo immorale nell’abitazione di Chicori, il quale “praticava la poligamia”. Infuriato, il capo avrebbe così incitato la sua gente alla rivolta. Una delle rivolte più grandi sarebbe scoppiata nella parte meridionale della penisola, ebbe inizio nel 1733 ed avrebbe interessato le tribù “Pericúes” e “Córas”, due popolazioni che “… hanno un carattere molto orgoglioso e ribelle… come ha sperimentato il loro ultimo missionario, Ignatz Tirs”. Nel 1733 vennero stabilite nella zona ben quattro missioni, con tre sacerdoti e non più di sei soldati, in una terra che comprendeva “diverse migliaia di indiani”. Le missioni erano “La Paz” (“la Pace”), con un solo militare ma nessun missionario; “Santa Rosa”, con padre Sigismundo Táraval e tre soldati; “Santiago”, con il missionario Lorenzo Carranco; e “San José del Cabo”, con padre Nicolás Támaral.
Melina, probabile discendente dei Pericu
Le cause della rivolta sono poco chiare, “… molti indiani da poco convertiti confessarono, senza alcun tipo di timidezza, di non accettare di essere sposati con una sola donna, come d’altronde loro avevano promesso. Ma in parte non accettavano di essere verbalmente rimproverati dai missionari per le trasgressioni che commettevano”. Gli “istigatori della rivolta, che silenziosamente sollevarono il popolo, erano chiamati Boton e Chicóri. Il loro scopo era quello di uccidere i tre sacerdoti e cancellare per sempre tutti i segni del cristianesimo che la maggioranza degli indigeni aveva accolto dieci anni prima”. I primi sintomi non passarono inosservati ed essa venne temporaneamente bloccata all’inizio del 1734, quando “… gli indiani proposero la pace”; “… ma non durò a lungo, gli indiani mancavano di sincerità e, in breve tempo, gli spergiuri capi dei ribelli tentarono di portare a termine i loro obiettivi”. Dalle fonti ecclesiastiche risulterebbe che le tribù ribelli erano i gruppi “Vaicuros, Aripes, Huichities, Coras e Periues”. Fu allora che gli spagnoli chiesero aiuto alle autorità del Messico. Nel gennaio 1735, don Francisco Cortez y Monroi raggiungeva La Paz provenendo dal Sinaloa; al suo fianco vi erano 20 soldati e un centinaio di alleati indiani; dalle fonti risulterebbe che dalla postazione di “Santo Angel” si cercò di porre freno alla sollevazione. Padre Táraval riuscì a sfuggire ai ribelli, i quali erano a conoscenza delle scarsissime forze militari ma, in ottobre, nelle vicinanze della missione di Santa Rosa, gli indiani massacrarono un soldato e poi “inviarono un messaggio alla missione precisando che un soldato era molto malato”, un sacerdote e gli altri soldati avrebbero dovuto “ascoltare le confessioni del malato e riportarlo alla missione”. Gli spagnoli si resero conto del pericolo e “né il sacerdote, né i soldati fecero ciò che era stato loro richiesto”, però, pochi giorni dopo gli indiani uccisero un soldato della missione di La Paz. La notizia delle uccisioni sarebbe giunta alle orecchie del Prefetto delle missioni, che all’epoca di trovava nella missione “Siete Dolores”, posta a circa 90 ore di viaggio dal territorio in rivolta. I suoi ordini furono immediati, i tre sacerdoti erano in pericolo di vita e dovevano “salvarsi come meglio potevano”. I “congiurati” decisero di portare il primo colpo alla missione di San José del Cabo, dove vi era padre Támaral, ma scoprirono che padre Carranco “era a conoscenza delle loro intenzioni”, per cui decisero di assalire la missione di Santiago.


Un murale sulla rivolta dei pericu

Gli indiani giunsero nelle vicinanze della missione verso la metà di ottobre, era un sabato qualunque, “Il sacerdote stava terminando la Santa Messa e si era ritirato nella sua stanza senza interrompere le sue preghiere”. Purtroppo, la sua guardia del corpo – due militari – si era allontanata a cavallo per recuperare alcuni capi di bestiame, mentre giunsero alla missione alcuni messaggeri che portavano la notizia della rivolta. Mentre padre Carranco stava leggendo il messaggio di padre Támaral, “gli assassini entrarono nella sua stanza”, “… alcuni di loro lo gettarono a terra e lo trascinarono per i piedi verso l’ingresso della chiesa… Prima di raggiungere la chiesa, però, l’anima di padre Carranco era stata scacciata dal suo corpo, alcuni selvaggi lo avevano trafitto di frecce e gli altri lo avevano colpito con pietre e bastoni”. Le fonti ecclesiastiche sono molto esplicite, “Non molto lontano vi era un innocente bambino indiano, serviva il padre a tavola. Quando i mostri videro il bambino piangere per la triste sorte del missionario che lo aveva trattato come un padre, uno degli assassini lo afferrò per i piedi fracassandogli la testa contro il muro”. Fra gli assassini vi erano “alcuni barbari che il padre aveva preso in considerazione come suoi fedeli seguaci, e nel quale egli riponeva tutta la sua fiducia”, comunque, “… dopo l’omicidio gli furono strappate le vesti dal corpo e gli indiani abusarono di quel cadavere ormai senza anima, infine, dopo aver soddisfatto i loro istinti barbarici gettarono il corpo su una pira ardente, poi appiccarono il fuoco alla casa e alla chiesa…”.


Il martirio di padre Carranco

Nel frattempo ritornarono alla missione i due soldati a cavallo, furono disarmati e costretti a macellare il bestiame recuperato, dopo di che “furono ricompensati con una pioggia di frecce”. Il giorno dopo anche padre Támaral avrebbe subito la stessa “sfortunata sorte di padre Carranco”. Il Támaral venne sorpreso nella sua abitazione dai ribelli, le cui fila si erano ingrossate con “nuove reclute composte da parrocchiani”; il missionario intuì le vere intenzioni degli indiani i quali, “senza ulteriori indugi lo gettarono a terra, lo trascinarono sotto il cielo aperto e lo trafissero con numerose frecce”. Uno dei ribelli, che “da poco aveva ricevuto in regalo un grosso coltello dal padre, aggiunse ingratitudine alla sua crudeltà e senza pietà spinse il grosso coltello nel corpo del missionario”. Dopo aver trascorso alcuni anni nella Baja California, i due sacerdoti terminavano la loro vita, mentre “gli indigeni si dedicavano alla ferocia e bramavano la distruzione delle chiese e dei missionari”. Soltanto Sigismundo Táraval riuscì a sfuggire agli insorti. In quel periodo il padre era a Todos Santos, un piccolo insediamento non lontano dalla missione di Santa Rosa e posto sulla sponda occidentale della Baja California. Il missionario venne avvisato – in luglio – del pericolo da alcuni indiani Callejues. In piena notte, padre Táraval e i suoi due soldati abbandonarono la missione e si spostarono a ovest. Un ruolo importante venne giocato dai Callejues. Il 24 ottobre due distaccamenti militari, uno composto da 20 soldati e alleati Callejues, e il secondo composto da 25 arcieri indiani, si mossero verso sud e, il 31 ottobre, giunsero alla missione in rovina di La Paz, dove furono rinforzati da altri “88 indiani alleati”. Ben presto però i Callejues preferirono dileguarsi nei deserti dell’interno, e a nulla valsero gli sforzi dei soldati per ricondurli da padre Táraval. I Callejues sarebbero riapparsi durante la notte del 13 novembre, “strisciarono fino alle fortificazioni frettolosamente costruite intorno a La Paz”, proprio quando i ribelli Huichities attaccavano il campo spagnolo. Successivamente, i Callejues rivelarono la loro fedeltà alla Corona, combattendo valorosamente il 23 e il 29 novembre al fianco degli spagnoli per fronteggiare nuovi attacchi a La Paz portati dai ribelli. La repressione fu come sempre brutale e spietata, e i primi a subirne gli effetti furono “16 o 18 Aripes e Coras”, che vennero catturati, ma “due riuscirono poi a fuggire”, con altri quattro che “fuggirono durante la notte”. Anche le vicine rancherias di “Puurum e Anicà” avrebbero subito lo stesso trattamento. La rivolta sarebbe poi stata soffocata nel sangue.
Incisioni rupestri
Gli indiani Guaycura, o Waicura, parlavano una lingua ormai estinta della Baja meridionale. Il gesuita Baegert avrebbe documentato alcune parole, frasi e alcuni testi nella lingua natia tra gli anni 1751 e 1768. In base agli attuali studi sembra che i dialetti di questo gruppo non siano da ricondurre alle lingue Yuman parlate più a nord; anche se alcuni studiosi propendono comunque per una serie di dialetti del ceppo Hokan disseminato ampiamente nella California e nel Messico. Il Latham diceva che tutti i dialetti della Baja California erano Yuman, ma comparando quello dei Cora, il Francisco Pimentel diceva che vi erano relazioni tra il Waicuri e il Sonoran e l’Atzecan e includeva l’Opata-Mexican, comprendente lo Uto-Aztecan, il Keres, lo Zuni, lo Yuman, il Tanoan e il Coahuiltecan. Il William C. Massey, nel 1949, suggeriva invece un collegamento dei Waycuras con i Pericu stanziati più a sud, ma anche questa tesi manca di prove definitive. Altre lingue della Baja sono prive di testi e documenti storici, anche se alcuni avrebbero speculato sul fatto che i Monquis (Monqui-Didiú), una popolazione delle regioni di Loreto, parlassero un dialetto simile al Guaycuras, come invece era probabilmente quello degli Huchiti (Uchiti, Uchities). Altri nomi della tribù erano: “Guaicuro, Guaycuro, Waikurio, Waicura, Waikurisek, Waicuri, Guaikuriseh, Waikuru”. Comunque, i Waicuri erano essenzialmente dei piccole gruppi conosciuti collettivamente con lo stesso nome, e stanziati sull’altopiano meridionale della Sierra de la Giganta e la Magdalena Plains. La tribù confinava con gli Uchiti (Huchitì) a est e con i Laimon Cochimi a nord. Questi indiani erano i più vicini ai Pericu, loro nemici da lungo tempo; i conflitti fra le due popolazioni si sviluppavano essenzialmente nelle zone di La Paz, zone contese da entrambe le parti. I primi contatti dei Guaycura con gli spagnoli avvennero intorno al 1530, ma nei 200 anni successivi i contatti furono sporadici, con missionari e mercanti bianchi.
Indiani Guaycura
Sembra che i missionari abbiano ottenuto notevoli successi all’interno di questa popolazione anche se, durante la rivolta dei Pericu (1734), alcuni guerrieri Guaycura si posero al fianco dei ribelli. La loro popolazione decrebbe nel corso del XVIII secolo, e la loro lingua e cultura si sarebbero estinte nei primi decenni del secolo successivo. Nel 1768 la composizione etnica degli indiani era ormai mutata, quando giunse il generale José de Galvez (1768-69), decise di chiudere le missioni “Dolores” e “San Luis Gonzaga”, poi fece stabilire i Guaycuras nelle due missioni di Todos Santos. Il Massey menzionava 36 rancherias Guaycuras, con un gruppo noto come “Callejues”, stanziato a nord delle missioni di Todos Santos. La conversione di questa popolazione fu comunque molto superficiale, infatti, nel 1744, il missionario Clemente Guillen parlava ancora di pratiche sciamaniche presso di loro. Nel 1769 furono devastati da una epidemia di morbillo che uccise circa 300 indiani; molti fuggirono dalle missioni e allora dovette intervenire Felipe de Barri (1770), governatore della California, che decise di inviare altri soldati per bloccare la fuga degli indiani dalle missioni. Nell’aprile 1770 una delegazione di capi Guaycuras avrebbe raggiunto Loreto per mettere in risalto alle autorità l’assoluta crudeltà degli spagnoli, ben noti nel praticare brutali punizioni corporali sugli indiani; secondo i capi, per questo motivo gli indiani non andavano alle missioni per “ricevere razioni”. Nel settembre 1771 veniva riportato che a Todos Santos vi erano solo 170 indiani, e si segnalava che 30 erano da poco fuggiti nell’interno. Nella missione “San Luis Gonzaga”, nel 1774 vi erano ancora 516 nativi, 352 nel 1755, circa 300 nel 1762 e 288 nel 1768. La spedizione del Clemente Guillén, diretta a La Paz (1721), avrebbe visitato una rancheria dove si parlava la “lingua dei Coras” ma, nell’insediamento vi era una donna di etnia Guaycuras. Se questi indiani Coras erano un gruppo dei Pericues, allora dobbiamo presumere che questi ultimi occupassero anche terre a nord di La Paz, da cui sarebbero poi stati spinti a sud dall’avanzata dei Guaycuras, con gruppi sparsi che sarebbero rimasti nel territorio. Lo stesso discorso potrebbe spiegare il fatto che il territorio dei Cochimies si estendeva a sud fino a San Javier, con gruppi Guaycuras posti più a ovest e con i Monquis più a est.


Un’immagine del Loreto Desert

L’Hostell affermava che, nel 1744, nelle zone di Titapue, presso la Magdalena Bay, vi erano “… i pagani Uchitíes abitano queste terre. Gli Ikas, gli Añudeves e gli indigeni di Ticudadei si sono uniti a loro… il missionario li ha trovati ben disposti ad ascoltare il Santo Vangelo. La lingua di questi indigeni è ben diversa da quella dei Guaycuras”. Ernest Burnus ha tradotto alcuni manoscritti dell’epoca ed è giunto alla conclusione che gli Uchitíes erano gli “Huicipoeyes” delle fonti spagnole e gli “Utschipujes” del Baegert. Per quanto riguarda gli Ikas, lo Swanton li riteneva una divisione dei Guaycuras. Anche gli “indiani Uchita” (o “Utciti”), come li chiamava lo Swanton, sono da ritenere una divisione dei Guaycuras; lo studioso li localizzava tra la latitudine 24° nord e le terre dei Pericu. Secondo il Táraval gli indiani Uchití avrebbero vissuto nelle stesse zone dove l’Hostell incontrò gli Huicipoeyes, “… che parlano una lingua molto diversa”, il che farebbe capire che gli Huicipoeyes erano gli “Utschipujes” del Baegert e quindi erano equivalenti agli Uchití. Come il Táraval, anche parecchi studiosi ritenevano che gli Uchití erano un ramo dei Guaycuras nonostante parlassero un dialetto diverso. Allora è possibile che gli Uchití si siano gradualmente spostati verso sud, lasciando però alcuni gruppi nella Magdalena Bay. Il Guillén ci ha lasciato due terminologie piuttosto enigmatiche. Nella prima ci dice alcune cose sulla sua spedizione verso La Paz, partita dalle terre a sud di “Liguí”, “Qui comincia il territorio dei Guaycuras, o Cuvé”.


Dune della Magdalena Bay

Pare che questo nome fosse usato come equivalente di “Guaycuras”, e inteso sia come tribù, o nazione, che come territorio; ma esso poteva anche riferirsi ad una rancheria, il che potrebbe anche essere probabile nonostante non vi sia alcun documento che parlerebbe della “rancheria Cuvé”, esiste soltanto una rancheria nota come “Acuré”. Il termine “Cuvé” non appare comunque in nessun altro testo. Il secondo “enigma” è ben più complesso, ma anche rivelatore. I membri della spedizione del Guillén raggiunsero La Paz ed esplorarono le terre a sud-est; avrebbero individuato una insediamento temporaneo i cui “abitanti sono fuggiti” così, “non sappiamo se questi indigeni erano Guaycuras o Cubíes”. Questa affermazione è chiarissima, i Guaycuras e i Cubíes erano due popolazioni distinte. Durante il loro ritorno a La Paz avrebbe raggiunto una rancheria dove “la gente parlava il Cora”, ma “i nostri amici Cubíes non capivano il loro linguaggio”, a quanto pare, una anziana donna “li chiamò nella loro lingua”. La “vecchia parlava il Cora”, ma conosceva anche la lingua Guaycuras. Vi erano allora tre lingue in questione, oppure due? Noi sappiamo che i Coras potevano essere una divisione dei Pericu, ma qui entrano in ballo altre due lingue native, il Cubí e il Guaycura. Gli indiani Cora vengono ricordati dallo Swanton come una divisione dei Waicuri (Guaycuras) della costa orientale della Baja, ma non avevano alcuna affinità con gli omonimi Coras del Nayarit e del Jalisco. Il giorno dopo aver lasciato la rancheria dei Coras, la spedizione giunse in una terra chiamata “San Higinio de Guaycuro”, dove gli spagnoli trovarono soltanto due donne e alcuni bambini. Il Guillén così scriveva, “Abbiamo trovato una rancheria di Guaycuras o Cubíes”, il che porterebbe a porci l’ennesima domanda. E’ possibile che l’uso del termine “Cubí” (o “Cubíes”) sia soltanto usato come un altro nome indicante i Guaycuras? Questa tesi aprirebbe la possibilità che i Cubíes vivessero a nord di La Paz, nelle attuali zone di San Hilario. Questi Cubíes appaiono in un altro documento del Guillén, datato 1730, e inviato a Joseph Echeverría. Il “reverendo Guillén” affermava che, “… è ben noto che i Cubí sono barbari e omicidi… essi hanno avuto il coraggio di uccidere quelli dell’altra banda (della costa occidentale)”; “… litigano tra di loro e i Cubí sono responsabili della morte dei padri di sette ragazzi della missione”.


Ancora un’immagine del deserto

Questi indiani “sono ladri e dannosi per la nostra gente”, “… questi Cubíes sono barbari… ma la povertà di questa missione impedisce loro di essere chiamati, così, soltanto poche visite sono possibili nelle loro numerose e lontane rancherias”. E’ molto probabile che fossero connessi con gli Uchití stanziati a sud-est di La Paz. Alcune fonti ricordano che, “Gli Uchití sono indiani feroci che continuano a molestare tutti le popolazioni che vivono nelle loro vicinanze. Il capitano Rodriguez, con otto-dieci soldati, trascorse sei mesi, da marzo a settembre 1729, cercando di pacificarli e di proteggere i neofiti di La Paz, Todos Santos e Santiago”. Nel 1730 il Venegas diceva che il capitano Rodriguez, accompagnando Joseph Echevarria in un giro di visite alle missioni del sud, non era ancora riuscito a soggiogare questa popolazione. Infatti, l’anno dopo, dovette ritornare nella zona per punire “alcune rancherias che hanno perfidamente agito contro i loro vicini cristiani”; il Venegas non aveva alcun problema nell’affermare che i razziatori appartenevano alla tribù Uchití. “I loro vicini di casa (confinantes) cercavano vendetta e fingevano di essere amici dei vicini cristiani (vecinos), così li invitarono ad una festa in una loro rancheria, dove si ballava e si festeggiava. Mentre i cristiani stavano danzando, i guerrieri si gettarono su di loro con una pioggia di frecce, dardi e pietre, uccidendo 10 cristiani, mentre il resto dei feriti vennero maltrattati e poi lasciati liberi di tornare alla missione”. Gli spagnoli si mossero velocemente con una forza di 14 soldati e 15 guerrieri provenienti da Loreto e Los Dolores; alcuni Uchití vennero catturati e “portati a Loreto per essere puniti”. Il William Massey scriveva che parecchie donne degli Aripe andarono in sposa a indiani Periúes, Tepajiguetamas, Vinees e Cantiles, tutte popolazioni stanziate più a nord. Gli Aripe vengono ricordati anche dallo Swanton come “Aripa”, una popolazione che riteneva una divisione nord-occidentale dei “Waicuri” (Guaycuras). Il Táraval elencava il termine “Periúes” in riferimento ad una rancheria degli Uchití, ed è probabile che tutti questi gruppi, o rancherias, fossero bande Uchití stanziate a nord-ovest della La Paz Bay.

Il Venegas, e più tardi il Clavigero, menzionavano i feroci “Uchities” che “tagliavano le comunicazioni terrestri tra La Paz e Loreto”, indiscutibilmente si riferivano proprio a questi gruppi Huchitian. Parecchi storiografi ricordano che gli indiani Callejúes, Aripes e Uchití parlavano una sola lingua, anche se “alcune parole sono diverse”, e “si capiscono l’un l’altro”. I Guaycuras di Los Dolores parlavano la stessa lingua dei Callejues e si comprendevano fra loro, mentre anche i Periúes potevano comprendere il dialetto di Los Dolores.


Ancora una mappa della zona

Gli indiani Periúes erano probabilmente quelli che il capitano Rodriguez chiamava “Pirus” o “Piruchas”. Un dato interessante ci viene dal Guillén a proposito degli Uchití. Quando questi si ritirò a Loreto per “imparare una nuova lingua nativa ed aiutare una donna anziana che non poteva tornare a casa”, il missionario voleva apprendere la lingua degli Uchití, il che significava che i gruppi Uchitíes erano stati quasi completamente spazzati via da questo territorio ormai in mano ad altre genti. Questo spiegherebbe perché l’anziana non poteva “ritornare a casa”, era ormai isolata a Loreto, in una terra dove erano presenti indiani Cochimi e, probabilmente, anche qualche famiglia di Monquis. Per concludere questo passo, sembra che nel territorio vi fossero tre distinte famiglie linguistiche: lo Yuman dei Cochimies, il Guaycuras e il Pericues. Gli Uchití erano probabilmente strettamente legati ai “Cubí” del Guillén e, probabilmente, anche agli “Ikas” del Baegert. Ma anche altre popolazioni vivevano nella Baja California, fra queste vi era la piccola tribù Monquis, che venne incontrata per la prima volta nel XVI secolo; ma fu nel corso del tardo XVII secolo che i gesuiti concentrarono i loro sforzi per cristianizzarli. Nel 1697 il Juan Maria de Salvatierra istituiva, a Loreto una missione per i Monquis, che erano indiscutibilmente dei cacciattori-raccoglitori stanziati lungo le coste del Pacifico, ma che solevano cacciare nelle vallate della Sierra Giganta. Non sappiamo quando la tribù si estinse, ma è probabile che scomparvero nel corso del XVIII secolo. Della loro lingua conosciamo ben poco, ma sembra che parlassero un dialetto simile a quello dei loro vicini settentrionali, i Cochimi. E’ probabile che questi indiani fossero imparentati con i Pericu e i Guaycura, ma non con i Cochimi e tutte le altre tribù del nord. Lo Swanton li riteneva dei Guaycuran stanziati sulla costa orientale della penisola tra Dolores e Loreto.


Puerto San Carlos, nel Sonora

A differenza dei Pericu, dei Guaycura e dei Monqui, stanziati più a sud, i gruppi tribali Cochimi (“Ko-chi-mi’” o “Cochimies”) – conosciuti anche come “Laymones” – parlavano una lingua – o meglio, un gruppo di dialetti di una stessa lingua – indiscutibilmente collegata a quella degli Yuman del nord. Il Troike (1970) riteneva che i Cochimi avessero due distinti dialetti. Questo gruppo fu sicuramente il più popoloso fra tutti gli indiani della Baja California, anche se risulta molto difficile definire i loro limiti territoriali. Essi occupavano una parte considerevole della Baja centrale, dalle terre a nord di Rosario fino alle zone di Loreto, nella Baja centro-orientale. Le missioni per questi indiani furono istituite (1768) nelle terre dei Monqui, quindi più a sud del loro territorio natio; soltanto quando i gesuiti vennero sostituiti dai francescani, gli spagnoli avrebbero costruito missioni anche nelle loro terre. Linguisticamente e culturalmente i Cochimi furono ben più vicini ai gruppi Amerindi stanziati più a nord. Quando i primi bianchi entrarono nelle loro terre notarono subito che erano dediti alla caccia e alla raccolta di semi e frutti del deserto, e che non conoscevano alcun tipo di agricoltura; per quanto riguarda la ceramica è probabile che sia giunta nelle loro terre dal nord, quindi tramite scambi con le popolazioni della California e della Sonora. Come molte altre tribù della Baja, i Cochimí vivevano anche di pesca nelle zone costiere. La tribù venne fortemente ridimensionata a causa delle devastanti epidemie che colpirono la Baja California e si estinse agli inizi del XX secolo, anche se qualche discendente lo si poteva trovare nel secolo successivo.


Relazioni con le genti di origine spagnola

Il 3 marzo 1719 il gesuita Clemente Guillén fu a capo di una spedizione verso le terre dei Guaycuras; il missionario, partendo dal Presidio Reale di Loreto, si spinse a sud, nelle terre di Ciudad Constitución. Il gesuita era ben conscio dei pericoli cui sarebbe andato incontro, il territorio era “… un paese spezzato e praticamente impraticabile, il peggiore della bassa California”, con una popolazione registrata come “primitiva e intrattabile”, infatti, le missioni di queste terre furono le prime a scomparire e la storia di queste zone cadde nuovamente nell’oblio. Quando il Guillén si mosse per la sua prima spedizione (marzo 1719), il cuore del territorio dei Guaycuras non era mai stato esplorato, ma ciò non significava che gli indigeni non conoscessero gli uomini bianchi. All’inizio del XVI secolo avevano visto sporadiche attività di esploratori, raccoglitori di perle e pirati che si affacciavano sulle coste. La spedizione del Sebastian Vizcaino (1602) aveva navigato al largo della Bahía de Santa Magdalena, lo spagnolo aveva notato numerose rancherias lungo le coste del Pacifico. Il Vizcaino descrisse il suo incontro con i nativi della Bahía de Santa Magdalena: “Apparve un gran numero di indiani provenienti da diversi luoghi, avevano archi e frecce e dardi induriti col fuoco. Venivano in pace e dettero le loro braccia in segno di pace. Erano ben formati e con un buon fisico, nonostante vivessero nudi nelle rancherias; il loro cibo principale era il pesce, ma anche la radice aloe. Pescano costruendo dighe, ma raccolgono in gran quantità anche le vongole e le cozze”. La spedizione si sarebbe fermata anche nelle vicinanze di Santa Marina, “… gli indiani vennero verso di noi e come segno di pace ci consegnarono le loro armi, che sono le frecce e delle freccette di rami che usano anche per pescare”. Gli indiani Guaycuras avevano comunque sentito parlare della strage operata, nella baia di La Paz, dall’ammiraglio Antillón Isidro de y Atondo (1681) e come risultato di queste voci, padre Guillén scriveva che, “… alcuni nativi divennero più ostili e ribelli, e avversarono gli spagnoli a causa della crudele attività dell’ammiraglio.


L’avanzare dei missionari

Ritirandosi sulla sua nave dopo aver lasciato a terra una grande quantità di mais, quando gli indiani si affrettarono a raccogliere il mais, fece sparare fitte cariche di pallini causando un gran numero di morti fra gli indigeni. L’orribile massacro sarebbe stato ereditato di padre in figlio”. Da allora i nativi, continuava il gesuita, sono “… del tutto incontrollati, sono più feroci e irritati a causa della crudeltà dell’Atondo”. Nel luglio 1704, per esempio, quando i gesuiti Juan Maria Salvatierra e Pedro de Ugarte, accompagnati da un soldato di nome Francisco Javier Valenzuela e da due interpreti indiani, esplorarono le coste a sud del golfo di Loreto, caddero in una imboscata degli indiani Monquis, e solo “una eroica carica del Valenzuela riuscì a terrorizzare gli indiani che si prostrarono a terra”. Nel 1706 le coste furono esplorate da Jaime Bravo, dal capitano Esteban Rodriguez Lorenzo e da sette soldati con alcuni indiani; la spedizione sarebbe terminata disastrosamente. Alcuni soldati si avvicinarono ad un accampamento dei Guaycuras, impegnati a cucinare alla griglia alcuni pesci, gli indiani avevano lasciato sulla griglia del fegato di pesce; nonostante gli avvertimenti dei nativi, due affamati soldati mangiarono il fegato di un pesce chiamato “botete”, estremamente velenoso. I due soldati sarebbero morti poche ore dopo. Nel 1713 il Guillén, con due confratelli – Benito Ghisi e Jacobo Doye -, si mosse verso la Baja California su un’imbarcazione poco adatta alla navigazione di alto mare. Seguendo la costa, l’imbarcazione andò alla deriva e il Ghisi annegò, mentre gli altri riuscirono a raggiungere la terraferma. Il Guillén giunse a Loreto nel 1714, sarebbe rimasto nel territorio parecchio tempo tra gli anni 1714-21. In quel periodo la missione fu sottoposta a varie incursioni dei Pericu provenienti dalla Isla de San José, i quali sarebbero anche riusciti a saccheggiare la chiesa, ma “… finalmente vennero puniti da una spedizione militare”.


Un campo indiano

Ripetute epidemie avrebbero decimato gli indiani neofiti della missione, pertanto si decise di abbandonarla. Nel 1716 il Salvatierra, affiancato dalle truppe del capitano Rodriguez, e da un contingente di indiani delle missioni, si spinse verso La Paz per “trovare una porta per i galeoni di Manila”. Con loro vi erano tre Guaycuras catturati, “che stavano per liberare al fine di mostrare le loro buone intenzioni”. Ma gli indiani alleati si spinsero in avanscoperta e “incontrarono alcuni Guaycuras, questi fuggirono e allora intrappolarono e uccisero alcune donne catturate”. Questo episodio avrebbe bloccato l’avanzata spagnola verso sud e tutta l’attività missionaria avrebbe vissuto da allora ai margini della nazione Guaycuras. Per la prima volta questi indiani “… si trovarono faccia a faccia con gli spagnoli e con le loro armi, con i loro cavalli e i loro muli, e con il loro cibo molto desiderabile e con i regali”. La terra nella quale il Guillén stava entrando aveva montagne a est che si estendevano fino al Golfo della California, e le pianure a ovest fino alle coste del Pacifico; l’acqua non era abbondante e la si poteva trovare con più facilità nelle terre dell’est. Il territorio era tagliato da una serie di fiumi in secca (gli arroyos) che, “… a volte contenevano sorgenti, ma che si riempivano di acque ruggenti con le improvvise inondazioni”. Fortunatamente, padre Guillén ci ha lasciato dettagliate descrizioni delle sue due spedizioni nel territorio. Le informazioni geografiche trovate nei diari delle spedizioni del Guillén, insieme ad altre fonti missionarie, ci portano a vedere abbastanza chiaro nella “geografia Guaycuras”. I nomi delle “rancherias” sono giunti fino a noi soltanto con nomi spagnoli; ma possiamo notare che i viaggi dei missionari non avrebbero interessato le zone prossime alle coste del Pacifico, eppure il territorio dei Guaycuras si estendeva sulla costa occidentale della penisola in direzione La Paz e, verso nord, in direzione San Javier. Le rancherias era sempre localizzate in zone dove non mancava l’acqua, almeno in determinate stagioni. La prima spedizione del Guillén, datata 1719, portava alla scoperta della Santa Maria Magdalena Bay, posta sull’oceano Pacifico.


Un dipinto di A. Tzapoff

La spedizione era guidata dal capitano Don Esteban Rodríguez Lorenzo, al cui fianco vi era un contingente di 12 soldati spagnoli del Presidio Reale della “Nuestra Señora de Loreto”, due interpreti e 15 indiani alleati. La grande spedizione sarebbe iniziata il 3 marzo 1719. E soltanto il 13 aprile, dopo aver disceso la Sierra di Loreto, furono accolti e “salutati con gioia”. Sostanzialmente, la spedizione aveva fallito, trovare un porto naturale per i galeoni di Manila era praticamente impossibile, si poteva però tentare di stabilire nel territorio una missione. Il primo contatto era avvenuto con diverse rancherias della nazione Guaycuras, ed ora il paese di questi indiani era aperto all’evangelizzazione. Il Juan de Ugarte aveva da poco costruito “El Triunfo de la Cruz”, la prima imbarcazione costruita nella Baja California, dove trasportare il legname proveniente dalla Sierra de Guadalupe. Uno dei suoi primi compiti fu comunque quello di portare l’Ugarte e padre Jaime Bravo alla baia di La Paz per stabilirvi una missione, mentre il Guillén doveva seguire il percorso via terra. La seconda spedizione del Guillén (1720) avrebbe esplorato le terre che dalla missione di “San Juan Malibat” raggiungevano il golfo di La Paz, nel grande golfo della California. La spedizione era composta di tre soldati spagnoli, quattro “servi” e 13 indiani di San Juan e Loreto. Il manoscritto allo studio è ricco di correzioni e ciò potrebbe non rappresentare il manoscritto originale del Guillén, infatti, pur menzionando il soldato Ignacio de Rojas, degli altri due nulla conosciamo. La spedizione si sarebbe mossa lunedì 11 novembre, per tornare il 23 gennaio dopo 8-9 leghe di duro viaggio, il Guillén e i suoi avevano concluso le loro esplorazioni. I diari del Guillén contengono comunque parecchie notizie ricche di dettagli topografici importanti ma, probabilmente, il gesuita non poteva sapere che la sua visita al territorio indiano avrebbe provocato l’apparizione di nuove malattie che porteranno ad un forte ridimensionamento demografico dell’intera popolazione nativa.
Un altro dipinto di A. Tzapoff
I dati archeologici della Baja California suggeriscono una notevole eterogeneità culturale esistente tra i gruppi dell’interno. Da nord a sud, i gruppi in discussione erano quelli dei Cochimí, dei Guaycura e dei Pericu. Fino ad oggi gli scavi ci dicono semplicemente che erano gruppi di piccole dimensioni, raccoglitori nomadi che vivevano all’interno di ecosistemi che andavano da costa a costa, dal Golfo della California alle coste del Pacifico. Al momento del primo contatto, il territorio compreso fra quello dei Pericu, sulla punta meridionale della penisola, e sulle quattro isole di Espiritu Santo, La Partida, San José, e Cerralvo, e le zone poste più a nord del promontorio tropicale, vivevano i Guaycuras, stanziati a sud della Sierra de la Giganta Magdalena fino alle pianure costiere. A nord di questa popolazione vi erano gruppi riconducibili alle etnie Cochimian. Inoltre, è estremamente importante non dimenticare i vari gruppi tribali dei Seri, stanziati al di là della penisola, sulla costa occidentale del continente messicano, i quali preferivano denominarsi “Comcáac”. Le tradizioni orali e le ricerche archeologiche suggeriscono che i Seri/Comcáac ebbero contatti culturali con le genti della Baja durante il periodo storico. I documenti forniscono informazioni di carattere storico e demografico, linguistico e culturale, sugli indiani del territorio. Il Massey affermava che vi erano due famiglie linguistiche, la “Yuman” e la “Guaicurian”, suddivise in quattro gruppi: il “gruppo Peninsulare” avrebbe compreso il “Cochimí, Guaicura, Huchiti e Pericu”. Il Gursky e lo Swadesh suggerivano che i Guaycuras erano da immettere nel ceppo delle lingue Hokan, con il Fernandez de Miranda e il Campbell che erano d’accordo su questa tesi; il Kroeber considerava i Cochimí in relazione agli Yuman, mentre il Mixco suggeriva che i Cochimí e gli Yuman erano geneticamente correlati, ma dovevano essere considerati due famiglie diverse; inoltre, dichiarava che le lingue dei Guaycuras e dei Cochimí erano probabilmente correlate fra loro. Il Massey suggeriva che i Pericu e i Cochimí erano culturalmente dissimili, mentre i Guaycuras condividevano entrambe le caratteristiche culturali. Il Kroeber avrebbe riassunto meglio la distribuzione dei vari tratti culturali tra i Guaycura, i Cochimí e, in misura minore, i Pericu, utilizzando prevalentemente i Rapporti del gesuita Johann Jacob Baegert, e gli studi del Francisco Xavier Clavijero e del Miguel Venegas, al fine di determinare i loro rapporti con i Seri del continente. Stando al Kroeber, i Guaycuras avevano una maggiore affinità culturale con i Seri e, in minor misura, anche con i Cochimí, ma non con i gruppi meridionali della penisola. Sulla base delle più moderne analisi sembra che i Cochimí meridionali storici e i Guaycuras erano culturalmente molto simili, mentre i Seri avevano tratti culturali simili ai due gruppi, mentre i Pericu erano distinti. Secondo molti studiosi, i tratti simili fra gli indiani della Baja e i Seri sono individuabili nelle terre di questi ultimi, sulla Isla Tiburon, sulla Isla San Esteban e sulle coste della Sonora. E’ comunque probabile che meccanismi convergenti nell’ambiente desertico avrebbero dato vita ad una economia simile e comune tra i vari gruppi. I Pericu e Seri invece avevano invece una economia mista, sia terrestre che marina, e con habitat costieri simili. E’ interessante notare che i Guaycuras e i Cochimí meridionali sono simili anche nelle tradizioni religiose e nell’abbigliamento femminile, ed erano gruppi esogamici. Le tradizioni dei Seri sono ricche di contatti con la penisola e, soprattutto, con le genti della parte centrale. Per quanto riguarda i Pericu, invece, sembrano essere lontanissimi parenti degli altri gruppi, rappresenterebbero un residuo di popolazioni separatisi in epoche antichissime dai primi gruppi migranti nel Nuovo Mondo, per poi restare isolato nei tempi storici. I dati a nostra disposizione suggeriscono che i Pericu erano culturalmente distinti dai Guaycuras e dai Cochimí meridionali durante il periodo storico, tuttavia ben pochi dati abbiamo a disposizione sulle loro epoche antiche.

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