Il Little Big Horn di William Slaper, soldato di Custer

A cura di Gualtiero Fabbri

William Slaper
Tutti quelli che hanno scritto sul Little Big Horn, non possono aver tralasciato gli unici documenti certi al riguardo, cioè le testimonianze di chi era presente. Questi, comunque, non sono mai documenti da prendere di peso e accettare così come sono; sono stati redatti da persone che hanno avuto una visione parziale dei fatti.
Certi racconti, molti dei quali rilasciati a distanza di parecchi anni, hanno risentito dell’accumulo di particolari che in origine erano solo dei “sentito dire” e sono diventati parti “vere” nella storia, magari senza alcuna malizia da parte del loro autore, ma solo perchè così è la natura umana; altre testimonianze magari sono state falsate per manie di protagonismo o, peggio, per interesse, altri avranno inventato versioni o scoperte sensazionali solo per avere un qualche tornaconto. La storia della grande battaglia raccontata dal soldato William Slaper ci pare molto sincera, almeno lo sembra nelle intenzioni dell’autore che non si atteggia ad eroe e non si auto-incensa.
Slaper era praticamente una recluta inesperta e a digiuno di guerre di qualsiasi tipo; ha descritto quello che ha visto, cioé poco per raccontare la battaglia, molto dal punto di vista umano e degli usi e costumi dell’epoca. Ogni tanto trae qualche conclusione molto personale e noi l’abbiamo lasciata cosi com’è, cercando anche di aderire alle sue parole quanto più possibile. Ad esempio, i neri li chiama “negri”, e i nativi li chiama “indiani”… e per l’epoca era giusto così.


Due copertine del famoso giornale

Dichiarazione pubblicata la prima volta su. “Hunter Trader Trapper Magazine” nel 1924.

Sono nato il 23 novembre 1855 a Cincinnati, in Ohio, e sono sempre vissuto in questa città, dove sono stato impiegato in diversi lavori.
All’inizio di settembre del 1875 mi sono trovato senza lavoro e un giorno camminando per strada, mentre stavo pensando quale attività provare questa volta, mi è capitato davanti agli occhi il cartello “Cercasi uomini” posto davanti alla stazione di reclutamento dell’Esercito degli Stati Uniti. Lo avevo visto innumerevoli volte, ma fino a quella mattina non aveva mai attratto la mia attenzione.
Mi sono fermato a leggerlo e poco dopo mi sono trovato a salire in quell’ufficio, con nel cuore la nascosta speranza che la mia domanda venisse respinta. Ho parlato con l’ufficiale di reclutamento a cui ho esposto la mia richiesta e dopo un mucchio di domande da parte sua sono stato sottoposto ad un esame fisico; l’esame è stato molto rigido, dato che su dieci candidati che eravamo quella mattina siamo stati accettati solo in due. Ho poi giurato di servire lo “Zio Sam” per 13 dollari mensili, pochi, ma sempre presenti ”pronta cassa” tutti i mesi, o quasi, poiché questa parte del contratto spesse volte è stata disattesa.
A quel tempo un giovane con addosso la divisa Americana non era molto ben visto, era considerato suppergiù come un fannullone troppo pigro per lavorare ed io, nella mia città, dove conoscevo tanta gente, mi vergognavo a farmi vedere in giro in uniforme.
Naturalmente avevo una fidanzata, e pur rimanendo sempre in caserma tentavo di andarla a trovare passando per vicoli e stradine secondarie poco frequentate, ma una volta, poco prima della mia partenza, sono stato visto da alcuni conoscenti che subito hanno avvisato del fatto mio fratello maggiore.


Cavalleggeri del 7° (re-enactors)

Il mattino dopo mio fratello è venuto all’ufficio reclutamento per – come disse – “farmi uscire dall’esercito”. Fortunatamente sono riuscito a portarlo nel mio alloggiamento e parlargli prima che portasse a termine il suo proposito. Siccome ero minorenne, rischiavo una condanna a due anni di reclusione per false dichiarazioni! Alla fine l’ho convinto a lasciarmi proseguire nell’intento con l’unica imposizione di tornare a casa per salutare mia madre che ora sapeva del mio reclutamento. Mia madre aveva paura della guerra. In quella Civile erano morti mio padre, suo fratello, i cognati e un cugino, tutti nel primo anno di guerra ed ora era convinta che sarei morto anch’io. Ma io dopo cinque anni di servizio sono tornato, giusto alcuni mesi prima della sua morte.
Dopo qualche giorno siamo partiti – una ventina di reclute – e destinati a Jefferson Barracks, a St. Louis. Qui siamo rimasti sei settimane per l’addestramento, incentrato più che altro sul cavallo, come accudire lui e le stalle, e le varie tecniche di monta regolamentari dell’esercito. Ci comandava un sergente burbero e irascibile di nome “Bully” Welch, un personaggio che tutti noi cavalleggeri dell’epoca ricordiamo molto bene.
Poi è venuto il momento delle destinazioni e molti di noi sono stati assegnati al 5° Cavalleria, altri, fra cui io, sono stati assegnati al 7° Cavalleggeri. Eravamo al comando del Sottotenente James “Jack” Sturgiss, appena uscito da West Point, figlio del Generale Sam Sturgiss, a quel tempo comandante a Jefferson Barracks. Il Generale era stato anche comandante del 7° Cavalleria.
Allineati per le istruzioni del viaggio il Generale ci ha detto: “Mando mio figlio con voi, prendetevene cura”, e noi abbiamo promesso di farlo volentieri.
Il Generale Sam Sturgis
Povero Jack, è stato ucciso con il comando “Custer” al Little Big Horn. Quando abbiamo seppellito i morti, il suo corpo non è stato mai trovato, o riconosciuto.
Sia il Tenente che io eravamo destinati alla compagnia M e siamo partiti in buone condizioni di marcia, con destinazione Fort Abraham Lincoln, vicino a Bismarck, nel Dakota, lungo il fiume Missouri, dove c’era il Quartier Generale del 7° Cavalleggeri.
Racconto un piccolo incidente che ci ha rallegrato il viaggio.
In una sosta nei pressi di Fargo, in Dakota, dove ci siamo fermati un paio d’ore per mangiare qualcosa, un Sergente irlandese, vecchio veterano addetto a uno dei carri addetti al trasporto della truppa, ha istruito alcune reclute perche andassero in un saloon non lontano dalla stazione e lì acquistassero del whisky a credito, dando in pegno le loro borracce e le pistole. Appena fatto questo, il Sergente ha radunato un plotone di reclute armate e recatosi al saloon minacciando denunce e condanne ha confiscato il materiale dell’esercito e altro whisky. Inutile dire che quella notte in viaggio verso Bismarck c’era un vagone di gente molto allegra!
A Bismarck fummo poi traghettati sul fiume Missouri a Fort Lincoln.
Qui c’erano di stanza sei compagnie del 7°. Io, come ho già detto, ero stato assegnato alla compagnia M che era appena rientrata da una ricognizione. Qualche giorno dopo siamo partiti per Fort Rice, dove abbiamo passato l’inverno in tranquillità, a parte il freddo che spessi lì raggiunge i 40° sotto lo zero!
Ricordo che tra gli altri compiti ci hanno fatto tagliare blocchi di ghiaccio con cui abbiamo riempito una grande cella frigorifera, ma del suo fresco ne ha goduto in seguito la fanteria inviata a guardia del forte, mentre a noi è toccata l’esplorazione sotto il sole, il caldo e con a disposizione l’acqua alcalina delle pianure polverose.
In primavera ci è stato ordinato di tornare a Fort Lincoln e di prepararci per una spedizione contro Toro Seduto e i suoi indiani ostili che avevano lasciato la riserva in gran numero e stavano compiendo ogni genere di scorrerie.
Molte bande abbandonavano le loro riserve con le famiglie e un gran numero di ponies e si cominciava a parlare di un grosso “rendez-vous” indiano da tenersi lungo il fiume Little Big Horn nel territorio del Montana, in un luogo ancora da definire.


Una vista di Fort Lincoln in pieno inverno

Alcuni mesi prima il capitano Tom Custer, fratello del Generale, era stato inviato all’Agenzia di Standing Rock, sul fiume Missouri, a circa 40 miglia al di sotto di Forte Rice. Il motivo della missione era di arrestare un indiano di nome Rain-In-The-Face, ricercato per l’omicidio del dott. Honzinger, veterinario dell’esercito e un tale Ballaran, un vivandiere dell’esercito. Dopo varie peripezie, Custer, con l’aiuto di Charley Reynolds, capo degli scout del Gen. Custer, era riuscito a catturare l’indiano e trasportarlo a Fort Lincoln dove lo rinchiuse in una cella. Una notte alcuni indiani riuscirono ad evadere e tra questi lo stesso Rain-In-The-Face che si unì subito dopo agli ostili.
Il giorno 17 maggio 1876, il mio reggimento lasciò Fort Abraham Lincoln. Il Gen. Alfred H. Terry era il comandante dell’intera spedizione, ma il Settimo Cavalleggeri era sotto il comando immediato del generale Custer. Si diceva che fosse il reggimento meglio attrezzato in quanto a cavalli, uomini e corredi, che lo Zio Sam avesse mai avuto.
Custer era noto per essere molto abile nell’ottenere il meglio in fatto di cavalli e uomini e per assicurare tutte le comodità possibili alla truppa. Ma c’era ben poco in termini di comfort in quel momento nelle instabili pianure del nord-ovest…
Al momento ero solo un ragazzo con poca esperienza e non davo importanza al susseguirsi degli eventi, ad esempio non tenevo un diario, cosa che molti anziani facevano, così oggi, di quel giorno lontano non sono in grado di fornire prontamente date, nomi di luoghi e di accampamenti come invece vorrei. Ero solo un “shavetail” (nel gergo militare è il soldato pivellino, ndr) senza alcuna esperienza reale in termini militari e tantomeno in combattimenti indiani, ma lo sarei diventato per forza in capo a poche settimane.


Il 7° Cavalleria in una missione nella regione delle Black Hills

Il primo giorno di marcia è stato molto lungo e non privo di emozioni; i cavalli erano molto indisciplinati e difficili da gestire dopo il lungo riposo invernale, anche se erano stati ben nutriti ed erano pronti a scattare.
Quella notte, poi, c’è stato un incendio nella prateria e abbiamo passato la notte lavorando duramente perché non toccasse il campo, ma i danni ci sono sono stati ugualmente, sia pure minimi.
Il resto del viaggio è filato liscio fino al primo giugno, quando siamo arrivati alle Bad Lands del Little Missouri. Lì ci siamo accampati come al solito e al mattino ci siamo trovati sotto la neve, con un forte disagio per uomini e cavalli, ma ne siamo usciti senza danni.
Non ricordo nulla di particolare fino all’arrivo sul fiume Powder. Aggregate alla spedizione c’erano quattro compagnie del 2° Cavalleria, un reparto di artiglieria e uno di fanteria; i carri con i nostri effetti sono stati rimandati indietro insieme a tutte le nostre sciabole. Anche la banda del reggimento è stata rimandata indietro! Noi abbiamo caricato le scorte di cibo e munizioni sui muli, mentre nel campo giravano molte voci, le più disparate, ma non si sapeva nulla di veramente preciso su quanto stava per accadere.
Il 22 Giugno abbiamo lasciato il Powder River. Il Generale Custer ha rifiutato l‘offerta di Terry di tenere con se anche le quattro compagnie del 2° Cavalleria, così come ha rifiutato le quattro mitragliatrici Gatling che riteneva un peso. In questa circostanza Custer ha fatto notare come il suo reggimento da solo fosse in grado di conquistare qualsiasi villaggio indiano delle pianure! Quel giorno la marcia è stata breve, probabilmente 12-15 miglia.
Il giorno dopo abbiamo percorso circa trenta miglia e il giorno successivo altre trenta, ma all’una di notte siamo stati svegliati all’improvviso e rimessi in marcia.


Il Generale Custer con la divisa indossata al Little Big Horn

Il perché di questo è sempre rimasto un enigma per me, anche perché non conoscevamo gli ordini dati da Terry a Custer; ora sono noti e alla portata di tutti, ma allora tra noi soldati era convinzione generale che le forze dei due dovessero incontrarsi da qualche parte nella valle del Little Big Horn il 27 giugno. Questa marcia forzata notturna avrebbe avuto molto peso nella condizione dei cavalli utilizzati nella successiva battaglia; il pascolo era stato povero per diversi giorni, sempre in marcia e senza i carri vettovaglia ai cavalli era toccato solo un poco di pascolo nelle fermate.
Ci siamo fermati quando già faceva giorno per preparare un caffè; io non l’ho preso e ricordo distintamente che crollai addormentato dalla stanchezza sotto un albero, tenendo in mano le briglie del cavallo. In quella sosta non fu permesso di togliere le selle. Ricordo che mi sono svegliato quando ci hanno chiamati per l’allineamento.
Quella era la mattina fatidica del 25 giugno e tutti sapevamo di essere su una “pista calda” di indiani e che potevamo entrare in contatto con loro in ogni momento, per cui l’eccitazione è cominciata a crescere e ogni mossa è stata guardata con intensa curiosità e con desiderio di azione.
La marcia è continuata con rapidità per tutta la mattina e solo verso mezzogiorno è stato dato l’alt, quando il Generale ha chiamato a raccolta gli ufficiali e ha dato loro le nuove istruzioni.
Il Capitano Thomas French
E’ avvenuto così che la mia compagnia, la M, sotto il comando del Capitano Thomas French, la A comandata dal Capitano Moylan, e la G del capitano Wallace sono state scelte per andare sotto il comando del Maggiore Reno.
Naturalmente non sapevo in quel momento quali erano le intenzioni di Custer, né quanti uomini avesse preso con sé e solo in seguito ho saputo che si era tenuto, sotto il suo comando, le compagnie C, E, I, F, L, mentre a Benteen furono date le compagnie H, K, e D; la compagnia B, al comando del capitano McDougall, era addetta alla custodia del treno di muli con le scorte.
Per come lo ricordo io, il primo a partire, sulla sinistra, fu Benteen coi suoi; Custer è andato dritto verso il fiume Little Big Horn, tenendosi sulla destra di un piccolo affluente, mentre noi al comando di Reno abbiamo lo proseguito parallelamente a Custer, ma sulla riva sinistra. Poco dopo è arrivato l’Aiutante Cooke recando delle istruzioni del Generale Custer per il Maggiore Reno. Da quel momento in avanti le cose hanno cominciato a vivacizzarsi… Abbiamo piegato bruscamente a sinistra, siamo scesi al trotto lungo un pendio verso il Little Big Horn e lo abbiamo attraversato. Mi sembra che siamo stati i primi ad attraversare, poi è stato il turno della compagnia A e per ultima la G.
Sono subito cominciati gli scoppi delle fucilate e le pallottole hanno cominciato a fischiare sopra di noi; mi ricordo che ho abbassato la testa e ho cercato di scansare quelle che sentivo fischiare nell’aria, era il mio primo scontro e ho avuto paura… e ne ho avuta ancora di più dopo che ho visto gli indiani arrivare a cavallo da tutte le parti; sparavano contro di noi gridando e urlando come diavoli incarnati, sembravano tutti nudi e dipinti da capo a piedi nel modo più orribile che si possa immaginare.
Eravamo arrivati appena oltre il fiume, allo scoperto, con alle spalle una striscia di bosco e qui il capitano ha dato l’ordine di smontare e prepararsi al combattimento a piedi; al quarto uomo sono stati dati i cavalli e gli altri tre sono avanzati sulla linea di tiro. Alcuni dei cavalli all’inizio degli spari, fiutato il pericolo, sono diventati ingestibili e qualcuno ha portato il proprio cavaliere addosso agli indiani. Questa cosa ho visto che è capitata al giovane Smith di Boston… Non l’abbiamo più visto, né vivo né morto.

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