La vita del monaco-pistolero

A cura di Luca Barbieri

In un precedente articolo, “La scienza nei duelli del Far West”, mi ero occupato della parte per così dire “fisica” dello scontro a fuoco tra due o più gunfighters; in questo articolo, invece, intendo occuparmi di quella “metafisica”, intesa come spirituale, mistica.
Nel libro “Storia dei pistoleri” ho inventato l’esistenza di una Fratellanza dei Pistoleri, una sorta di confraternita dedita all’insanguinata religione della Colt, con tanto di totem ricavato sulle fattezze del Josey Wales di Eastwoodiana memoria, di liturgie, e di prove da superare per essere accettati dal gruppo. In questo bizzarro circolo d’assassini non stonerebbe affatto la presenza di un personaggio stravagante ed eccentrico, “El topo” (la talpa in spagnolo) creato e interpretato da quel folle genio di Alejandro Jodorowsky e protagonista dell’omonimo film del 1970. Leggi il resto

Soldati a cavallo (US Plains Cavalry)

A cura di Sergio Mura

George A. Custer
Per oltre 50 anni gli appassionati di cinematografia western hanno potuto guardare molti film in qualche modo dedicati alla Cavalleria americana delle pianure. Nei film c’era solo l’opportunità di vedere una versione romanzata della vita dei soldati di cavalleria, ma era un approccio comunque utile per via del fondo di verità storica che era possibile intravvedere aldilà della cortina dei racconti edulcorati. Tutto iniziò nel 1939 con il famosissimo film Stagecoach (Ombre Rosse in Italia) in cui si racconta l’avventurosa traversata di una diligenza inseguita dagli indiani. In quel film a salvare la situazione sono proprio i cavalleggeri che con il più classico squillo della tromba arrivano all’ultimo istante e salvano i poveri bianchi dai selvaggi urlanti. Leggi il resto

La saga di “Buckskin” Frank Leslie (Tombstone’s gunman)

A cura di Omar Vicari

“Buckskin” Frank Leslie
La città di Tombstone e i pittoreschi personaggi che calcarono le sue strade negli anni ’80 di fine ottocento, hanno evocato più libri di quanti ne siano stati scritti su tutte le città dell’intero west.
Uomini come gli Earp, i McLowery, i Clanton, Holliday e Ringo, sono familiari a tutti gli americani come pure alle centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. Una ragione di ciò è che la città, già nel 1879 aveva un giornale, l’Epitaph, che preservò la storia di Tombstone e che le confezionò lo slogan “The Town too Tough to Die”, cioè la città troppo dura per morire.
Gli schedari dell’Epitaph sono una miniera di fatti storici. Le sue pagine sono la gioia degli studiosi che ricercano la verità su quei tempi in cui gli uomini conquistarono il deserto, domarono gli Apache e si appropriarono delle ricchezze nascoste nelle profondità delle montagne. Leggi il resto

Travolti dalla febbre dell’oro

A cura di Graziano Frediani

La tragica avventura umana di John Sutter – l’uomo a suo tempo definito “l’imperatore della California”, ha come sfondo un evento che avrebbe segnato in maniera irreversibile la grande epopea della frontiera americana. Quando, nei primi mesi del 1848, si diffuse la notizia che in California erano stati scoperti imponenti giacimenti auriferi, una autentica fiumana di emigranti (probabilmente la più vasta e inarrestabile mai mossasi fin’allora, nella storia dell’umanità) si riversò immediatamente in quelle terre bellissime ma ancora selvagge, guidata da un sogno comune: arricchire, in brevissimo tempo. Anche se imponeva sacrifici enormi (bisognava viaggiare per centinaia e centinaia di miglia, attraversando deserti e praterie sconfinate e scavalcando barriere estremamente disagevoli, quali le Montagne Rocciose), la “corsa all’oro” fu davvero un fenomeno collettivo e fulminante. Leggi il resto

Le guerre contro i Cheyenne

Dull Knife
I Cheyenne, come tantissimi altri gruppi di indiani, vivevano un tempo ad est del grande fiume Missouri. Spostatisi per diverse vicissitudini verso ovest, divennero cacciatori nomadi quando popolarono le Grandi Pianure, incarnandone lo stile di vita nomade. Verso la metà del secolo XIX, con la pressione dei bianchi che aumentava di giorno in giorno, seppero interpretare la necessità di non restare isolati, ricercando una qualche forma di alleanza con i Sioux e gli Arapaho. In seguito al trattato di Fort Laramie, siglato nel 1851, i Cheyenne che vivevano lungo il corso superiore del fiume Arkansas vennero chiamati Cheyenne Meridionali e quelli abitanti lungo il Nord Platte, Cheyenne Settentrionali. Il gruppo dei Cheyenne Settentrionali ebbe una parte molto rilevante nelle cosiddette guerre delle pianure settentrionali e cioè nei più grossi scontri con i bianchi e con i soldati nel periodo che va dal 1865 al 1876. Leggi il resto

Conquering Bear (Orso Che Conquista)

A cura di Carlo Galliano

Apparteneva alla banda Wazhazha della suddivisione Sicangu della tribù Sioux.
Il suo nome indiano era MATO WAYUHE, che tradotto letteralmente significa “Orso Tumultuoso” oppure “Orso che mette in fuga” ma i bianchi lo tradussero come “Orso che Conquista”. Era cugino dei capi Coda Chiazzata e Foglia Rossa.
I commercianti di pellicce della American Fur Company stabilirono negli anni Quaranta un buon rapporto con lui, che in cambio li aiutò a vincere la concorrenza di altre compagnie che agivano nella zona mandando i suoi guerrieri a compiere azioni di disturbo.
Dopo aver firmato il trattato di Fort Laramie del 1851 venne nominato dal governo americano capo supremo e principale interlocutore dei Sioux Lakota. Leggi il resto

I banditi nel west

Trovare una persona che non rispettasse pienamente le disposizioni di legge, scritte o meno, non era un’impresa ai tempi della conquista del west. Il susseguirsi delle crisi finanziarie che gettavano continuamente sul lastrico moltitudini di risparmiatori, il costante assalto degli speculatori, la difficoltà a fronteggiare una natura implacabile, la delusione ricevuta dalla “terra promessa” in nome della quale molti avevano abbandonato l’Europa o gli stati orientali degli U.S.A. erano elementi importanti che spingevano molti ai margini della legge, alla ricerca disperata della semplice sopravvivenza o, talvolta, del sogno della ricchezza facile.
Le ingiustizie sociali erano tante e tali che nel delinquere si stava persino alla larga da scrupoli morali e, in tal senso, la stessa vita umana perdeva quel valore intrinseco che universalmente le viene riconosciuto. Leggi il resto

Luis Terrazas, il Chihuahua… e gli Apaches

A cura di Josephine Basile

“Io non sono di Chihuahua, il Chihuahua è mio!” si dice che affermasse Luis Terrazas.
Considerato dagli storici il patriarca del Chihuahua, Don Luis fu generale, sindaco, governatore, presidente della “Junta de Guerra” per combattere “los Indios Barbaros”… ma anche il più grande proprietario terriero del paese, l’uomo che, secondo i campesinos della regione, aveva più vacche nelle sue terre che binari ferroviari da Ciudad Juárez a Ciudad Mexico. I suoi beni e le sue proprietà (ville, haciendas, ranchos, banche, ecc. ecc.), erano davvero troppe per poter oggi essere numerate. Nobili origini le sue: Luis Terrazas, figlio di Don Juan Jose Terrazas e Dona Petra Fuentes, apparteneva ad una vecchia famiglia chihuahuense, le cui radici in questo stato risalgono al XVII secolo. Leggi il resto

Gli indiani e i loro cani

A cura di Sergio Mura

Parliamo dei cani in uso presso gli indiani prima che si diffondesse il cavallo. I cani chiamati Hare o “cani degli indiani”, qualunque fosse la loro provenienza – dai gruppi tribali dell’Alaska fino alla punta più a sud del Sud-America – si assomigliavano sostanzialmente tutti.
Erano cani di taglia media, quindi non particolarmente grandi (avrebbero richiesto più cure e sarebbero stati troppo pesanti), né troppo piccoli (non sarebbero stati adatti al traino e al trasporto delle masserizie che gli indiani gli caricavano). L’uso prevalente era quello dei cani da soma o il trasporto di materiali vari di proprietà delle famiglie, ivi compresi i tepee (nelle pianure) che allora erano ben più piccoli dell’epoca del cavallo.
I cani venivano attaccati a un rudimentale travois sul quale si caricava legna, cibo, abbigliamento, e beni per la casa. Leggi il resto

La storia di Harry Tracy nel west che tramonta

A cura di Gualtiero Fabbri

“Io sono Tracy e non voglio guai con nessuno, ma se mi attraversi la strada e ti dico mani in alto, tu alzale!”
A dire queste parole è stato un ex fuorilegge del “Buco nel Muro” che aveva fatto parte, un tempo, del “Mucchio selvaggio” di Butch Cassidy. Il mattino del 9 giugno 1902, nel carcere di Salem, in Oregon, iniziò una fuga che avrebbe avuto dell’inverosimile, se non fosse che è stata ampiamente documentata dai corpi senza vita delle vittime, dai rapporti di polizia e dagli articoli di giornalisti presenti che a volte rischiarono la vita in prima persona.
A confronto, la fuga di Harvey Logan, altro ex componente del “Wild Bunch”, fu una gita fuori porta. Leggi il resto

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